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Procida. C'era una volta l'isola di Arturo!

di Vittorio Cerase*

Sullo sfondo della narrazione del celebre romanzo di Elsa Morante, breve viaggio letterario in un isola che non c’è più.

“Su per le colline verso la campagna, la mia isola ha straducce solitarie chiuse tra muri antichi, oltre i quali si stendono frutteti e vigneti che sembrano giardini imperiali”. Che tra tutte le bellezze di questi luoghi, lui che non ha mai conosciuto altre città o altri paesi, ama soprattutto i fiori e il loro indimenticabile profumo. “Le loro terre continua Arturo nel suo racconto sono per grande parte di origine vulcanica e, specialmente in vicinanza degli antichi crateri, vi nascono migliaia di fiori spontanei, di cui non rividi mai più i simili sul continente. In primavera, le colline si coprono di ginestre: riconosci il loro odore selvatico e carezzevole, appena ti avvicini ai nostri porti, viaggiando sul mare nel mese di giugno”.L’elemento dominante è chiaramente proprio il mare. Che al giovane protagonista del romanzo della Morante trasmette un senso di mistero e libertà. “La mia isola ha varie spiagge dalla sabbia chiara e delicata, e altre rive più piccole, coperte di ciottoli e conchiglie, e nascosta fra le grandi scogliere. Fra quelle rocce torreggianti, che sovrastano l’acqua, fanno il nido i gabbiani e le tortore selvatiche, di cui, specialmente al mattino presto, s’odono le voci, ora lamentose, ora allegre”. Il mare, è così “tenero e fresco” che Arturo si abbandona ad un impossibile, ma a suo modo modesto, desiderio: “Ah, io non chiedere d’essere un gabbiano né un delfino; mi accontenterei d’essere uno scorfano, ch’è il pesce più brutto del mare, pur di ritrovarmi laggiù, a scherzare in quell’acqua”.

Nonostante Arturo abbia sempre vissuto nella sua piccola isola, la fervida fantasia non perde d’occasione per scovarvi l’esotico, il fascino del bandito o di nuove “colonne d’Ercole” da superare.

Procida era rimasta stranamente lontana dalla storia, in un limbo preindustriale al quale giungono solo gli echi lontani delle tecnologie e degli usi della modernità. “Nel nostro porto non attraccano quasi mai quelle imbarcazioni eleganti, da sport o da crociera, che popolano sempre in gran numero gli altri porti dell’arcipelago; vi vedrai delle chiatte o dei barconi mercantili, oltre alle barche da pesca degli isolani”, spiega il giovane Arturo al lettore. “Mai, neppure nella buona stagione, le nostre spiagge solitarie conoscono il chiasso dei bagnanti che, da Napoli e da tutte le città, e da tutte le parti del mondo, vanno ad affollare le altre spiagge dei dintorni. Oggi molto è cambiato e anche a Procida  ormai deturpata dagli abusi edilizi e da un’aggressiva cementificazione che minaccia di sostituire i giardini brulicanti di limoni, arance e mandarini con rampe e parcheggi. “Nu’ piezze e’ Napule jettate a ‘mmare”, come la definisce con trasporto lo scrittore Raffaele La Capria. In poco più di quattro chilometri quadrati, oggi a Procida vivono quasi 11 mila abitanti, dotati di almeno 5 mila automobili e più di altrettanti moto e motorini, evidentemente eccessivi per coprire una lunghezza massima di tremila metri.

Un traffico caotico da centro storico di una grande città, con la differenza però che lì si istituiscono le isole pedonali e qui invece l’isola naturale è oppressa da una motorizzazione selvaggia. A metà novembre dell’anno scorso,  un’iniziativa dell’Associazione commercianti ed un comitato spontaneo locale  ha depositato un migliaio di firme raccolte , per chiedere drasticamente di “ridurre, regolamentare e rallentare il transito dei veicoli”. E anche un folto gruppo di intellettuali, personaggi della cultura e dello spettacolo che frequentano abitualmente l’isola, lancia un appello pubblico per “Salvare Procida” dal degrado urbanistico, architettonico e ambientale, con l’intento di denunciare il caso a livello nazionale per richiamare l’attenzione del governo e dell’opinione pubblica.  Sta di fatto però che le ruspe continuano a scavare come tarli nel legno, mentre la piaga dei parcheggi divora questi polmoni verdi, racchiusi tra antichi muretti e protesi in qualche caso fino al mare. Un patrimonio di verde e di memoria che, una volta distrutto, non si potrebbe più sostituire né tantomeno riprodurre. “Sarebbe uno sfregio irreparabile all’ambiente e alla natura”. Ma sembra che qualcosa si sta movendo iniziano le demolizioni delle case abusive ma è solo l’arroganza dello stato verso due poveri anziani invalidi mentre i potenti di turno continuano a costruire le proprie villette .La verità è che ormai questo pezzo di paradiso sta cambiando anima e pelle. Dall’antica tradizione marinara, riassunta nel cliché “un comandante e un prete per ogni famiglia”, Procida si converte anno dopo anno a una più moderna vocazione turistica, con tutti i vantaggi e gli svantaggi che la riconversione comporta. Infatti tutto ciò comporta che nel porto non sono più presenti i pescatori con le loro barchette ma con la costruzione del nuovo porto turistico sono arrivati le barche di lusso e come se non bastasse adesso è anche in vendita per risanare le ormai dissanguate casse comunali , senza pensare al problema spazzatura . Nel romanzo di Elsa Morante, alla fine Arturo lascia con nostalgia quella piccola terra che “fu tutto” e non metterà mai più piede a Procida. Oggi quel destino minaccia purtroppo di ripetersi per tanti residenti e turisti traditi, con il rischio che l´isola finisca per perdere il suo fascino e la sua identità. mio scritto non vuole essere un’atto vile verso la mia terra ma solo un disperato grido d’allarme di un ragazzo che come Arturo ha lasciato la sua amata isola. Ed anche per questo che ho deciso insieme ad un gruppo di giovani,associazioni,movimenti, partiti di scendere in campo per cambiare le sorti della nostra isola.

*Vittorio Cerase  – presidente cpr PRC Veneto

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