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Procida: "un isola ferita, senza orgoglio per il bene comune"

Porto di Marina Grande Procida (foto Gabriele Scotto di Fasano)Vogliamo condividervi una lettera, una testimonianza, una riflessione, che ci è stata inviata da un’amica Karin Munch che è stata in visita a Procida lo scorso inverno, durante il suo soggiorno nella nostra isola per partecipare ad un convegno sul tema della “Decrescita Felice” tenuto dall’economista Serge Latouche.

“Fotografo perché non posso disegnare, diceva il grande fotografo Henri Cartier – Bresson. Penso che tutti noi fotografi, piccoli o grandi, siamo tutti un po’ dei pittori mancati. Non abbiamo più la pazienza di coltivare i nostri  talenti,  passiamo troppo velocemente in tanti luoghi, troppi, diversi. Quindi alla fine un click possibilmente  studiato, risolve molte nostre esigenze di creazione artistica. Usiamo la macchina fotografica come una bacchetta magica per scoprire o far scoprire il mondo, la vita, la storia, la cultura intorno a noi, magari il significato nascosto sotto l’immediata apparenza.

 Parto per fare cinque giorni di vacanze, lavoro studio a Procida. Sono stata invitata da un gruppo di amici meravigliosi della società civile procidana che da alcuni anni  con molte iniziative, seminari e convegni cerca disperatamente di salvare Procida. Ignoravo che Procida era un “isola da salvare ”. Mi sembrava dai racconti, un isola meravigliosa, fuori dall’ ufficiale traffico turistico, vergine, intatta.

 Appena sbarcata dal traghetto mi accorgevo che guardavo Procida come  si osserva un malato.  Stavo fotografando ferite aperte. Ferite ovunque. Immediatamente quest’ isola mi sembrava un organismo in pessima salute che disperatamente lotta per la  sopravvivenza della propria bellezza, la memoria, la sua storia. Si, non sembrava possibile di essere sulla famosa isola di Elsa Morante, l’Isola di Arturo, l’isola dei limoni o  l’isola del Postino.

Qui l’abbandono al nulla è totale. L’orgoglio per il bene comune non esiste. L’economia mondiale ha vomitato qui i suoi gravissimi effetti collaterali: case abbandonate a se stesse da generazioni, costruzioni abusive in stili indefinibili che coprono l’isola come un cancro, automobili che  inseguono i pedoni ovunque,  si mettono di traverso, s’infilano tra la gambe , bloccano i passaggi.

Un labirinto di strade, che doveva rappresentare una volta la bellezza e la caratteristica di Procida, oggi  è diventata una specie di prigione di plastica verde con muri alti cinque metri. I limoneti, anche loro una volta l’orgoglio di Procida, oggi incolti, sono stati trasformati in parcheggi per carcasse di barche. I cimiteri della cultura marinara. Spiagge lunghissime vuote.  La  pesca è morta, ed il grande mare del golfo di Napoli sembra essersi arreso alla sconfitta.

Andate a Procida, andate ad incontrate la società civile, salvate Procida dall’indifferenza dalla tragedia finale. Per il momento non fotografatela, caso mai portatevi i colori, dipingetela ! Colorate di fiori i balconi le  finestre, le scalinate. Dipingete piante verdi  lungo le strade, dipingete tanti barche con pescatori sul mare, tanti bambini con le loro mamme sulle spiagge e cancellate le auto ed i recinti di plastica: aiutate Procida a sognare un futuro diverso”.

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