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E a Rosarno si è aperto il vaso di Pandora

La rivolta degli immigrati in Calabria: miseria, violenza e disperazione

E a Rosarno si è aperto il vaso di Pandora

di Domenico Naso Bando ai buonismi e alle cose non dette: in Italia esiste la schiavitù. E più precisamente a Rosarno, cittadina di quindicimila abitanti nella piana di Gioia Tauro. Questo piccolo lembo di Calabria ospita ben cinquemila extracomunitari, che ne fanno, secondo un rapporto di Medici senza frontiere, la terza zona in Italia per densità di stranieri in rapporto alla popolazione residente dopo Napoli e Foggia. Ventitré nazionalità diverse per un popolo di disperati che affolla le campagne. Raccolgono agrumi e pomodori, gli immigrati di Rosarno, svolgendo un lavoro massacrante che gli italiani non vogliono più fare. Poco male, se non fosse che le condizioni di lavoro e di vita di questa gente sono ben al di là del limite accettabile in un paese civile. Una giornata lavorativa dura molte ore, troppe. E il compenso non supera mai i 20 euro. E poi, finito il lavoro nei campi, nel buio della campagna calabrese migliaia di immigrati tornano a casa a piedi, affollando le strade come un esercito di zombie. E di casa, in realtà, nemmeno l’ombra, visto che vivono in capannoni industriali in disuso, senza materassi, acqua, luce e gas. Né servizi igienici.

Come se non bastasse, e in realtà basterebbe eccome, a volte passa una macchina piena di giovanotti calabresi che sparano sugli immigrati. E non è razzismo, o almeno non solo. Spesso è una vendetta dovuta al mancato pagamento  dell’obolo richiesto dalla criminalità. Ed è quello che è successo ieri sera. Qualche colpo da una macchina in corsa, un paio di immigrati feriti e poi la rivolta.

Centinaia di extracomunitari si sono riversati per le strade di Rosarno, mettendo a ferro e fuoco la cittadina. Macchine rovesciate e danneggiate, una serata di paura e di violenza. Vetrine infrante e negozi saccheggiati, sembrava il Far West. Sbagliato, sbagliatissimo. Nessun motivo, nemmeno il più valido, giustifica l’uso della violenza. Tantomeno quando a farne le spese è la gente comune, i cittadini che con lo sfruttamento dei lavoratori africani di Rosarno c’entrano davvero poco.

Però il problema esiste, è enorme e forse una conclusione del genere era inevitabile. Anche perché quella di ieri sera non è stata la prima rivolta rosarnese. Ma senza dubbio è stata la più violenta. E allora, in una terra già reietta e maledetta, questi paria dalla pelle nera rappresentano la degenerazione di una società che non riesce a diventare integrata e multietnica. Ed è una coincidenza significativa anche la concomitanza tra la rivolta di Rosarno e la parata di ministri che a Reggio Calabria si impegnavano, giustamente, a investire di più nelle forze dell’ordine dopo la bomba al tribunale della città dello Stretto.

Ma la schiavitù degli africani di Rosarno è un problema che va affrontato con decisione. Perché in uno Stato civile, moderno e democratico, non si può tollerare che migliaia di persone vivano nell’indigenza più totale, senza il minimo di dignità che dovrebbe essere garantita non tanto da leggi, fondi pubblici o piani di integrazione, quanto dalla civiltà di ognuno di noi.

Chi conosce la realtà rosarnese, sa perfettamente che il vaso di Pandora scoperchiatosi ieri sera può ancora produrre molti effetti negativi. La disperazione e la miseria generano la violenza, ed è un assioma incontestabile confermato da millenni di storia dell’uomo. Niente, dicevamo, può giustificare una rivolta così cruenta. Niente può legittimare tutto questo. Ma se mentre parliamo di cittadinanza, integrazione, generazione Balotelli e via cantando, a Rosarno succede quello che è successo ieri, allora forse c’è ancora qualcosa che non va. È un problema culturale, prima di tutto. E, ça va sans dire, di criminalità organizzata.

Le prospettive future, però, non sembrano rassicuranti. Soprattutto se ci sarà ancora chi, come è successo ieri sera a Rosarno, inciterà le forze dell’ordine a sparare addosso ai rivoltosi. Più di un secolo dopo le cannonate milanesi di Bava Beccaris, in alcune zone del nostro paese non si è ancora capito che il disagio sociale e la violenza vanno sconfitti con buonsenso e giustizia, non repressi con altrettanta violenza.
Qualcuno si occupi dei servi della gleba di Rosarno, dunque, se vogliamo che il nostro paese sia davvero e definitivamente, un paese normale e civile.

8 gennaio 2010

http://www.ffwebmagazine.it/ffw/page.asp?VisImg=S&Art=3729&Cat=1&I=immagini/Foto%20R-T/rosarno_int.jpg&IdTipo=0&TitoloBlocco=Attualit%C3%A0&Codi_Cate_Arti=24

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