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A Gomorra la rivincita della giustizia.

di Roberto Saviano (LA Repubblica)

Sull’ultimo foglio riposto in cima ai faldoni degli inquisiti che subiscono una condanna appare la seguente dicitura: Fine pena. E dopo due punti, l’anno in cui verranno scarcerati. Per i boss storici dei Casalesi, Francesco “Sandokan” Schiavone, Francesco Bidognetti ci sarà scritto: fine pena mai. La camorra non è imbattibile. La Corte di Cassazione ha confermato le condanne. Dopo 11 anni si è chiuso il più grande processo di mafia, paragonabile solo al maxiprocesso di Palermo istruito da Falcone e Borsellino negli anni ’80. Per lo Stato italiano ora è definitivo: esiste il clan dei Casalesi, esistono i loro affari i boss. È una vittoria. Tre gradi di giudizio, la parola dei pentiti è confermata dalle indagini. Fino alla fine i boss e i loro collegi difensivi hanno sperato che la Cassazione annullasse il secondo grado, ma non è andata così.
Quando è arrivata la notizia, è come se vent’anni mi fossero d’immediato passati negli occhi. Nel corpo un’emozione strana, come di rabbia e di amaro sollievo al contempo. Il pensiero va a coloro che quando parlavi di camorra dicevano che esageravi. Agli imprenditori che hanno fatto affari con il clan. Ai politici che hanno acquisito caratura nazionale grazie al potere e ai favori del clan, ai giornalisti che flirtavano con le organizzazioni divenendone portavoce. Il pensiero va a quando pronunciare la parola camorra era impossibile, a quando nessuno voleva saperne della realtà mafiosa del casertano. Ma il pensiero va anche a tutti coloro che hanno resistito. Il pensiero va ai giudici che hanno lavorato contro i casalesi, dai pm Federico Cafiero De Raho a Franco Roberti, da Lucio Di Pietro, Francesco Greco, Carlo Visconti, Francesco Curcio e poi Raffaele Cantone, Raffaello Falcone, Antonello Ardituro e Lello Magi.

Ma soprattutto il pensiero va a tutti i morti innocenti che sono caduti per mano casalese. Non riesco a non pensare a don Peppe Diana ammazzato per essersi messo contro i clan per aver detto e scritto “per amore del mio popolo non tacerò”. A Salvatore Nuvoletta, carabiniere ucciso per vendicare morte del nipote di Sandokan. A Federico Del Prete, ucciso per aver fondato un sindacato contro i clan. Ad Antonio Cangiano sparato alla spina dorsale perché si era opposto da vice sindaco a dare un appalto senza gara regolare. A tutti i morti per cancro, uccisi dai rifiuti tossici sotterrati nelle terre, nelle cave, tra le bufale e le coltivazioni di mele. Una storia lunga. Che i clan avevano mantenuto al buio, solo pochi coraggiosi cronisti locali in grado di raccontare e poi una enorme indifferenza. Il primo grado si era chiuso senza nemmeno un cenno sui giornali nazionali.

Questo processo riguarda vicende che vanno dalla morte del capo dei capi Antonio Bardellino sino al 1996. E ci sono voluti dieci anni quasi per accertare quei fatti, e per chiudere il primo grado di questo processo. Nel 2005 un processo con circa 1300 inquisiti avviata dalla Direzione distrettuale antimafia nel 1993, partendo dalle dichiarazioni di Carmine Schiavone. Un processo durato seicentoventisei udienze complessive, 508 testimoni sentiti oltre ai 24 collaboratori di giustizia, di cui 6 imputati. Acquisiti 90 faldoni di atti. Una inchiesta-madre che durante questi anni ha generato decine di processi paralleli: omicidi, appalti, droga, truffe allo Stato. Dopo quasi un anno dal blitz del 1995, nacque Spartacus 2, Regi Lagni, ossia il recupero dei canali borbonici che bonificarono nel diciottesimo secolo i territori casertani dalle paludi ma che dall’epoca di Carlo III non ricevevano ristrutturazione adeguata. Il recupero dei Regi Lagni fu per anni pilotato dai clan che generarono per loro appalti miliardari inutilizzati per ristrutturare le vecchie strutture borboniche ma a dislocare miliardi di lire negli anni ’90 verso le loro imprese edili che sarebbero divenute vincenti in tutt’Italia gli anni successivi.

Per la prima volta furono sequestrate come beni della camorra anche due società di calcio: l’Albanova e il Casal di Principe. 21 gli ergastoli, oltre 750 anni di galera inflitti. Persino le carte processuali da trasmettere ai giudici d’appello, i 550 faldoni contenenti gli atti del procedimento nel novembre 2006, hanno avuto bisogno di un camion blindato e scortato dai carabinieri che portò i documenti da Santa Maria Capua Vetere a Napoli. Tutto questo era accaduto con una sostanziale indifferenza dei media nazionali ed internazionali. Questo secondo grado non sarà così. I nomi dei boss, delle loro aziende, i nomi dei loro delitti non passeranno solo sulla stampa locale, non avranno solo vita d’inchiostro nei documenti processuali. Verranno conosciuti, saranno resi noti.

Per chi viene dal casertano e ha sentito parlare di onore rivolti a questi personaggi leggendo le carte del processo capirà che non hanno nulla di onorevole, che sono in grado di non rispettare nessun patto. Antonio Bardellino aveva cresciuto Sandokan e tutti gli altri capi dell’organizzazione e i suoi delfini gli fingevano rispetto. Sandokan usò le spigolosità della diplomazia camorristica per raggiungere il suo scopo che avrebbe potuto realizzasi solo facendo scoppiare una guerra interna al sodalizio. Come racconta il pentito Carmine Schiavone, i due boss pressarono Antonio Bardellino per farlo ritornare in Italia e cercare di eliminare Mimì Iovine, fratello del boss Mario Iovine, che aveva un mobilificio ed era formalmente estraneo alle dinamiche di camorra, ma che secondo i due boss aveva per troppe volte svolto il ruolo di confidente dei carabinieri. Per convincere il boss gli avevano raccontato che persino Mario Iovine era disposto a sacrificare suo fratello pur di mantenere ben salto il potere del clan. Bardellino si lasciò convincere e fece ammazzare Mimì mentre stava andando a lavoro nel suo mobilificio. Immediatamente dopo l’agguato, Sandokan e i suoi fecero pressione su Mario Iovine per eliminare Bardellino dicendogli che aveva osato uccidere suo fratello per un pretesto, soltanto per una voce. Un doppio gioco che sarebbe riuscito a mettere contro Mario Iovine il più maturo tra i delfini del boss e il boss stesso, Antonio Bardellino.

I casalesi iniziarono ad organizzarsi. Schiavone avrebbe dato l’appoggio totale per l’eliminazione di ogni residuo bardelliniano. Erano tutti d’accordo i suoi delfini per eliminare il capo dei capi, l’uomo che più di tutti in Campania aveva creato un sistema di potere criminal-imprenditoriale. Il boss fu convinto a spostarsi da Santo Domingo nella villa brasiliana, gli raccontarono la balla che aveva l’Interpol alle costole. In Brasile lo andò a trovare Mario Iovine con il pretesto di mettere a punto i loro affari circa l’impresa di import-export di farina di pesce-coca. Un pomeriggio, Iovine non trovandosi più nei calzoni la pistola, prese una mazzuola, sfondò il cranio di don Antonio e seppellì il corpo in una buca scavata sulla spiaggia brasiliana. Il corpo però non fu mai ritrovato. Eseguita l’operazione, il boss telefonò immediatamente a Vincenzo De Falco per comunicare la notizia e dare inizio alla mattanza di tutti i bardelliniani. Paride Salzillo nipote di don Antonio Bardellino, venne invitato ad un summit tra tutti i dirigenti del cartello casalese.

Racconta sempre il pentito Carmine Schiavone che lo fecero sedere al tavolo e poi d’improvviso Sandokan gi disse: “Guarda tuo zio è morto in Brasile e mo’ farai la stessa fine pure tu”. Ammazzano persone solo perché hanno relazioni con personaggi collegabili ai clan: come Liliano Diana che si era fidanzato con una figlia di un boss, oppure Genovese Pagliuca che era fidanzato con una ragazza di cui si era innamorata in modo saffico una amante di Bidognetti. E hanno fatto vivere nel terrore questo territorio come in una guerra civile. In una telefonata presente nelle carte processuali è scritto: “Poi dicono che a Casale stanno facendo tutti le porte di ferro, pure le botteghelle, le bancarelle, stanno tutti a fare le porte di ferro, dicono che Pucci il fabbro ha fatto seicento milioni di ferro”. In questi territori, gran parte di coloro che sono vicini agli affari dei clan non lo dichiara pubblicamente ma porta avanti la tesi che la camorra sono solo coloro che sparano, solo il segmento militare.

Restano fuori dal carcere Michele Zagaria e Antonio Iovine. I due capi. Anche loro condannati in via definitiva, ma ancora latitanti da oltre tredici anni. E’ Michele Zagaria il capo che con Sandokan, ora condannato definitivamente, smetterà di essere vicerè e diventerà re, almeno fin quando resterà libero. L’uomo del cemento. Il clan Zagaria infatti – secondo le accuse – è riuscito persino a lavorare per il Patto Atlantico edificando la centrale radar posta nei pressi del Lago Patria, punto fondamentale per le attività militari Nato nel Mediterraneo. Michele Zagaria che non vuole sia sparso sangue nel suo paese natale di Casapesenna, che ha pagato le feste patronali riuscendo a far venire artisti di caratura nazionale, che gestisce il ciclo del cemento in molte zone d’Italia- dall’Emilia Romagna all’Umbria sino alla Toscana- ha fatto consegnare in galera in fratelli Pasquale, Carmine e Antonio. Hanno piccole pene da scontare, tutte sotto i dieci anni e una solida strategia: una volta scontata la pena comanderanno loro i Casalesi, facendo soprattutto affari legali e internazionali. E se nel frattempo qualcuno ucciderà o penserà di ostacolare Michele, i suoi fratelli in galera saranno la sua assicurazione sulla vita. Appena gli accadrà qualcosa, hanno l’ordine di pentirsi riuscendo a far immediatamente incarcerare i loro rivali.

Per evitare di essere beccato, Michele Zagaria non ha messo su famiglia, visto che i capi che lo hanno preceduto sono stati arrestati usando il punto debole di mogli e figli. Ha fatto la latitanza persino in una chiesa, un posto dove i poliziotti non andrebbero mai a controllare. Lo Stato cerca Zagaria e Iovine (o li dovrebbe cercare) da molto tempo. Eppure difficilmente i capi operativi possono stare troppo lontano dal loro territorio. Zagaria e Iovine continuano a vivere in una manciata di chilometri, nei loro paesi di non più di 20mila abitanti, con una rete di appoggio che rende impossibile che vengano arrestati. Antonio Iovine, detto o’Ninno per il suo viso da bambino e per essere divenuto capo già da ragazzino, è l’altro reggente, legato a doppio filo a Sandokan. Quindi il suo ruolo potrebbe essere messo in crisi dall’uscita degli Schiavone dal vertice del clan. Il Ninno è potente sulla piazza di Roma, è stato proprietario della discoteca più prestigiosa della capitale e inserito nel settore dell’edilizia e del turismo. Il suo clan aveva escogitato uno strumento infallibile per trasportare coca: usavano le macchine dei vigili urbani di San Cipriano d’Aversa e i vigili stessi come corrieri.

Il ruolo dei reggenti latitanti è fondamentale per il nuovo asse cemento, rifiuti, centri commerciali, investimenti all’estero e la loro libertà permette al clan di dimostrare un’impunità continuativa per le nuove generazioni di affiliati. La chiusura del processo è anche il successo autentico di quei magistrati e quegli uomini della polizia, dei carabinieri, della guardia di finanza che in uno dei territori più inquinati e infiltrati, sono riusciti a non farsi corrompere. Che hanno creduto nel loro dovere e mestiere fosse necessario in un contesto dove tutti sono amici di tutti, dove i parenti divengono il vincolo per fare qualsiasi cosa, per avere carriere spianate o distrutte, dove il sangue viene prima di ogni scelta e di ogni coscienza. Dove dalle farmacie ai centri commerciali, dalle squadre di pallone ai giornali, dalle cave ai ristoranti, la presenza dei clan è oppressiva. In situazioni simili, fare bene il proprio mestiere è qualcosa che sa di resistenza, non solo di deontologia.

Qui si va oltre le ore di lavoro, si sente che attraverso il proprio impegno si gioca il destino di un paese. Non bisogna mai dimenticare che non si tratta solo di imprenditori senza regole, furbi e di talento, ma soprattutto di uomini feroci e spietati. Spesso pensano di ammazzare per niente, come racconta il pentito Dario de Simone: “Walter Schiavone voleva ammazzare Zagaria perché avrebbe detto che Walter non sa sparare” oppure Di Bona, altro pentito: “Michele Zagaria con il kalashnikov aveva dato tanti di quei colpi alla testa di De Falco che schizzavano in alto e fuori dal finestrino dall’abitacolo della macchina pezzi del cuoio capelluto di De Falco”.

Spartacus: un nome che non è stato scelto a caso ma si riferisce proprio a Spartaco, il gladiatore tracio che nel 73 avanti Cristo insorse con un pugno di uomini contro Roma, riuscendo, partendo dalla scuola gladiatoria di Capua, a raccogliere nella sua insurrezione schiavi, liberti, gladiatori d’ogni parte del meridione. Non era mai successo nella storia giudiziaria internazionale che un processo avesse il nome di un ribelle gladiatore, di un uomo che sfidò quella che nel mito del diritto mondiale è l’assoluta capitale e simbolo: Roma. Spartacus è stato chiamato questo processo, con l’idea che il diritto potesse liberare queste terre schiave del potere dei clan e dell’imprenditoria criminale. Con il sogno che un processo potesse divenire la sollevazione legale di un territorio laddove la vera insurrezione, la vera rivoluzione in questo territorio è la possibilità di agire legalmente, senza sotterfugi, alleanze, parenti, appalti truccati e aziende dopate dal mercato illegale. In questi momenti viene voglia di parlare, a rischio di esser presi per matti, romantici, o mistici, con chi è morto. Solo i morti, dice Platone, hanno visto la fine della guerra. Ma noi, che morti non siamo, non ci daremo pace, convinti che sia possibile combattere e sconfiggere l’economia criminale.

© 2009 Roberto Saviano
Published by arrangement with Roberto Santachiara Literary Agency

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