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Acqua S.p.A


Dal sito: comunivirtuosi.org

Giù le mani dall’acqua del sindaco. Dal Piemonte alla Sicilia, nell’Italia bastonata dalla crisi è nata una nuova resistenza, contro la privatizzazione dei servizi idrici. Una resistenza che parte dal basso e contesta non solo il Governo, ma il Parlamento, che il 6 agosto, mentre il Paese era in vacanza, ha approvato una norma-bomba (unica in Europa) con il “sl” dell’opposizione. Non se n’è accorto quasi nessuno: quel pezzo di carta obbliga i Comuni a mettere le loro reti sulmercato entro il 2010, e ciò anche quando i servizi funzionano perfettamente e i conti tornano. Articolo 23 bis, legge 133, firmata Tremonti. La stessa che privatizza mezza Italia e ha provocato la rivolta della scuola. Leggere per credere.

Ora i sindaci hanno letto. Quelli di destra e quelli di sinistra. E subito hanno mangiato la foglia. «Ci avete già tolto l’Ici. Se ci togliete anche questo, dicono, che ci rimane?» La partita è chiara: non è solo una guerra per l’acqua, ma per la democrazia. Col 23 bis essi perdono contemporaneamente una fonte di entrate e la sorveglianza sul territorio. Il federalismo si svuota di senso. Il rapporto con gli elettori diventa una burla. Lo scenario è inquietante: bollette fuori controllo, e i cittadini con solo un distante “call center” cui segnalare soprusi o disservizi. Insomma, l’acqua come i telefonini: quando il credito si esaurisce, il collegamento cade.

La storia parte da lontano, nel 2002, con una legge che obbliga i carrozzoni delle municipalizzate a snellirsi, diventare S.p.a. e lavorare con rigore. L’Italia viene divisa in bacini idrici, i Comuni sono obbligati a consorziarsi e le bollette a includere tutti i costi, che non possono più scaricarsi sul resto delle tasse. Anche se i Comuni hanno mantenuto la maggioranza azionaria, nelle ex municipalizzate son potute entrare banche, industrie e società multinazionali. Ma quella che doveva essere una rivoluzione verso il meglio si è rivelata una delusione. Nessuno rifa gli acquedotti, le reti restano un colabrodo. Il privato funziona peggio del pubblico, parola di Mediobanca, che in un’indagine recente dimostra che le due aziende pubbliche milanesi, Cap ed Mm hanno le reti migliori d’Italia e tariffe tra le più basse d’Europa.

Col voto del 6 agosto si rompe l’ultima diga. L’acqua cessa di essere diritto collettivo e diventa bisogno individuale, merce che ciascuno deve pagarsi. Questo spalanca scenari tutti italiani: per esempio i contatori regalati ai privati (banca, industria o chicchessia che incassano le bollette), e le reti idriche che restano in mano pubblica, con i costi del rifacimento a carico dei contribuenti. Insomma, la polpa ai primi e l’osso ai secondi. Il peggio del peggio. È contro questo che si stanno muovendo i sindaci d’Italia; a partire da quelli della Lombardia, che la guerra l’hanno cominciata prima degli altri.

È successo che centoquaranta-quattro Comuni attorno a Milano han fatto muro contro la giunta Formigoni, la quale già nel 2006 aveva anticipato il 23 bis con una legge che separava erogazione e gestione del servizio. Quasi sempre all’unanimità, destra, sinistra e Lega unite, i consigli comunali hanno chiesto un referendum per cancellare l’aberrazione; e proprio ieri, dopo una lotta infinita e incommensurabili malumori del Palazzo, davanti al muro di gomma della giunta che apponeva alla legge solo ritocchi di facciata, hanno dichiarato di non recedere in alcun modo dalla richie-sta di una consultazione popolare lombarda.

«Si va allo scontro, non abbiamo scelta» spiega Giovanni Cocciro, iperattivo assessore del Comuni-capofila di Cologno Monzese, e delinea il futuro della rete in mano privata. «Metti che i contatori passino a una banca, e questa stacchi l’acqua a un condominio che non paga. Il sindaco, per questioni sanitarie, deve garantire il servizio minimo ma, non potendo più ordinare la riapertura del rubinetto, può solo intervenire con autobotti, con acqua che costa tremila volte di più… Per non parlare dei problemi di ordine pubblico che ricadono sul Comune se la gente perde la pazienza».

Nei bar di Cologno, per ripicca, hanno messo l’etichetta all’acqua di rubinetto e ti dicono che le analisi l’hanno dichiarata all’altezza delle più blasonate minerali. Al banco la gente chiede “acqua del sindaco” rivendicandola come diritto, non come merce. E un po’ dappertutto, attorno a Milano, crescono le “case dell’acqua”, dove il bene più universale viene distribuito gratis, rinfrescato e con bollicine, in confortevoli spazi alberati dove la gente può sedersi e chiacchierare. Un “water pri-de” in salsa lombarda, che ora sta contagiando anche il Piemonte.

Premane in Valsassina, in provincia di Lecco, è un comune di montagna a maggioranza leghista già assediato da privati in cerca di nuove centraline idroelettriche, e sul tema dell’acqua ha i nervi scoperti. «Nel servizio idrico solo la gestione pubblica può garantire equità all’utente» sottolinea con forza Pietro Caverio, che ha firmato la protesta dei 144 Comuni.

Segnali di insofferenza arrivano da tutto il Paese; situazioni paradossali si moltiplicano. Sentite cos’è accaduto a Firenze. Il Comune ha accettato di fare una campagna per il risparmio idrico e un anno dopo, di fronte a una diminuzione dei consumi, ecco che la “Publiacqua” manda agli utenti una lettera dove spiega che, causa della diminuita erogazione, si vede costretta ad alzare le tariffe per far quadrare i conti. Ovvio: il privato lo premia lo spreco, non il risparmio. L’unica cosa certa sono i rincari: ad Aprilia in Lazio sono scattati aumenti del trecento per cento e un conseguente sciopero delle bollette che dura tuttora contro la società “Acqualatina”. Stessa cosa a Leonforte, provincia di Enna, paese di pensionati in bolletta.

A Nola e Portici, nel retroterra napoletano, la società “Gori” ha quasi azzerato la pressione in alcuni condomini insolventi, senza avvertire il sindaco; e lavoratori della ditta han-no impedito ai partigiani dell’acqua pubblica di tenere la loro assemblea. A Frosinone gli aumenti sono stati tali che il Comitato di vigilanza è dovuto intervenire e alzare la voce per ottenere la documentazione nei tempi previsti. Più o meno lo stesso a La Spezia, che ha le bollette più care d’Italia. Per non parlare di Arezzo, dove la privatizzazione si sta rivelando un fallimento.

L’Acquedotto pugliese, dopo la privatizzazione, si è indebitato con banche estere finite nelle tempeste finanziarie globali. A Pescara, da quando è scattato il regime di S.p.a., s’è scoperto un grave inquinamento industriale della falda e la magistratura ha fatto chiudere l’impianto.

A Ferrara il regime di privatizzazione è coinciso col trasferimento a Bologna del laboratorio di analisi, con conseguente allentamento dei controlli in una delle zone più a rischio d’Italia, causa la falda avvelenata del Po. Ma se già ora la situazione è così grave, ci si chiede, cosa accadrà col “23 bis”? Sessantaquattro ambiti idrici territoriali, sui 90 in cui è compartimentata l’Italia, tengono duro, rimangono pubblici, e organizzano laddove possibile la difesa contro i compratori dell’acqua italiana. Ma è battaglia tosta: l’acqua è il business del futuro. Consumi in aumento e disponibilità in calo, quindi prezzi destinati infallibilmente a salire. Conseguenza: nelle rimanenti 26 S.p.a. miste le pressioni sulla politica sono enormi, tanto più che nei consigli di amministrazione il pubblico è rappresentato da malleabili politici inpensione, e il privato da vecchie volpi capaci di far prevalere il profitto sulla bontà del servizio.

Dai 26 ambiti che hanno accettato la privatizzazione sono cresciuti intanto quattro colossi: l’Acea di Roma che ha comprato l’acqua toscana; l’Amga di Genova che s’è alleata con la Smat di Torino e ha dato vita all’Iride; la Hera di Bologna che cresce in tuttalaPadania; laÀ2Ana-ta dalla fusione dell’Aera milanese e dell’Asm bresciana. In tutte, una forte presenza di multinazionali come Veolia e Suez, banche, imprenditori italiani d’assalto, e una gran voglia di crescere sul mercato. «Ormai il sistema idrico non segue più la geografia delle montagne ma quella dei pacchetti azionari» dice Emilio Molinari, leader nazionale dei comitati per il contratto mondiale per l’acqua. Il che porta sorprese a non finire. Del tipo: il Fondo pensioni delle Giubbe Rosse canadesi che entra nella Hera e quello delle vedove scozzesi che trova spazio all’interno dell’Iride. E colpi di scena politici: l’Acea guidata a suo tempo dal sindaco Veltroni mette le mani sull’acqua toscana, costruendo nel Centro Italia un potentissimo polo dell’acqua”rossa”,ma poi ti arriva Alemanno a sparigliare i giochi, e l’acqua di una regione di sinistra oggi è in mano alla destra.

Anni fa a Firenze sarebbe successo il putiferio. Oggi tutto tace. Motivo? Lo spiega la Commissione Antitrust, che già nel 2007 ha individuato nei quattro attori forti i pilastri di una situazione di oligopolio. C’è un cartello, che ora è pronto a comprarsi tutto il mercato proprio grazie al “23 bis”. Dietro alle Quattro Sorelle esiste lo stesso intreccio finanziario e lo stesso collegamento, rigorosamente bipartisan, con i partiti. I quali, difatti, il 6 agosto hanno votato inperfetta unanimità. Per questo i sindaci si sentono truffati. «L’acqua è il nuovo luogo del-l’inciucio» ti dicono al bar di Cotogno Monzese.

Quando i comitati per l’acqua pubblica, sparsi in tutt’Italia, hanno raccolto 400 mila firme e depositato in parlamento nel luglio 2007 una proposta di legge di iniziativa popolare, sia sotto il governo Prodi che sotto quello di Berlusconi non s’è trovato uno straccio di relatore, nemmeno d’opposizione, capace di esaminare e illustrare la volontà dei cittadini cosi massicciamente espressa. La melina del palazzo sul tema dell’acqua è trasparente, cristallina.

Con l’acqua che diventa un pacchetto azionario, c’è anche il rischio che un bene primario della nazione passi in mani altrui, nel gioco di scatole cinesi della finanza. In Inghilterra è accaduto: le bollette si pagano a una società australiana, che ha triplicato le tariffe. Vuoi protestare per un guasto? Rivolgiti a un operatore agli antipodi. Può capitare anche qui. Ormai niente isola più l’acqua dai fiumi avvelenati delle finanze che affondano l’economia mondiale, e in molti Paesi si sta correndo ai ripari. Persino in Francia, che pure è la sede delle multinazionali Suez e Veolia che comprano l’acqua italiana. «Torniamo all’acqua pubblica», proclama il sindaco di Parigi Delanoe, che impernia su questo la campagna elettorale per la riconferma. Anche lì si rivuole l’acqua del sindaco. E che dire della Svizzera e degli Stati Uniti, i Paesi della Nestlé e della Coca-Cola che imbottigliano fonti italiane. Non sono mica scemi: l’acqua è protetta come fattore strategico e tenuta ben fuori dal mercato.

Ormai si stanno muovendo tutti, anche la Chiesa. I vescovi di Brescia e Milano sono intervenuti proclamando il concetto del pubblico bene. La conferenza episcopale abruzzese ha messo per iscritto che l’accesso all’acqua«è un diritto fondamentale e inalienabile». In Campania è battaglia dura e la difesa dell’acqua si intreccia nel modo più perverso con gli interessi della camorra e l’affare della monnezza. Al Nord, in piena zona leghista, sindaci come Domenico Sella (Mezzane, nella pedemontana veronese) deliberano che l’acqua è cosa loro, ed è il perno del rapporto con i cittadini. «Se xe una perdita, la gente me dama, e mi fasso subito riparar». Più chiaro di così.

Sul territorio sinistra e destra parlano ormai la stessa lingua. Nelle Marche il presidente della provincia di Ascoli Massimo Rossi (Rifondazione) spiega che «non si può imporre la privatizzazione». E sempre ad Ascoli Paolo Nigrotti, An, presidente della società di gestione (tutta pubblica), una delle migliori del Paese, osserva che «laprivatizzazio-ne non è stata gran che in Italia» e va applicata solo là dove serve. La qualità costa, ma la può garantire anche un pubblico responsabile.

Nel Friuli-Venezia Giulia, l’ex presidente della provincia di Gorizia Giorgio Brandolin, uno che ha resistito alle pressioni privatrizza-trici della Regione e ha messo insieme una S.p.a pubblica tutta goriziana che da due anni e mezzo gestisce la rete in modo impeccabile ora si ritrova capofila dei movimenti anti “23 bis”. In Puglia, 38 Comuni e due Province (Bari e Lecce) hanno formato un robusto pacchetto di mischia per la ripubblicizzazione e chiedono a Niki Vendola una legge regionale che definisca l’acqua «bene privo di rilevanza economica».

Ragusa e Messina battono la stessa strada. A Parma è scesa in piazza pu-re la gioventù italiana della Destra di Storace. Succede che di fronte alla bolletta, la gente, toccata nel portafoglio, sta ripescando un concetto passato di moda, quello di bene comune. Nell’acqua il cattolico vede la vita e il battesimo; il nazionalista un bene non alienabile agli stranieri; il leghista l’autogoverno del territorio. Altri vi trovano il benessere, il dono ospitale, la pulizia e la sanità. «Tutti sentono l’acqua come l’ultima trincea» ammette Rosario Lembo, segretario del Contratto per l’acqua. Tutti vi scoprono un simbolo potente, e quel simbolo è capace di rompere i giochi del Palazzo con nuove alleanze.

Giuseppe Altamore, autore di bei libri-inchiesta sul tema, come “Acqua S.p.a.”, osserva che «il vero dramma è la mancanza di un’authority capace di affrontare l’emergenza di un Paese dove un abitante su tre non ha accesso all’acqua potabile». Quattro ministri se ne occupano, ma intanto nessuno pone rimedio a perdite spaventose e nessuno mette in sicurezza le falde avvelenate. Per esempio l’arsenico oltre il limite a Grosseto e Velletri. E poi il fluoro, i cloriti, i tria-lometani… Servono formidabili investimenti, o la rete va al collasso».

Fonte: www.repubblica.it

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