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Arrivederci alla prossima tragedia?

di Andrea Bertaglio – www.decrescitafelice.it

A pochi giorni dal terremoto in Abruzzo, senza mai dimenticare o lasciare da parte il dolore di chi ha perso parenti, amici o la casa, è necessario stabilire con chiarezza se tale tragedia era almeno in parte evitabile. O per lo meno capire se, una volta tanto, è possibile attribuire una qualche responsabilità nell’ex Bel Paese, prima che riflettori e telecamere si spostino altrove, incanalando l’attenzione pilotata dell’opinione pubblica sul prossimo scoop, in modo da permettere ai tg nazionali di dimostrare quanta “audience” e quanto “share” hanno ottenuto (come ha di recente e vergognosamente fatto il tg1).

Parliamo per esempio de L’Aquila, dove la già difficile situazione è stata resa ancora peggiore dal fatto che l’ospedale San Salvatore, dopo le scosse di terremoto, è stato dichiarato dal responsabile della Asl, Roberto Marzetti, inagibile al 90%. Un ospedale inaugurato nel 2000. Come è possibile che un edificio talmente giovane, costruito di proposito per curare feriti e fronteggiare emergenze e che quindi dovrebbe essere l’ultimo a crollare, si sia accartocciato su se stesso alle prime scosse? Chi c’è dietro alla costruzione di un tale castello di sabbia?

A quanto pare l’impresa che ha costruito l’ospedale abruzzese è la stessa che fu coinvolta nello scandalo dei rifiuti in Campania, la stessa che ha in mano i cantieri sempre più costosi delle linee TAV, nonché quello eterno della famigerata autostrada “Salerno – Reggio Calabria” (per la quale è stato richiesto ed ottenuto un prolungamento della consegna dei lavori di altri tre anni), ma soprattutto la stessa che si dovrebbe occupare della costruzione del ponte sullo stretto di Messina (una delle zone a maggior rischio sismico d’Italia) e, ancor meglio, delle future centrali nucleari italiote: la Impregilo S.p.A.

Impregilo, un nome noto alle cronache non solo per scandali come il già citato business dei rifiuti campani e della conseguente costruzione-lampo di inceneritori come quello di Acerra, ma anche per numerosi atti di corruzione e concussione che hanno visto inquisiti i diversi amministratori delle società del gruppo.

Persino al di fuori dell’Italia, in particolare nei paesi dell’America latina e dell’Africa, Impregilo, in qualità di capogruppo, è stata coinvolta e citata in giudizio rispetto a reati riguardanti l’ambiente e la salute delle popolazioni locali.

Ma torniamo a L’Aquila. Secondo Giampaolo Frant, direttore dell’ufficio stampa della Impregilo, la struttura del San Salvatore è stata costruita da altri soggetti, di cui egli addirittura ignora l’identità, e la sua ditta l’ha semplicemente messo in funzione dopo aver vinto un appalto nel 1991. Stando alle affermazioni del Frant, la sua ditta aveva solo il compito di “realizzare gli impianti sussidiari: pavimenti, bagni, impianti elettrici e meccanici, mobili, opere di cintura”.

E allora, se chi ha “messo in funzione” l’ospedale non ha nessuna responsabilità, chi ne ha? Come è possibile attribuire una qualunque responsabilità, quando la costruzione dell’ospedale ha avuto inizio nel 1967? Un edificio che neppure compariva nelle mappe catastali e che quindi non poteva nemmeno essere aperto!

E, al di là di questo, è ancora accettabile che un ospedale crolli mentre villini costruiti semplicemente con criteri antisismici siano tuttora in piedi, in mezzo alle macerie?

È possibile pensare ancora di poter creare posti di lavoro con assurdi “piani casa”, quando lo stesso lavoro, e per molte più persone, sarebbe creato nel momento in cui si volessero mettere a norma (o almeno in sicurezza) la maggioranza degli edifici italiani (se non addirittura renderli efficienti dal punto di vista energetico)?

L’Impregilo afferma sulle pagine del suo sito che “l’applicazione dei più elevati standard, la fornitura delle attrezzature più complete e sofisticate per la cura delle diverse patologie, la realizzazione di strutture secondo i più esigenti parametri di confort ed igiene, fanno di IMPREGILO EDILIZIA e SERVIZI un punto di riferimento nell’ambito dell’edilizia sanitaria. In questo settore la società ha realizzato sia in Italia che all’estero importanti e moderni complessi ospedalieri” tra i quali, appunto, il San Salvatore de L’Aquila, e che “l’attività di costruzione di ospedali è da tempo una vocazione di Impregilo, che è, da molti anni, in grado di fornire ospedali chiavi in mano”. Allora sembrerebbero non esserci dubbi sulle responsabilità da attribuire al crollo di un ospedale di nemmeno dieci anni d’età.

In realtà di dubbi non ce ne sono affatto, nell’Italia del cemento, nell’Eldorado del consumo di territorio.

Nella sopra citata “Salerno – Reggio Calabria”, secondo le affermazioni del magistrato Luigi De Magistris, ci sono tratte in cui il limite massimo di velocità e di 80 km/h perché i pilastri sono stati costruiti con meno calcestruzzo rispetto a quello previsto dalla legge.

Il fatto è che il problema va ben oltre Impregilo, in Italia. Il problema è lo stesso “mercato del cemento“, sul quale è stata fondata la nostra economia e, forse, la nostra.

Il problema sta nell’equazione meno sabbia, meno cemento, più appalti. Sta in un sistema pseudo-capitalistico che per ridurre i costi (e vincere gli appalti) riduce al massimo anche la sicurezza.

Sta nelle affermazioni di Roberto Saviano, che nel suo celebre libro “Gomorra”, a pag 236 afferma “Io so e ho le prove. So come è stata costruita mezz’Italia. E più di mezza. Conosco le mani, le dita, i progetti. E la sabbia. La sabbia che ha tirato su palazzi e grattacieli. Quartieri, parchi, ville. A Castelvolturno nessuno dimentica le file infinite dei camion che depredavano il Volturno della sua sabbia. Camion in fila, che attraversavano le terre costeggiate da contadini che mai avevano visto questi mammut di ferro e gomma. Erano riusciti a rimanere, a resistere senza emigrare e sotto i loro occhi gli portavano via tutto. Ora quella sabbia è nelle pareti dei condomini abruzzesi, nei palazzi di Varese, Asiago, Genova.”

Il problema. Sono gruppi come Impregilo o è questo Paese in generale, con la sua innata predisposizione a fare affari sporchi da una parte e a girarsi facendo finta di non vedere e soprattutto di non sentire dall’altra? Le responsabilità. Sono più di chi cerca di lucrare anche laddove non si dovrebbe, o di chi continua a far finta di niente, di chi si accontenta di dire che “le cose vanno così, in Italia”, o che si preoccupa solo del suo orticello, forse inconsapevole del fatto che ha anch’esso i giorni contati?

Andrea Bertaglio, Fonte: Terranauta.it

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