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Procida. Tribalismo padano e religione guerriera. Una riflessione da Verona

Molti non lo sanno. Chi le pronuncia forse non lo sa ma e’ bene rendersene conto. Tante frasi dure e aggressive ripetute a sostegno di ordinanze, di provvedimenti o di proposte legislative a favore dei “padani doc”, assomigliano a quelle che hanno preparato il clima politico e culturale delle leggi razziali in Germania (1935) e in Italia (1938). Senza abbondare in citazioni (la bibliografia al riguardo e’ immensa), mi limito a ricordare il programma del Partito nazionalsocialista, redatto da Hitler nel 1920, dove si afferma ( dal n. 4 al n. 8 ) la famigerata teoria della “comunita’ di popolo” basata sul concetto di  olksgenosse che significa “membro della comunita’ popolare”, di “razza tedesca”, l’unico a godere dei diritti di cittadinanza.

Tutti gli altri sono “ospiti” sottomessi a una “legislazione per stranieri”. E’ questo che si vuole?

Chi ritiene esagerato il giudizio di imminente o diluito nazifascismo puo’ almeno riflettere sulla logica tribale in cui stiamo cadendo. Vari esponenti politici di governo (nazionale e locale) sembrano pensare solo all’indiano padano perennemente assediato o minacciato. Vogliamo vivere come tribu’ separate o parallele? Tribu’ significa sia gruppo etnico che organismo sociale determinato e omogeneo che occupa una regione sulla quale afferma diritti tradizionali.

Moltissimi rom, sinti o islamici sono italiani-padani da anni, eppure si cercano impronte e foto, si invoca la difesa della “comunita’ di popolo”, si moltiplicano controlli esasperati del tutto controproducenti, mai pensati, ad esempio, per i sospettati di criminalita’ mafiosa o di finanza nera (analizzata dal Financial Crimes Enforcement Network), per gli autori (in gran parte familiari o conoscenti) di violenza contro donne, bambini e bambine o per i responsabili di grandi evasioni fiscali o di vittime del lavoro.

Giorni fa, un gruppo di antropologi ha diffuso un appello dal titolo “La civilta’ violata. Contro il ripiegamento autoritario e razzista che mina le basi della coesistenza”. Le loro argomentazioni assomigliano a quelle di molte organizzazioni sostenitrici della campagna “Siamo medici, non spie” o ai firmatari della recente lettera aperta riguardante l’inutile odiosa schedatura di persone (italiane e veronesi), avvenuta il 5 marzo scorso presso le piazzole di sosta di strada La Rizza, presso Verona.

Gli imprenditori delle paure aprono ferite e alimentano divisioni. La cultura del nemico ci rende tutti piu’ infelici e insicuri.

Il linguaggio volgare e violento che spesso ci avvolge tende a produrre inevitabilmente azioni volgari e violente. La vera sicurezza puo’ essere solo costruita assieme come un bene comune. Ultima osservazione. I sostenitori del binomio “sangue e suolo” sono pronti a brandire la croce come simbolo di un “cristianesimo senza Cristo” che mi sembra simile a quello propugnato dall'”Action francaise”, il movimento di Charles Maurras sostenitore di un “cattolicesimo anticristiano”, condannato da Pio X (1914) e da Pio XI (1926). Ogni progetto autoritario o totalitario ha bisogno di una religione civile settaria o guerriera. Non e’ questa la cultura veronese in cui sono cresciuto. Non e’ questa la fede cristiana espressa dal recente Sinodo diocesano. Esiste una Verona ricca di risorse democratiche e di esperienze libere e solidali che forse si e’ assopita ma puo’ risvegliare la sua identita’ relazionale e cosmopolita.

Qualcosa si muove. Per qualche mese alcuni autobus porteranno per Verona la scritta “Nella mia citta’ nessuno e’  straniero”.

 

Sergio Paronetto 

paxchristi_paronetto@yahoo.com

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