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Procida. Sull'eguaglianza dei cittadini dinanzi alla legge

di Gioacchino Romeo

da ProcidaMia.it -Intendo intervenire in un momento particolarmente difficile per il nostro Paese, in cui molti di noi si interrogano sul senso delle istituzioni, sul concetto di legalità, sulla condivisione delle regole in una società moderna, infine sul principio stesso di eguaglianza dei cittadini di fronte alla legge.

Qualche mese fa intervenni, con qualche disagio, in occasione della prima demolizione di un manufatto abusivo a Procida, ponendo un problema che, al di là del caso singolo, aveva una valenza generale: le regole devono essere rispettate o dobbiamo inventarci, per ogni regola, l’eccezione che ci fa comodo, quando ci fa comodo?

La risposta pareva e pare evidente: le regole valgono per tutti e vanno sempre osservate. Nelle singole vicende, poi, possono operare specifiche circostanze che addirittura, in qualche caso, ne giustificano l’inosservanza o, più spesso, attenuano il grado della devianza da esse. E credo che ciascuno di noi, abbia o non compiuto studi specifici, sappia ritrovare quasi sempre in sé il metro di valutazione, secondo criteri di giustizia, del “peso” di una violazione.

Ora, il caso che è sotto i nostri occhi in questi giorni (di un decreto legge assunto dal governo in materia elettorale, avente ad oggetto una sedicente “interpretazione autentica” della legge e per obiettivo quello di intervenire al fine di cambiare le regole di una competizione in corso d’opera) è, da un punto di vista giuridico, un’autentica mostruosità. Studiosi autorevoli, anche di diversi e opposti orientamenti politici, l’hanno sottolineato e stamattina un ex presidente della Corte costituzionale, su uno dei più diffusi quotidiani italiani, ha spiegato perché questo decreto legge arreca una grave ferita al nostro già fragile tessuto istituzionale, creando un precedente gravissimo.

Comparando questo caso odierno con quello, molto più modesto, di qualche mese fa, vien fatto di pensare ai tempi dei Promessi sposi, a Renzo che va da un avvocato azzeccagarbugli per essere difeso da un sopruso e verifica che l’avvocato “sta” dalla parte dei potenti e quindi non lo difenderebbe mai contro uno di loro; cioè, a uno Stato di ancien régime, autoritario, in cui i forti sono prepotenti e considerano le regole un optional, da osservare solo quando conviene e i deboli subiscono le regole sempre e comunque.

Anche l’Italia, nel processo di regressione istituzionale al quale impotenti assistiamo da anni, mentre dilaga impunemente la corruzione pubblica e gli stessi costumi etici, sia pubblici, sia privati, si sono gravemente deteriorati, sta tornando all’ancien régime?

Vorrei sperare fortemente di no, ma gli indizi univoci e concordanti sono tutti nel senso opposto. Ha sbagliato il Presidente della Repubblica a firmare il decreto? Secondo me, sì. Non avrei alcun dubbio in proposito. Non solo non doveva, ma non poteva.

Vorrei dapprima spiegarmi con un esempio semplice: può un arbitro di una partita di calcio ammettere alla competizione una squadra che si presenti fuori tempo massimo sul campo di gara? Evidentemente, no. E qualunque tribunale sportivo annullerebbe l’esito dell’incontro per dare vinta a tavolino la partita alla squadra puntuale.

Poi vorrei evocare qualche argomento meno semplice, almeno per i non addetti ai lavori.

L’altro ieri sera, prima che il consiglio dei ministri approvasse lo schema di decreto da sottoporre alla firma del Capo dello Stato, mi sono permesso di inviare una mail alla Presidenza della Repubblica del seguente tenore:

Esprimo la mia più ferma riprovazione di cittadino per l’approvazione di un decreto legge che è la pagina più buia scritta dal 1922 in qua nella storia di questo Paese. Il Presidente della Repubblica – qualunque sia il testo che gli verrà sottoposto – non può avallare un metodo che è espressione del più totale disprezzo delle regole ed espone la competizione elettorale a un quasi certo annullamento dei risultati. E ciò senza contare che, come già rilevato dalla migliore dottrina, l’interpretazione autentica non può essere data se non con legge formale, e non mediante decreto legge e che in ogni caso qui ci sarebbe l’espropriazione di un potere che è attribuito esclusivamente alla giurisdizione. Tentare di alterare le regole in corso di partita è fatto di gravità istituzionale inaudita; alterarle è l’equivalente di un colpo di Stato.

Spero vivamente che, prima di assumere la responsabilità di una firma frettolosa, il Capo dello Stato voglia ascoltare le voci più accreditate della dottrina costituzionalistica italiana e valutare con la massima attenzione l’ipotesi – tutt’altro che di scuola, considerati i precedenti – di emendamenti in sede di conversione che conducano al risultato voluto da chi con prepotenza intende piegare alla sua volontà la superiore volontà della legge.

Com’è noto, il Presidente Napolitano ha risposto alle lettere di due cittadini sul sito web del Quirinale (peraltro con argomenti ampiamente controvertibili, tanto da far dire a qualcuno che si sia trattato di una sorta di excusatio non petita), ma si è ben guardato dal dare, con i fatti, risposta alle ragioni più sopra rappresentate.

Non pretendevo, naturalmente, una risposta, ma una riflessione sui motivi che mi avevano indotto, contro il mio consueto riserbo e solo perché il momento era grave, a rivolgermi direttamente alla più alta autorità dello Stato. E questa riflessione non c’è stata.

Oggi si ha un bel dire, da parte di taluni, che la colpa è del “governo” e che Napolitano è estraneo ad essa. La colpa è anche, e soprattutto, del governo, ma è anche di Napolitano e mentre dal governo ci saremmo aspettati un comportamento arrogante, dal Presidente sicuramente no.

Riflettiamo un attimo. Napolitano dice che “non si poteva escludere dal voto una forza politica come il Pdl”. Che cosa significa? Che se si fosse trattato di un partito del 5% di voti si poteva (e si doveva) tranquillamente escludere? Come d’altronde ancora oggi succede per forze minori? E le regole che fine fanno? Si rispettano solo quando ci fa piacere?

Il Presidente Napolitano non può fare simili affermazioni. Delegittima il principio di eguaglianza.

Ma soprattutto a me pare che si sia assunto una grande e grave responsabilità:

1) per avere avallato l’idea, respinta dalla maggioranza dei costituzionalisti, che si possa fare interpretazione autentica con un decreto legge;

2) per avere firmato un decreto legge non consentito in materia elettorale;

3) per avere, nel merito, fatto rientrare in gioco la squadra che si era presentata quando il tempo era scaduto;

4) per avere, soprattutto, creato un precedente pericolosissimo in un Paese debole democraticamente, nel quale riappaiono concretamente sinistri segnali di un passato che volevamo sepolto per sempre nelle nostre coscienze, prima che nella nostra storia.

Inutile poi soffermarsi sulle responsabilità del governo: una classe politica che si rispetti prende atto dei propri errori e punisce chi li ha commessi, non cerca di eliminarli con un trucco da fiera, lacerando in modo grave un già esile tessuto istituzionale e allontanando ancor di più i cittadini dalla politica. È chiaro, infatti, che anche molti elettori del Pdl non hanno gradito questa forma impropria di autotutela esercitata da chi è ai vertici del partito: tutti noi aspiriamo a vincere senza trucchi, sotterfugi, imbrogli, piccoli o grandi che siano, ma solo per i nostri meriti.

Perfino Casini che non si può definire di certo un rivoluzionario, ha detto che è stata scritta una brutta pagina nella storia del nostro Paese.

Il discorso non può essere solo teorico. Fra tre settimane ci sono elezioni regionali, a Procida anche quella per il rinnovo del consiglio comunale.

Possiamo accreditare forze politiche – che, pur di vincere, ricorrono a questi metodi – della capacità di saper governare senza prepotenza, ma con rispetto delle regole, uno Stato, una Regione, una Provincia, un Comune? Io qualche dubbio l’avrei e comincerei a riflettere.

Qui a Procida il teatrino mediocre della politica ci mostra numerosi cambi di casacca, legittimi, beninteso, perché chiunque può cambiare idea nel corso della vita, ma spesso – e mai come nel presente caso il rilievo sembra fondato – sospetti, perché si ha l’impressione di giri di valzer dettati da puro opportunismo. Non mi pare elegante fare esempi, ma basta ascoltare la vox populi per capire quanto siano apprezzati e graditi dall’elettorato questi cambi di rotta che lasciano immaginare pregresse intese sottobanco, alleanze improprie e, infine, una specie di uso del consenso elettorale per fini privati.

Personalmente, per motivi di prudenza, evito da sempre di dare il voto a chi si presenti sotto bandiere radicalmente diverse da quelle consuete o da quelle della precedente tornata. Si tratta di un fatto di fiducia e di credibilità.

Per ragioni di “contrappasso” il pensiero corre commosso, in questo momento triste per la nostra democrazia, al prof. Aniello Massa, mio maestro delle scuole elementari, scomparso di recente, educatore di generazioni e presente sulla scena politica procidana per decenni, uomo poco incline alla becera teatralità dei tanti personaggi che l’hanno popolata.

Avevo avuto con lui un gratificante colloquio nella sua casa di via Libertà nell’estate scorsa. Sempre lucido e attento, intelligente, ironico, fu molto contento nel rivedermi e soprattutto nel constatare come uno dei suoi primi allievi condividesse con lui tante idee sulla politica e sull’esistenza, in particolare il concetto che la politica debba essere svolta esclusivamente nell’interesse della collettività (come, d’altronde, l’aveva praticata lui in tanti anni di vita).

Mi piace pensare (e sperare) che fra tre settimane il voto a Procida porti al trionfo delle sue idee sul senso della politica e delle istituzioni e faccia soccombere quei tanti che, con la vecchia o la nuova divisa, hanno di mira solo interessi personali.

Sarebbe un omaggio alla memoria di una persona dai costumi severi e integri dei quali oggi a Procida si avverte, come non mai, il bisogno.

Gioacchino Romeo

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