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Procida. L'isola dei vèfii

foto di Gabriele Scotto di Fasano

Articolo di Claudio Cajati- foto di Gabriele Scotto di Fasano

Il vèfio procidano è così importante e caratterizzante da essere stato scelto da Vittorio Parascandola come titolo del suo saggio, sottotitolato: folk-glossario del dialetto procidano. In questo testo, se si va a vedere la voce ‘vèfio’, la si trova preceduta dalla voce ‘vefià’, così spiegata:

starsene affacciato al “vèfio” (…) alle donne di una volta il massimo svago concesso, era lo starsene affacciate, per poco, al “vèfio” per osservare la vita intorno. E mi pare che proprio questa voce verbale avvalori quanto segue a proposito del nostro “vèfio”, autentico palco sulla scena della vita di tutti i giorni.

E infatti di quest’ultimo dà la seguente definizione:

verone, muro parapetto di terrazzi o loggiati (…) chiamiamo “vèfio” solo il muretto dove ci si affaccia per “spuórto” e per guardare, per osservare, per vedere (…) Mi ostino, perciò, a vedere il “vèfio” di casa nostra diverso dagli altri e a ritenere che il vocabolo possa essere nato dal gr.: “eidon” da una radice del verbo “orao” con significato di: guardo, osservo, miro.

Fin qui l’autorità indiscussa del grande studioso.

Mi si perdoni se propongo di aggiungere un altro punto di vista, laddove l’oggetto di interesse non è soltanto uno dei modi della comunicazione sociale del popolo procidano, non è soltanto un muro parapetto di terrazzi e loggiati, il muretto dove ci si affaccia per spuorto. Considerandolo globalmente come uno spazio architettonico, il vèfio diventa semanticamente più pregnante se lo si legge anche come singolare opera di qualità spaziale, dove il famoso parapetto viene messo in rapporto con la peculiarità della loggia di cui è la conclusione anteriore. E’ questa allora, la loggia, ad essere messa a fuoco, con la sua copertura a volta ‘a botte’ dal profilo a tre centri – propria del barocco maturo – e sono le trasformazioni che nel tempo questo spazio subisce, non per vefià, ma per altre esigenze, che interessa esplorare.

Con questa attenzione, che è propria della mia formazione ed esperienza universitaria, sono andato quindi, in una lunga piacevolissima passeggiata, in cerca di vèfii procidani. Ho avuto la sorpresa di trovarne tanti che non avevo mai notati, in tanti anni che ero qui. Tanti, di differente importanza, e variamente modificati.

Alcuni sono stati murati, e così guadagnati alle cubature dei corrispondenti immobili residenziali (questo tipo di intervento lo chiamerei ‘eliminazione opaca’).

Altri, un discreto numero, sono stati chiusi a veranda, quindi anch’essi guadagnati alle cubature dei corrispondenti immobili residenziali ma con un’operazione meno hard, palese (questo tipo di intervento lo chiamerei ‘eliminazione trasparente’).

Altri, poi, sono stati amputati da un lato mediante escrescenze vagamente cubiche, adibite a micro-toilettes, angoli cottura, nicchie per deposito e simili (questo tipo di intervento lo chiamerei ‘mutilazione asimmetrica’).

Altri, ancora, sono stati disinvoltamente storpiati nel profilo arcuato (questo tipo di intervento lo chiamerei ‘deformazione menefreghista’).

Infine – e qui possiamo perfino gioire – ho trovato alcuni vèfii intatti. Testimonianza commovente di un passato che conosceva la qualità architettonica e badava a salvaguardarne la memoria.

Ormai lontano da Procida, non posso che augurarmi che le forze tenacemente sane dell’Isola riescano a difenderli dal malcostume. Assieme a tutte le altre testimonianze residue della sua storia e delle sue tradizioni.

fonte: procidamia.it

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