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Procida. Il quarto condono

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di Giuseppe Guida
Intendiamoci: quello che sta per essere proposto dal governo è un vero e proprio condono, tra l’altro già noto ai bene informati, che consentirà di ampliare e sanare soprattutto migliaia di seconde case, che inciderà ancora una volta pesantemente sul territorio e che utilizza come misero pretesto il problema-casa e l´incapacità di redigere un vero piano-casa, come si fa dovunque nella lontana Europa.

Approfittando del varo della legge per un vago stanziamento di fondi per l’edilizia popolare a favore di Regioni che, come quella campana, non sapranno nemmeno come utilizzarli, non avendo né piani né programmi credibili, il governo ci infila dentro le solite norme deregolative.

Non è difficile immaginare i danni che questa operazione provocherà, soprattutto agli appetitosi paesaggi di pregio, stimolando, a breve termine, un sostanzioso giro di danaro, ma nessuna prospettiva di sviluppo duraturo.

Soprattutto, non è difficile immaginare gli effetti che questo quarto condono edilizio della storia repubblicana avrà sul fragile paesaggio campano e sull’ancor più fragile macchina amministrativa che dovrebbe gestirlo, sulla quale gravano ancora centinaia di migliaia di pratiche in attesa di essere evase.

Di fronte a questa ennesima, certa, ondata predatoria, si potrà valutare ancora una volta l’atteggiamento che avranno i governi regionali, delegati, com’è noto, alla gestione della materia urbanistica.

La Regione Campania, com’era inevitabile, già ai tempi dello scorso condono si è distinta per un comportamento elusivo e ai limiti del comico, approvando allora un provvedimento teso a ridurre i margini di manovra del condono un quarto d’ora dopo il tempo limite, per poi fare inutili ricorsi al Tar e al Consiglio di Stato, lasciando nell´incertezza migliaia di cittadini, ma soprattutto contribuendo, nei fatti, all´affamato sistema della macchina speculativa e criminale dell’edilizia campana.

La Campania resta la regione italiana delle finte tutele. Il caso della Penisola Sorrentina, consegnata alla speculazione edilizia a sfondo semi-abusivo e dove la sistematica distruzione di agrumeti e uliveti, per fare posto a enormi parcheggi e volumi interrati, è all’ordine del giorno e rimarrà come un marchio della gestione urbanistica del centrosinistra, soprattutto perché, nonostante le denuncie e nonostante siano chiari gli effetti di alcune leggi regionali (in particolare la 19/2001, fintamente modificata dalla 16/2004), non si prendono provvedimenti che invertano questa incredibile situazione.

In confronto, i recenti episodi di abusivismo edilizio sulla collina di Camerota fanno sorridere, perché in un’area parimenti tutelata di quella del Cilento, la Penisola appunto, si sta consentendo di costruire gli stessi volumi ma, questa volta, sotto l’egida inconcepibile della Regione Campania.

Del resto la kafkiana resistenza dell’ecomostro di Alimuri è solo la punta di un iceberg di un sistema di tutele che evidentemente non funziona, o non è messo scientemente in condizioni di funzionare.

Il resto lo fanno i sindaci, soprattutto quelli dei Comuni più piccoli, assetati di voti e dei soldi degli oneri concessori, i tecnici, pronti a firmare e giurare il falso, e le commissioni edilizie, organo di emanazione politica fatto di commistioni non chiare e conflitti di interessi plateali, di fatto abolite dal codice del paesaggio (codice Urbani-Rutelli), ma ovviamente prorogate chissà per quanto ancora dalla Regione.

E il centrodestra che si vede all’orizzonte non pare proporre alternative credibili.

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