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Procida: a Sinistra qualcosa si muove

 di Vittorio Cerase*

Scrivo questa lettera per descrivere oramai una situazione che partendo dalla situazione politica nazionale vuole scoprire le cause ed alcuni atteggiamenti procidani che per quanto mi riguarda mi risltani strani ma anche poco comprensibili. la  candidatura di Boccia in Puglia, le difficoltà che si registrano nel Lazio per il coinvolgimento dell’Udc, gli atteggiamenti di chiusura verso Rifondazione e la Federazione che hanno caratterizzato la prima fase del confronto politico in Lombardia mettono ormai in evidenza la natura dell’operazione politica che il Pd sta tentando nelle regionali e – ci pare – i suoi limiti. L’assunto da cui ci si muove è che sarà l’alleanza con i centristi a fare la differenza nella competizione con il centro-destra, dando per scontato l’appoggio delle forze della sinistra. Questa linea caratterizza il nuovo corso del Pd.

La sua forza sta nel far leva sulla logica del maggioritario, la sua debolezza nell’assoluta subalternità dei contenuti. L’effetto
pratico di questa impostazione è che si enfatizza oltre ogni limite la centralità dei centristi, che infatti appare come il vero arbitro della situazione, e che ci si espone a derive moderate. Il problema, tuttavia, è che questa scelta apre problemi non da poco, come i resoconti di Liberazione hanno ben illustrato.

Innanzitutto, confligge con un senso comune presente nell’elettorato di sinistra. Anche nel momento in cui ci si pieghi alla scelta dell’allargamento ai centristi , magari per ragioni di forza maggiore, è possibile tollerare che il nuovo inserimento collida in modo così stridente con scelte in precedenza assunte o con programmi già sottoscritti? Si pensi alla Puglia, dove si prende in considerazione la possibilità di evitare le primarie per scegliere un candidato presidente gradito non solo all’Udc ma anche a componenti che fino a ieri sono state parti integranti del centro-destra. C’è da meravigliarsi se poi saltano per aria le iniziative convocate per dare il via all’operazione? O ancora, è possibile che in Piemonte si scavalchi la coalizione uscente, per accondiscendere a richieste dell’Udc che confliggono con scelte già fatte, come nel caso della sanità pubblica? Il secondo limite è rappresentato dal carattere totalizzante di questa logica delle geometrie politiche e dell’aggancio del centro. Questo determina in molte circostanze ritardi incomprensibili nella definizione di programmi e la fibrillazione delle alleanze già in essere che rischiano di saltare.

E’ il caso, almeno in parte, della difficoltà con cui procedono i confronti, dal Lazio al Veneto, alla Calabria, per non
parlare del caso lombardo, dove l’operazione assume connotati paradossali. Non esistendo qui alcuna credibile possibilità di aggancio dell’Udc, in una sorta di cupio dissolvi, si gioca la carta della rottura a sinistra. Fino a che punto una linea di questo tipo non crea cortocircuiti pericolosi per chi la propugna? E non sto riferendomi solo alle tensioni con gli alleati, ma soprattutto con gli elettori che, per quanto sensibili al voto utile, non sono tutti manovrabili come burattini e che qualche idea su come si deve governare ce l’hanno. Per quanto riguarda il nostro partito e l’intera Federazione, questi fatti confermano una scelta che abbiamo fatto e ribadito nella recente assemblea nazionale degli amministratori. Mi riferisco alla centralità, nella scelta delle alleanze, del rispetto di principi etici e di contenuti programmatici in grado di interpretare la volontà di cambiamento presente nel Paese. La nostra linea è cioè esattamente opposta a quella praticata dal Pd che considera per l’appunto i contenuti come variabili puramente dipendenti dalla manovra politica. E’ mia convinzione che su questa linea dobbiamo marciare ancora più spediti. Due questioni vanno poste.

La prima riguarda i rapporti a sinistra. Mi riferisco a SeL, all’IdV, ai Verdi, ecc. Vi è spesso un disagio in queste forze di fronte a pratiche molto disinvolte del Pd. Il punto è se a questo disagio si accompagna un impegno politico. Occorrerebbe, in primo luogo, la convergenza almeno su alcuni contenuti. Penso alla difesa dell’occupazione e alla lotta alla crisi, alla difesa del welfare, contro le privatizzazioni (a partire da quella dell’acqua) e per il no al nucleare. Ma vale anche per la difesa di un principio, e cioè che non si può pensare di modificare gli schieramenti riducendo i rapporti a sinistra a puri corollari, né si può selezionare le presenze a proprio piacimento. La seconda questione riguarda la nostra connessione con i movimenti. Sono
convinto che aver posto la questione dei contenuti sia stata fondamentale per superare impostazioni tutte politiciste che hanno le gambe corte, ma il punto è che questi contenuti debbono diventare un terreno di confronto pubblico esplicito e, soprattutto, debbono coinvolgere i soggetti sociali. A questi ultimi dobbiamo proporre delle convergenze su obiettivi chiari da far valere a livello istituzionale.

Per quanto ci riguarda è evidente che, nella scelta delle alleanze e delle forme delle alleanze, noi terremo conto del grado di compatibilità fra contenuti ed alleanza stessa. Se l’accordo sarà organico noi ci attendiamo che quelle istanze abbiano la possibilità di essere fatte valere complessivamente nell’azione di governo; se l’accordo sarà di tipo tecnico elettorale, solo in parte potranno trovare una garanzia nell’azione di governo, ma noi ci impegneremo comunque a far valere il nostro ruolo istituzionale – rivendicando la nostra autonomia politica – per farle passare. Se, infine, saremo all’opposizione, condurremo una battaglia per imporli.

*Vittorio Cerase

Presidente Direzione Regionale PRC Veneto

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