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La carriera "nel nome del Regno"

Riceviamo e volentieri pubblichiamo questo testo a commento del vangelo del 18 ottobre 2009, Anno B, XXIX Domenica del Tempo Ordinario, Mc 10,35-45; di cui è autore Domenico Rosati* e la cui attualità nelle vicende della nostra vita quotidiana e italiana in particolare, trovo molto interessante.

Considerati laicamente, i due figli di Zebedeo, con l’intercessione della madre, rappresentano un episodio di normale po­sizionamento politico: cercare ed assumere la posizione più utile e visibile al fine di esercitare il maggior potere sugli altri…

L’esperienza mostra una scala delle convenienze. Il primo gradino è la photo opportunity accanto al big di turno. Si tro­vano in natura degli autentici specialisti in materia. Ne ho conosciuto uno, bravissimo ad intrufolarsi nei gruppi importanti per poi mostrare le foto ai genitori di possibili fidanzate accreditandosi come vip. Quando c’è la diretta televisiva in Parlamento c’è sempre un collega specializzato nel piaz­zarsi in favore di telecamera: pensa così che i suoi elettori credano che sia lui al centro della scena. Episodi marginali e in fondo ingenui.

Ma i gradini sono molti. Andare dal capopartito per un posto in lista o farsi segnalare autorevolmente per un ruolo da ministro. E se chiedi: a quale ministero? Ti senti rispondere – a me è accaduto – che “non importa, purchè si sieda a quella ta­vola rotonda”. Ma anche fuori della politica la prassi è ben frequentata: mettersi in vista con una caratura di speciale fedeltà non è forse una delle piste d’accesso alle cariche ecclesiastiche? Naturalmente ai tempi di Dante.

La lettura del brano di Marco mi ha fatto ricordare un episodio accaduto all’indomani di Tangentopoli. Il ginecologo Romano Forleo, al quale Martinazzoli ave­va chiesto di aiutare il partito a mettere al mondo una nuova generazione politica, affidò a me ed alla compianta senatrice Gabriella Cecatelli il compito di riaprire la mitica scuola della Camilluccia per effet­tuare un ciclo intensivo di formazione ri­servato a gìovani reclutati dalle sezioni romane. Facemmo un lavoro importante, sette fine settimana, con lezioni impegnati­ve ed un’altissima frequentazione. Ma al colloquio finale invariabilmente ci venne rivolta la domanda: “E adesso che me ne viene?”. Più in chiaro: “Dove mi colloca­te?”. E quelli che non chiedevano avevano già una sistemazione garantita. Fu così che la nuova generazione somigliò inevita­bilmente alla precedente; ed a chi aveva immaginato il contrario toccò il disincanto personale unito alla derisione per non aver capito come va il mondo; e cioè che i figli di Zebedeo sono molti più di due e rappre­sentano, in definitiva, un’ autentica cate­goria storica.

Di fronte ai casi dell’esperienza attuale, che senso assumono le parole dette da Gesù al tempo in cui visse? Probabilmente nel confronto ci guadagnano proprio Gia­como e Giovanni, le cui ambizioni dopotut­to non erano esclusivamente terrene. Sia pure confusamente, infatti, essi avevano seguito Gesù in nome del “regno dei cieli”, anche se pare di capire che non ne avreb­bero disdegnato un sostanzioso anticipo in questo mondo. Ed è proprio con riferimento a questo mondo che si configurano lE categorie evangeliche del rapporto con i potere. “Tra voi però non è così: … chi vuol essere il primo tra voi sarà il servo di tutti” secondo l’esempio di Colui che è venuto “per dare la propria vita in riscatto per mol­ti”.

Ecco: tra noi come stanno le cose? Si proclama la politica come servizio e, nella Chiesa, si onora il papa come seruus servo-rum Dei. Ma quanto è diffuso e soprattutto quanto è autentico il servizio? Ed esiste una qualche capacità di separazione tra servizio e potere? Quando morì Zaccagnini, venti anni or sono, mi accadde di parlare di lui come espressione del “paradosso dell’innocenza in politica”. Ma sono ecce­zioni. La regola è. l’altra.

La mia memoria torna sempre al punto in cui abbandonai non la passione politica ma la politica attiva. In preparazione di un’assemblea – credo la prima – del Partito Popolare suggerii (e non ero solo) che ci si astenesse per un certo periodo dalla parte­cipazione al governo, in modo – sostenevo – da depurare il gruppo di tutti quelli che vi aderivano solo per un fine strumentale. “Una politica libera dal potere” era lo slo­gan. Che, ovviamente, non ebbe fortuna; ed anzi molti che lo avevano sottoscritto presto si collocarono sull’altra sponda, alcuni proseguendo, altri intraprendendo un cursus honorum.

Il Vangelo però – e mi sembra il punto conclusivo – non dà mai ragione agli scetti­ci ed agli opportunisti. Non c’è corrispon­denza tra le posizioni nelle foto di gruppo – comprese quelle dei grandi della terra – e i posti che saranno “riservati” in base ai criteri “altri” che lo stesso Gesù enuncia. E ci saranno imprevisti e sorprese perché anche su questa terra – come scrisse Moro – “il bene non fa notizia ma esiste”

Domunico Rosati
* Nelle Acli fin dagli anni’50 con incarichi nella stampa e nei servizi sociali, è presidente nazionale dell’associazione dal 1976 al 1987. Caratterizza il suo mandato per l’attenzione ai temi della pace, del lavoro e della democrazia (la marcia Paler­mo-Ginevra del 1983, promossa dalle Acli nella stagione dei missili a Comiso rimane una delle manifestazioni più significative del movimento per la pace in Italia). Dal 1987 al 1992 è senatore della Democrazia Cristiana. Nel 1991 vota contro la partecipazione italiana alla guerra in Iraq. Già pre­sidente del Consiglio Italiano per i Rifugiati, attual­mente è presidente della commissione cultura dell’associazione degli ex parlamentari.

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