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Procida. L’istruzione nautica nel Settecento: un primato del Mezzogiorno.

Il documento che di seguito riportiamo è stato pubblicato tra le lettere de “La Repubblica” del 20 maggio 2009 a firma della procidana Dott.ssa Raffaella Salvemini, primo ricercatore Istituto di Studi sulle Società del Mediterraneo Consiglio Nazionale delle Ricerche Napoli, che riprende l’introduzione al “Catechismo Nautico” testo di Marcello Eusebio Scotti, ripubblicato nel 2001 edito dal Pio Monte dei Marinai a cura del commissario Cap. Nicola Scotto di Carlo, dalla quale è emerso che la fondazione dell’Istituto Tecnico Nautico risale ben prima di quel 1833, anno in cui si era fissata la nascita “ufficiale” della scuola.
“Le polemiche sul diverso grado di alfabetizzazione nelle due aree del nostro paese e sul divario tra Nord e Sud in tema di istruzione si susseguono da anni. Così come puntualmente si susseguono le smentite. E proprio in questo clima rovente sembra quanto mai opportuno rivendicare un primato del Sud in materia di istruzione nautica, un primato cui ha contribuito anche l’isola di Procida. Le fonti storiche le riconoscono infatti un ruolo importante nella storia della marineria ma anche nella formazione dei naviganti nel Mezzogiorno di Antico Regime. Sulla scia di quanto realizzato nel Settecento prima da Venezia, Trieste, Fiume e Livorno, anche Procida insieme a Napoli, Meta, Carotto (Piano di Sorrento), Palermo, Siracusa e Alberi (Piano di Sorrento), avvia un progetto per la diffusione dell’istruzione tecnica legata al mare. Considerando che su 11 scuole aperte nel “Secolo dei Lumi” ben 7 nacquero nel Regno borbonico è innegabile riconoscere al Mezzogiorno il primato in questo settore della conoscenza. Per l’isola di Procida l’idea fu del sacerdote Marcello Eusebio Scotti che nel 1788 diede alle stampe il suo “Catechismo Nautico”. Il libro conteneva alcuni importanti precetti per tutti naviganti e quindi anche per i procidani. A questi ultimi il sacerdote riservò un’attenzione particolare decantando le doti sia degli uomini, esperti navigatori, che delle donne, perle rare cui i mariti affidavano il difficile compito di istruire i figli e di amministrare le finanze. Oltre a ciò il sacerdote ribadiva la necessità di aprire sull’isola una cattedra di nautica oltre che una Scuola Normale, secondo il Metodo introdotto nel 1784 nel Regno delle Due Sicilie. Il progetto, sottoposto all’attenzione dell’ammiraglio Acton dal sindaco dell’isola, Salvatore Schiano, fu accolto e la scuola fu aperta. A causa di alcuni contrasti con le autorità locali al sacerdote procidano non fu attribuito alcun incarico ufficiale e il ruolo di direttore rimase vacante fino al 1793 quando divenne direttore e maestro di latino Don Francesco Schiano. Per il mantenimento della scuola fu scelta una formula adottata anche a Palermo e Siracusa che prevedeva la partecipazione sia dell’Università che degli addetti al settore ovvero la Bussola delle tartane. Purtroppo l’ideatore del progetto Marcello Eusebio Scotti uscì tragicamente di scena: fu giustiziato a Piazza Mercato nel gennaio del 1800. Ma l’isola non abbandonò l’idea di formare la gente di mare e fu così che, tra alterne vicende, nel 1833 nacque la Scuola Nautica comunale e nel 1868 la Scuola Comunale fu trasformata in Scuola Nautica Regia; nel 1874 nacque l’Istituto Nautico intitolato all’Ammiraglio Francesco Caracciolo. Nell’Ottocento l’intero panorama dell’istruzione nautica in Italia si arricchisce e muta profondamente: alle 11 scuole nate nel’700 se ne aggiungono altre 26. Una pagina importante nella storia del settore viene scritta dalla Liguria dove operano ben 8 scuole a: Genova, Alghero, Cagliari, Savona, Oneglia, Chiavari, Spezia, San Remo, cui si aggiungono la scuola comunale di Rapallo e quella privata di Camogli. Il Mezzogiorno non mancherà all’appuntamento e anzi continuerà ad occuparsi con grande attenzione e professionalità dell’istruzione degli uomini di mare. In conclusione dal Settecento fino ad oggi, la gente di mare dell’intera penisola si è formata in queste scuole contribuendo non solo a dare lustro alla marineria italiana, ma anche mostrando la validità di un progetto ancorato più degli altri alle esigenze di un mercato del lavoro che vedeva il mare, a vari livelli, grande protagonista dell’economia, della politica, della cultura e dell’identità stessa del nostro paese.”

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