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Procida Blogolandia. Dentro la parola – “Consumo”

di Alessandro De Rosa – www.decrescitafelice.it

Mettere in discussione il nostro modo di pensare sembra l’unico approccio possibile in un mondo di assurdi. Porsi in maniera problematica di fronte a ciò che diamo per scontato, confrontando visioni diverse della realtà, permette di comprendere meglio il nostro modo di riflettere ed agire. Se penso criticamente, se esco da un punto di vista assoluto, se vado oltre la superficie dei fatti posso capire meglio ed esprimermi più efficacemente.
Usciamo di casa ogni mattino sicuri delle nostre ragioni, impazienti di dare una scossa a tutti, di risvegliarli davanti ai disastri ambientali, di convincerli a cambiare comportamenti … e troviamo parecchie persone -increduli, scettici, addirittura oppositori- che non ci ascoltano. Perché? Forse ci hanno etichettato come “ambientalisti”, “già sentiti”, “utopisti”? Senz’altro ci scontriamo con le loro confortevoli abitudini, con le loro posizioni prese. Ma abbiamo fatto i conti con le nostre? Siamo disposti a riflettere su ciò che diamo per scontato? Sulle nostre modalità di comprensione, di comunicazione?
L’intento è quello di ragionare insieme cercando una comprensione migliore delle cose, aprendo la finestra a nuove idee. Da un po’ di anni abbiamo infatti sviluppato una pratica per farlo.

L’esercizio della pratica culturale di base -per noi prioritaria, anche se supportata da analisi teoriche- si è sviluppata dal 1968 col lavoro di Boris Porena intorno a diverse ‘discipline’ (musica, espressione visiva, didattica ecc.). Oggi ci appare chiaro che la si debba applicare soprattutto alla questione ambientale; nulla al nostro giudizio di più urgente.
Come lavoriamo? Persone di varie estrazioni e competenze ragionano insieme rispettando e valorizzando tutti i contributi. Lo scopo è comporre le riflessioni tra loro (integrarle piuttosto che addizionarle) scambiarsi stimoli che allarghino la visione di un problema.
Le stesse idee ispirano questo intervento: partendo dall’analisi della parola consumo proporremo riflessioni aperte e -ci auguriamo- interattive per scavare dietro l’ utilizzo consueto e magari capirci qualcosa in più. Non possediamo delle verità assolute, anzi, non le cerchiamo.
Consumo:
Il periodo in cui viviamo è detto anche ‘civiltà dei consumi’. Gli uomini hanno ovviamente sempre consumato e da un certo punto in poi anche prodotto; allora perché questa qualifica non troppo esaltante per il nostro tempo? Ridurre i consumi dicono gli uni, aumentare i consumi dicono gli altri, da un lato l’ecologia dall’altro il welfare e gli interessi economici di pochi.
Da consumo deriva consumismo, connotato negativamente. Per il semplice fatto di vivere qui ed ora, usare una macchina, scaldarci, nutrirci, nel consumismo ci siamo dentro fino al collo. Questa constatazione potrebbe demoralizzare, farci sentire incapaci di sfuggire a questo ciclo, persino un po’ ipocriti.
Ma prima di deprimerci, proviamo a capire meglio.
C’è un solo tipo di consumo?
Tutti noi parliamo del consumo materiale, ovvero quello in cui l’oggetto consumato sparisce (cioè si trasforma), visto come chiaramente distruttivo. Il consumo di oggetti, spesso di vita breve nonostante il riciclaggio, incide irreversibilmente sulle risorse primarie. Tuttavia ci sono anche consumi materiali nei quali vediamo una componente costruttiva determinante: quelli necessari alla vita, al suo sostentamento. Un bruco che rode una foglia non consuma l’albero, almeno fin quando questo è in grado di rigenerarla.
Rimanendo nel campo materiale, possiamo scorgere differenze tra consumi tangibili o intangibili ai nostri sensi. Molto più facile percepire il consumo di un panettone che quello energetico di una lampadina accesa. La nostra comprensione sembra assai condizionata dalle percezioni dirette: riusciamo ad apprezzare meglio ciò che si vede e si tocca, a dargli il giusto valore.
Valutare razionalmente un atto di consumo può dunque risultare complesso: esso è spesso pieno di implicazioni soggettive (la mia comodità e/o convenienza) e inoltre le informazioni che ci servirebbero per caratterizzarlo possono essere frammentate, o addirittura assenti. Quanta energia consuma? Che tipo di materie prime ha divorato? Con quale grado di riciclabilità? Che utilità ha per me/per gli altri? (di nuovo la soggettività) E così via.
‘Scegliere bene’ in termini ambientali richiede di integrare molti fattori, senza trascurare le loro interazioni.
Questa complessità non sembra trovare riscontro nel campo dell’economia: ad esempio in un unico parametro (il Prodotto Interno Lordo) si confondono fenomeni assai diversi tra loro, mentre altri vengono trascurati. Che tale semplificazione si sia dimostrata inefficace pare evidente, tuttavia il discorso economico mainstream continua ad essere fortemente autoreferenziale: è da posizioni di questo tipo che nascono molte obiezioni immediate alle nostre proposte di diminuire i consumi.
Se vogliamo essere ascoltati ed incidere in qualche modo sui comportamenti, è consigliabile attuare dei compromessi strategici. Di dubbia utilità ogni condanna generalizzata ai ‘consumisti’: oltre a bloccare la comunicazione, porrebbe semplicisticamente tutti sullo stesso piano.
In ogni caso sembra importante mantenere aperta la comunicazione: l’obiezione può generarsi da un pensiero di cui dobbiamo ricercare le radici, e servire da spunto per approfondire meglio il problema.
A volte parliamo del consumo di valori, di rapporti consumati … Oltre al consumo materiale può esistere un consumo culturale? Ascoltare mille volte un brano musicale o tappezzare le pareti con infinite copie de della Gioconda sembra diluirne progressivamente il valore. E lo stesso accade anche con una barzelletta: se la sento tre volte non mi farà più ridere, pur essendo di fatto rimasta immutata, e per divertirmi me ne occorrerà una nuova. Allora cosa si è consumato? Davanti ad informazioni non più fresche solitamente reagiamo dicendo “questa è vecchia”, lasciando intendere che nel ‘nuovo’ risieda un qualche valore aggiunto. Contrariamente ciò non accade quando ascoltiamo più e più volte un brano a cui siamo affezionati, oppure quando sentiamo il bisogno di riascoltare più volte perchè la comprensione risulta impegnativa (cosa che a sua volta dipende dalle capacità e dagli interessi di ognuno…)
Dunque ad influenzare la nostra volontà di consumo concorrono molti fattori, tra cui: il valore attribuito a ciò che consumiamo, le informazioni in esso contenute -quanto esse risultino prevedibili-, il nostro interesse, la nostra capacità percettiva, i ricordi che ci evoca… Stimolati da un prodotto ‘nuovo’ o da un prodotto ‘classico’, siamo dilaniati tra la familiarità rassicurante e la ricerca del nuovo ad ogni costo. Quest’ultima può diventare un atteggiamento compulsivo che accomuna molti consumi, includendo quelli materiali.
Proprio questa ‘ricerca del nuovo’ potrebbe identificare un meccanismo comune ai diversi consumi. Tuttavia il fatto che a fronte della varietà di accezioni si utilizzi per tutte una sola parola rivela la scarsa attenzione che la nostra “civiltà” gli ha dedicato.
Niente soluzioni magiche quindi… c’è invece tanto da discutere, da pensare insieme.

Grazie per l’attenzione!

Gruppo di lavoro Rigobaldo (Boris Porena, Alessandro De Rosa, Francesco De Rosa, Fernando Sanchez Amillategui)

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