Home > Dove soffia il vento del Messico

Dove soffia il vento del Messico

 di Vittorio Sergi

Pubblichiamo un estratto dal libro «Il vento dal basso. Nel Messico della rivoluzione in corso», di Vittorio Sergi, uscito in questi giorni per i tipi della Edit [275 pagine, 16 euro], con una prefazione di John Holloway, l’autore di «Cambiare il mondo senza prendere il potere»

A quindici anni di distanza dall’alba del primo gennaio 1994 non si è ancora spenta nel mondo la risonanza dell’insurrezione contadina ed indigena scoppiata nell’angolo più invisibile del Messico. Un fatto d’armi relativamente piccolo per la misura tragica della storia del ventesimo secolo, ha aperto una crepa nei discorsi e nelle rappresentazioni del sistema sociale capitalista che all’epoca celebrava uno dei suoi grandi successi, uno degli ultimi del secolo scorso: il trattato di libero scambio tra Canada, Stati Uniti e Messico. Nel giro di alcuni anni le crepe crebbero, l’insorgenza zapatista apparve non soltanto come una crisi locale ma come il sintomo di una crisi globale di legittimità dell’intero sistema di dominazione. L’emergenza del neo-zapatismo segnò un punto di non ritorno strettamente legato con l’apertura di un nuovo ciclo di lotte anti-sistemiche globali che hanno attraversato in maniera trasversale le geografie politiche ed umane del pianeta. Oggi i territori da cui quella rivolta lanció il suo messaggio in tutte le direzioni non sono per nulla pacificati, le lotte contro la guerra, contro il razzismo e l’invisibilità, contro il patriarcato, contro il sistema neoliberale e per i beni comuni non sono arrivate ad una soluzione ma sembrano anzi prossime ad intensificarsi in un nuovo ciclo. Il campo di lotta è aperto, ed anzi il conflitto sociale si è intensificato negli ultimi anni in tutto il Nord e Centroamerica. Anche il movimento zapatista che è stato per dieci anni il più visibile ed influente movimento sociale nel suo paese, ha attraversato la fine di un ciclo ed ha affrontato una trasformazione. (…)
Con la pubblicazione nel giugno 2005 della “Sesta Dichiarazione della Selva Lacandona” essi hanno proposto una ri-attualizzazione delle loro rivendicazioni ed hanno iniziato a produrre nuove ipotesi politiche ed organizzative nel contesto di un paese gravemente in crisi con l’intento di coinvolgere altre esperienze politiche radicalmente anti-capitaliste. Si tratta di forme di autogestione locale in contesti urbani, rurali, cooperative, organizzazioni indigene e singole associazioni, movimenti per il rispetto delle diversità sessuali, settori radicali delle chiese e movimenti di studenti di vario ordine e grado. Inoltre, e questo riguarda direttamente l’EZLN, dal 1994 è iniziato un nuovo ciclo di attività delle strutture politico-militari che uniscono la preparazione per azioni di lotta armata e di vera e propria guerriglia con il radicamento territoriale e la capacità di autogestione. E’ questo il quadro generale in cui è necessario provare a disegnare un’analisi d’insieme delle principali produzioni teoriche e delle pratiche che stanno determinando uno scontro sociale sempre più profondo e diretto ad un cambiamento strutturale della società . (…)
Gli anni ’80 videro la gestazione del progetto neoliberale, come risposta delle élites messicane rappresentante nel PRI alle pressioni che il sistema dell’economia globalizzata stava iniziando ad esercitare sull’ibrido sistema corporativo messicano. Allo stesso tempo avvenne il riflusso dei movimenti armati sotto i colpi della repressione di Stato ma anche la crescita di movimenti contadini ed indigeni che esploderanno negli anni ’90 insieme a un nuovo ciclo di guerriglie a livello nazionale i cui principali esponenti saranno l’EZLN dal 1994 e l’EPR dal 1996. Infatti nel 1995, dopo una difficile fase di riorganizzazione in seguito alla uccisione e detenzione di numerosi membri della direzione, il PROCUP-UP cambiò forma e nome e divenne il Partito Democratico Popolare Rivoluzionario (PDPR) a cui dal 1996 risponde l’Esercito Popolare Rivoluzionario (EPR) .(…)
Dopo le prime settimane di fuoco, l’EZLN non ha affrontato un conflitto aperto bensì una lunga guerra di logoramento che ha comunque prodotto migliaia di morti e di profughi. In questo conflitto come abbiamo visto sebbene l’aspetto politico e comunicativo sia stato fondamentale, altrettanto importanti sono gli aspetti militari e strategici. Se da una parte l’ azione degli zapatisti è stata caratterizzata da una forte esposizione pubblica e mediatica, e sia stato oggetto di ricerche e analisi da parte di numerosi giornalisti e ricercatori l’ “Organizzazione”, come le basi d’appoggio indigene chiamano l’EZ, rimane un soggetto opaco difficile da conoscere e da interpretare. Le informazioni tanto rispetto alla composizione tecnica, alle strategie di scontro quanto alla relazione tra i suoi metodi militari e il progetto politico, vennero inizialmente veicolate dalle interviste, nella gran parte con il Subcomandante Marcos. Sulla natura ed il suolo dell’organizzazione armata gli zapatisti non hanno mai voluto fornire dettagli. Successivamente sono stati pubblicati numerosi testi sul movimento, ma solo alcuni hanno approfondito efficacemente il rapporto tra la politica e gli aspetti militari dell’EZ. Le cifre rispetto al numero dei guerriglieri sono altamente imprecise, quello che è certo è che attorno ad un nucleo di alcune centinaia uomini e donne combattenti a tempo pieno e ben addestrati chiamati insurgentes (insorti), si struttura una rete più ampia di alcune migliaia di persone, chiamate milicianos (miliziani) che ricevono periodicamente un addestramento militare e dipendono da un ufficiale comandante ma vivono e lavorano nelle loro comunità. Tutte le persone che sostengono in maniera attiva l’organizzazione, con contributi economici, lavoro volontario, compiti tecnici o politici sono chiamate (bases de apoyo) basi di appoggio e si organizzano nelle istituzioni civili del movimento zapatista: municipi, regioni, zone ed i centri politici ed amministrativi di ogni zona, i Caracoles.(…)
Da giugno del 2006 dunque la città di Oaxaca e numerosi municipi nelle 12 regioni dello stato, dal Pacifico al Golfo del Messico sono stati in mobilitazione permanente attraverso cortei, blocchi stradali, assemblee. Il blocco delle strade, soprattutto attraverso le barricate sorte un pò dovunque, è stata la forma di lotta che si è generalizzata nelle zone rurali e urbane. Nella città di Oaxaca grazie alle barricate sorte un pò ovunque soprattutto nel centro e negli incroci principali del capoluogo, per mesi le attività di governo e di polizia sono state di fatto bloccate. Attorno ai blocchi stradali ed alle barricate si è verificata una intensa partecipazione popolare, di persone di ogni età, che ha visto un coinvolgimento anche delle classi medie impoverite, motivate anche dal carisma e dall’autorevolezza del movimento magisteriale. Le principali rivendicazioni sono state lo scioglimento dei poteri statali, la rinuncia di Ulises Ruiz Ortiz e la liberazione dei prigionieri politici. L’oligarchia al potere in sostegno alla la classe politica priista con il consenso delle grandi associazioni di imprenditori hanno risposto con la totale chiusura. A settembre il segretario del governo federale Carlos Abascal ha tentato di rompere l’unità dei maestri della sezione 22 coinvolgendo i dirigenti Enrique Rueda Pacheco e Flavio Sosa, membri della direzione collettiva della APPO, in una negoziazione sulla fine dello sciopero degli insegnanti. Infatti per tutta la durata della protesta, da maggio ad ottobre, praticamente tutte le scuole dello stato sono rimaste chiuse. Mentre in tutto il paese a settembre sono riprese le lezioni, Oaxaca era uno stato semi paralizzato dalle barricate e dagli scioperi. La trattativa è riuscita a cooptare una parte della dirigenza nell’accordo formale sulla ripresa delle lezioni il 30 ottobre. Ma le basi non hanno rispettato l’accordo ed hanno disobbedito alla dirigenza così tanto il blocco delle lezioni come l’occupazione dell’Università sono continuati. La polizia ministeriale, ovvero la polizia politica del governatore ed i gruppi paramilitari del PRI hanno attaccato ripetutamente le manifestazioni e le barricate della APPO nel tentativo di far precipitare lo scontro nella violenza. Il 27 ottobre durante un attacco paramilitare contro delle barricate della APPO nel sobborgo di Santa Lucia del Camino, Bradley Will, giornalista di Indymedia New York è stato ucciso a colpi di arma da fuoco da alcuni militanti del PRI. Il governo federale ha colto il pretesto per intervenire direttamente con l’argomento della necessità di ristabilire lo stato di diritto. Ad una intensa campagna mediatica condotta dalle reti televisive nazionali di Televisa e Tv Azteca, è seguito l’intervento della Polizia Federale Preventiva che ha occupato con più di 6000 uomini la città iniziando a sgomberare le barricate e cercando di soffocare il movimento con un intervento a senso unico. Mentre la polizia occupava la città, e la APPO decideva di non opporre una resistenza frontale, le bande paramilitari e i responsabili di numerose aggressioni a civili non venivano né arrestate né disarmate e continuavano le intimidazioni e gli attacchi diretti sulla popolazione. La maggiore resistenza si è svolta il 2 novembre, attorno all’Università Autonoma Benito Juarez dove la polizia pretendeva di entrare e smantellare le ultime barricate e la radio occupata. Migliaia di persone, giovani e abitanti dei quartieri periferici hanno respinto il tentativo della PFP di occupare il campus durante un pomeriggio di scontri violentissimi.(…)
L’affermazione del simbolo del passamontagna come rifiuto e detournement della condizione di invisibilità storica e sociale evidenzia come anche le democrazie formali nel sistema politico ed economico del capitalismo contemporaneo servano a normare la funzione discriminatoria di dispositivi di esclusione sociale attorno alla disgiuntiva conformità-marginazione.
L’esperienza del neo zapatismo oggi parla direttamente alle moltitudini che ricercano la possibilità di sviluppare un “fare creativo” come critica al lavoro alienato. Quelle stesse moltitudini che attraverso diverse prassi sociali si oppongono alla espropriazione organizzata dal capitalismo neoliberale di ogni forma di bene collettivo, compresa la cooperazione sociale. Esistono oggi, in forma trasversale e disseminata rispetto alle “località” collegate dalla globalizzazione dell’economia, espressioni soggettive e collettive che esprimono il rifiuto verso la trasformazione in valore della vita. Il movimento neo-zapatista dunque, dopo più di quattordici anni di lotta politica a partire dal Messico, rappresenta ancora oggi su scala globale il valore e la possibilità della negazione e della rivolta, contro il tempo e l’ordine sociale. Questo paradossale esercito ribelle spezza ancora oggi la necessità tragica del presente e mantiene aperta la possibiltà di una rivoluzione.

www.carta.org

Potrebbe interessarti

Pubblicato nella radio del Procidano il Consiglio Comunale del 30 aprile 2014

In questo Consiglio: Esame ed approvazione del rendiconto finanziario 2013; Modifiche ed integrazioni Regolamento Consiglio …

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *