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Il cappellano di Procida

 – di Francesca Romaldo –

Procida la riconosco dalla luce, quando il sole si esibisce nella sua danza di colori, sfumando dietro la montagna, e il Castello D’Avalos non è che una sagoma nera mentre ritorno a Napoli. Procida la riconosco dalle voci, camminando tra le strade strette, chiuse da mura screpolate.
Posso sentirle, le voci di tutti quelli che sono passati per quelle stesse strade, posso avvertirle. Riesco a sentire il pianto di Graziella rotolare sulle strade sterrate del diciannovesimo secolo, attraversare il mare e cercare Alphonse. Posso sentire la risata profonda e sincera di Concetta Barra, la sua voce cantare versi napoletani. Sento lo scalpiccio di Arturo che corre verso la casa dei guaglioni, deluso da un padre che si è rivelato umano a dispetto dei contorni mitici che il figlio aveva voluto assegnargli.
Riesco a sentire le grida di mia nonna, bambina, le sue risate, i suoi giochi, riesco a sentire la sua voce e la voce di tutti gli altri; le sento grazie a lei, perché lei, con le sue storie, mi ha regalato l’isola. Con le parole, con le mani, con gli occhi con cui mi raccontava l’isola, me la regalava e, al tempo stesso, ad essa mi legava indissolubilmente. Perché Procida non si può scegliere, è Procida a scegliere ed io sono stata scelta attraverso le labbra di mia nonna.
Nei racconti di mia nonna c’è un prete, è don Luigi Fasanaro, suo cugino. Uomo di gran fede e carattere estroso, curato dell’Abbazia di San Michele fino a qualche anno fa. La sua personalità si esprimeva in originali avvisi affissi all’interno della chiesa. I materiali su cui scriveva erano i più diversi e i messaggi, scritti rigorosamente a mano e velatamente ironici, erano rivolti a isolani, turisti, ladri per esortarli a frequentare la messa, vestire in maniera decorosa in chiesa o restituire il leggio rubato.
La sua casa era quella paterna di “Fora a Pont”, una meravigliosa costruzione che si erge sul promontorio di Punta Lingua, in corrispondenza della piccola torre pericolante, che si vede sulla sinistra del porto arrivando in nave. Durante la seconda guerra mondiale il giardino fu occupato dai tedeschi che lì costruirono la piccola torre di avvistamento. In una dependance di questa stessa casa, due secoli fa visse Graziella, l’incantevole procidana che morì d’amore aspettando il ritorno di Alphonse de Lamartine sull’isola e pare che Elsa Morante si sia ispirata proprio a questa casa per la sua casa dei guaglioni.
Dallo splendido giardino a picco sul mare si può vedere tutto il golfo di Napoli, da Capo Miseno a Punta Campanella, e spostando lo sguardo verso destra si avrà una panoramica del Castello D’Avalos, che veglia sull’isola da oltre 400 anni. Il Castello, voluto dal Cardinale D’Aragona, Innico D’Avalos, doveva servire per difendere l’isola dalle frequenti incursioni piratesche. Nel 1830 l’imponente castello fu trasformato in Bagno Penale e si guadagnò la terribile fama di essere uno dei carceri più spaventosi d’Italia; “centro di orrore in un cerchio di bellezza”, era così che il duca Sigismondo Castromediano, illustre prigioniero, lo descriveva.
Don Luigino divenne cappellano del carcere nel 1946 e lo fu fino al 1988, anno in cui il penitenziario fu chiuso.
Si dedicò ai detenuti con devozione, cercando di rendere migliore la loro dura e forzata permanenza, restando imparziale, ma indulgente; per molti era un importante punto di riferimento, di essi conosceva i pensieri più intimi e le sofferenze più atroci.
Con la caduta del fascismo molti soldati, generali, ministri e alti funzionari furono arrestati e alcuni di loro furono trasferito nella cittadella carceraria di Procida.
Dopo l’occupazione anglo-americana, in un atmosfera ancora accesa dalle passioni, bastava un atto di sabotaggio, per altro comune ad entrambe le fazioni, per essere giudicati da un “tribunale di guerra” e condannati a morte. Fu così che ventidue ufficiali, sottoufficiali e soldati, giovanissimi, furono condannati alla pena capitale dagli Alleati, dopo processi sommari e sistemi sbrigativi.
Giunsero al penitenziario di Procida accompagnati da un solo foglio ciclostilato, in cui venivano definiti “criminali di guerra”, e se ne disponeva la fucilazione, sul sagrato di Santa Margherita Nuova, senza specificare data né ora.
Passarono circa quattro anni dal giorno della condanna e nel giugno del 1949 i ventidue giovani presero una terribile decisione: si sarebbero lasciati morire di fame.
Lo sciopero della fame, comunicato alla stampa grazie ad una “colomba esterna” (una lettera clandestina che usciva dal penitenziario senza passare al vaglio della censura), ebbe inizio il 7 giugno 1949. Con quest’atto di protesta essi chiedevano la cessazione dello stato di detenzione e la revisione dei processi davanti ad una Corte imparziale e, nell’impossibilità di soddisfare tali richieste, invitavano il governo a consegnarli al governo americano o inglese, “affinché all’Italia fosse evitata la vergogna di continuare ad essere carceriera dei suoi figli incensurati, e solo colpevoli, se di colpa si tratta, di aver combattuto per Essa”.
Alla loro storia don Luigi si dedicò anima e corpo, sollecitando più volte il Vaticano e scrivendo alla Regina Elisabetta d’Inghilterra. “Tra giorni Vostra Maestà potrà trovarsi dinanzi a ventidue bare. Esse peseranno paurosamente sulla Vostra coscienza!”, così apostrofò la regina in un telegramma.
Tutta l’isola, in verità, si mobilitò per salvare questi ragazzi e così successe davvero. Il 13 giugno 1949, dopo sei giorni di sciopero della fame e intenzionati ad iniziare anche lo sciopero della sete, ai ventidue “criminali di guerra” fu concessa la libertà vigilata con l’assistenza della Croce Rossa. All’uscita dal carcere furono accolti da una folla commossa e raggiante, isolani, giornalisti, fotografi e operatori cinematografici, tutti li aspettavano per stringerli in un abbraccio sincero.
E loro, deboli ma trionfanti, con i volti di bambini cresciuti troppo in fretta, costretti all’inferno della guerra prima e del carcere poi, lontani dalle loro famiglie, trovarono in Procida un luogo sicuro dove poter finalmente chiudere gli occhi e riposare, tanto che quattro di loro sposarono alcune ragazze procidane.
Don Luigi Fasanaro è morto nel 2006, nella sua casa di “Fora a Pont” guardando il mare che lo circondava, amando immensamente Procida a cui si è dedicato tutta la vita, le stradine strette che si intrecciano tra le case basse, la sua Chiesa, che con fatica e dedizione riuscì a ricostruire, le spiagge piccole di sabbia fine, le barche e i pescatori che le spingono in mare, ma soprattutto il mare, il mare stesso, che sempre lo ha accompagnato, che sempre lo ha cullato, che lo avrà fatto sicuramente anche nelle sue ultime ore, cantando solo per lui la dolce litania che solo il vento sa suonare.

Fonte: http://www.lisolaweb.com/it/a/il-cappellano-di-procida

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