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Procida Blogolandia e Carta: “Diamo una mano”

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Editoriale di Pierluigi Sullo

“Diamo una mano

Quando mi sono svegliato di colpo, nella notte tra domenica e lunedì, come milioni di persone che vivono nel centro Italia, ha pensato «ecco, ci risiamo». Sentivo il mio corpo oscillare da una parte all’altra, le tapparelle delle finestre sussultare. Un terremoto. Poi abbiamo saputo dell’Aquila e dei suoi dintorni. Siccome sono stato testimone diretto di un terremoto catastrofico, sono particolarmente reattivo. Era il 1980, e Sandro Medici e io, giovani redattori del manifesto, saltammo su una macchina la notte stessa del terremoto che colpì l’alta Irpinia e l’alta valle del Sele il 23 novembre di quell’anno, intorno alle 7 del pomeriggio. Un po’ per caso e un po’ grazie alla nostra prontezza, capitammo nei paesi dell’antica via Appia, da Sant’Angelo dei Lombardi in là, quando ancora non si vedeva l‘ombra di un vigile del fuoco, di un militare, di un gruppo della Croce rossa. C’erano paesi che stavano ancora crollando, c’era gente che scavava con le mani e i badili, c’erano altri confusi e storditi. C’erano antichi paesi venuti giù pietra per pietra, e moderni ospedali – come quello di Sant’Angelo – il cui cemento poco armato aveva ceduto di schianto.

Dato che ho questa esperienza traumatica, nel mio curriculum, so che un terremoto come quello che ha distrutto non si sa quanti edifici nella città dell’Aquila e nei paesi circostanti, sebbene meno grave di quello irpino, non dà tregua. Il tempo a disposizione dei soccorritori è brevissimo: ci sono i morti da tirar fuori dalle macerie, i feriti sepolti hanno poche ore di vita, l’acqua potabile scorre da tutte le tubature rotte e non è più bevibile, riparare al coperto [in tende o meglio in alberghi requisiti] bambini e anziani è un obbligo entro le prime 24 ore, trovare una sistemazione a tutti i senzatetto [una prima valutazione dice che sono 50 mila, potrebbero essere il doppio] lo si deve fare entro due o tre giorni. E ci sono i feriti: un’ala dell’ospedale dell’Aquila è crollata, o gravemente lesionata, e i pazienti sono già troppi: questa mattina, il direttore della Asl locale lanciava appelli disperati. Quindi occorrono ospedali da campo, subito, oppure [e anche] organizzare il più rapidamente possibile il trasferimento dei feriti negli ospedali più vicini. E servono competenze svariate per tamponare l’emergenza: idraulici e ingegneri, organizzatori e medici, e chissà quanti altri.

Sono tutte ovvietà. Ma l’ultimo grande terremoto italiano, dello appunto dell’Irpinia, dimostrò che lo Stato era disastrosamente inadeguato. Per di più era inverno. La gente rimase all’addiaccio per giorni, per troppo tempo si continuò a scavare con le mani e i badili, e chissà quante vite furono perse, acqua e cibo arrivarono con colpevole ritardo. Alla fine l’allora presidente della Repubblica, Sandro Pertini, fece un discorso di fuoco contro i ritardi e le inefficienze. A salvare il salvabile furono le migliaia di volontari – del sindacato, delle organizzazioni di studenti, delle associazioni – che nel primo mese ripararono il riparabile, portarono cibo e aiuti e roulottes e le competenze necessarie. Fu l’ultimo bagliore della grande sinistra degli anni settanta, esattamente due mesi dopo la sconfitta operaia alla Fiat, quella dei «35 giorni».

E oggi? Sappiamo che qualcuno aveva segnalato il pericolo, dopo mesi di scosse di minore entità: non è stato giudicato attendibile ed è stato anche denunciato per «procurato allarme». Sappiamo che la Protezione civile è una organizzazione poderosa, dotata in teoria di tutti i mezzi per reagire prontamente e diretta da uno «zar» delle emergenze, Guido Bertolaso, l’uomo che [non] ha risolto l’«emergenza rifiuti» napoletana. Berlusconi, che non è antropologicamente adatto a gestire situazioni drammatiche, che è solo capace di spargere fatuo ottimismo, firmerà prontamente lo stato di emergenza nazionale. E L’Aquila non è un paesino sperduto nelle montagne irpine, ma una città a pochi chilometri dalla capitale. Ci sono tutte le premesse – e ce lo auguriamo davvero – perché la famosa macchina dei soccorsi possa funzionare presto e bene.

Ma nel frattempo, per scrupolo, converrà chiedersi cosa ciascuno di noi possa fare per dare una mano. I nostri amici dell’Abruzzo social forum, aggregato di associazioni e reti che ha resistito al tempo ottenendo anche qualche ottimo risultato, come la rinuncia al terzo traforo nel Gran Sasso, ci hanno detto di avere bisogno di volontari, ma qualificati, il cui lavoro loro sono in grado di organizzare. Se ciascuno conosce qualcun altro, di una associazione o rete dell’Abruzzo, è bene che lo chiami o gli scriva per sapere come va, se hanno bisogno di un aiuto, e che cosa. Se la Protezione civile farà il suo dovere, meglio. Ma un reticolo di auto-aiuto sarà comunque utile, e magari indispensabile.

Sarà un caso, ma in Italia i grandi terremoti hanno sempre segnalato la fine di un’epoca. Andò così con il Belice, che è stato una delle micce del Sessantotto italiano. Il Friuli, nel ’76, annunciò quel che l’Irpinia, quattro anni dopo, sancì: la fine della stagione delle grandi lotte operaie e studentesche. Forse è solo superstizione, né sappiamo immaginare cosa il terremoto dell’Abruzzo possa significare, ammesso che significhi qualcosa. Nel dubbio, meglio rimboccarsi le maniche: c’è molta gente che ha bisogno di aiuto, subito.

www.carta.org

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