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Procida. Una proposta di legge d’iniziativa popolare: il PUC – Piano Urbanistico dei Cittadini

 di Basilio Luoni

Ciò che è accaduto, l’abbattimento della casa di una coppia di anziani coniugi, ferisce indelebilmente quelle persone, ma anche l’intera società procidana. E’ un fatto inaudito, grave sempre, ma a Procida oserei dire più che altrove, perché la casa è il santuario mistico dell’identità famigliare, il luogo finalmente placato e protetto dalle onde, il porto costruito per sé e i famigliari. E’ un evento talmente drammatico, impensabile fino all’attimo prima, eppure è accaduto, il martello e le ruspe in azione e non per costruire, la legge che presenta il conto con il suo volto più implacabile e feroce. Ma quanto accade, se non vogliamo che si aggravi ulteriormente, mezza Procida è oggi illegale, deve spingerci ad una riflessione profonda, un’assunzione di responsabilità nostra, di cittadini, che ci aiuti ad uscire con una proposta ragionata da questo ginepraio di piani contradditori, di norme violate e inapplicate, nel quale l’ignavia strumentale dei politici e anche  la nostra a volte opportunistica cecità, ci hanno cacciati.

 

Un Ammirevole Equilibrio

Procida è un territorio soggetto ad una straordinaria pressione demografica, in Europa è l’isola a più alta densità di popolazione. E’ una caratteristica risalente al diciottesimo secolo e riconfermatasi nei periodi successivi, malgrado si siano poi verificati significativi movimenti migratori. Una caratteristica che spiega anche, in parte,  quel che poi è accaduto.

Questa accentuata pressione ha obbligato la comunità isolana ad una gestione attenta del proprio territorio, che l’ha condotta alla realizzazione di un ammirevole equilibrio con l’ambiente, ancora oggi testimoniato. Necessità abitative, economiche, di vita quotidiana, sono state in un passato neppure troppo lontano, armoniosamente integrate, forse anche grazie a stili di vita più austeri e ad un’economia soprattutto legata al mare. Il risultato è stato quella particolare specificità architettonica e paesaggistica che chiamiamo Procida, che ne definisce la storica identità, una fusione dell’operare della comunità umana nella natura talmente armoniosa d’apparire esso stesso natura, progetto e disegno di un divino architetto.

 

La Guerra al Paesaggio e al Territorio

Questo equilibrio si è rotto a partire dagli anni 60 del secolo scorso per effetto di una crescita esponenziale del patrimonio edilizio, nei decenni successivi ancora più accentuata e disastrosa, fatta di unità edificate al di fuori di ogni controllo, di ogni regola e norma legislativa.  I contradditori piani regolativi l’uso del territorio: il Piano Paesaggistico e il Piano Regolatore, invece di richiamare interventi correttivi furono usati come alibi da una classe politico-amministrativa irresponsabile, interessata a coprire la propria passiva complicità verso questo scempio.

Così contro il nostro territorio, è stata da noi procidani dichiarata una guerra devastante mutando il paesaggio isolano da luogo del vissuto quotidiano ricco d’identità e memoria, a spazio insulso,  vuoto a perdere, merce di consumo usa e getta.

Sicuramente a Procida, l’elemento speculativo, a differenza di altre realtà, anche se presente, ha giocato un ruolo secondario. Le cause di questa guerra sono state soprattutto ragioni sociali (anche legittime), economiche e culturali.

La fame di case di una popolazione di famiglie numerose da sempre concentrate in un numero limitato di abitazioni, la maggiore disponibilità economica, il mutamento delle tecniche costruttive e degli stili di vita, dalle poche case austere, essenziali e durature della civiltà marittimo-contadina, alle numerose case abbozzate e arronzate  della società dei consumi.

Ma qui è la responsabilità della classe politica locale, il non aver saputo, o voluto gestire queste legittime necessità, moderandole, guidandole, inserendole in un progetto di governo del territorio condiviso e consapevole.

Così sono sorti veri e propri  quartieri  abusivi tra stradine dissestate e giardini abbandonati e brutalizzati,   baracche e abitazioni vergognose di sé malamente nascoste da orribili tendaggi frangivento, storici insediamenti stravolti  dove usi commerciali, turistici, abitativi si mescolano e confondono. Un connubio inestricabile  tra il vecchio e il nuovo che appare come l’opera di mondi estranei.

 

Un Patto di Rifondazione Solidale tra la Comunità e il Territorio.

Come uscirne? Come cessare questa guerra al territorio per riconsegnarlo alla comunità come valore d’uso, costitutivo anche di memoria e identità?

E’ una risposta che può venire solo dalla politica, ma una politica che ritorna al suo significato originario: l’arte del bene comune, l’attività per eccellenza del cittadino della Polis.  Recuperando il suo compito di guida e di orientamento, di mediazione tra passato e presente, di responsabilità verso il principio di legalità,  di contemperanza tra interessi diversi, ma anche di slancio utopico, di salto nel futuro.

Una politica che deve proporre alla Polis, alla città, in questo caso un’isola-città, la rifondazione di un Patto Solidale tra la Comunità e il suo Territorio. Un patto che abbia nella sostenibilità dello sviluppo, nel benessere per tutti, il suo principio guida e nell’obiettivo “abusivismo zero” il giro di boa di un governo del territorio finalmente efficace e produttivo di una qualità della vita realmente alta e democratica.

 

Un Corpo di Regole Condivise

Questo Patto include necessariamente il  recupero di un quadro legale, di un corpo di regole condivise e rispettate. Ma solo rompendo il circolo vizioso dell’illegalità permanente e il suo disastroso effetto moltiplicatore, è possibile il ritorno al rispetto delle regole.

Un territorio in cui metà delle famiglie ha in sospeso richieste di sanatoria di un qualche abuso edilizio permarrà ingovernabile, i controlli istituzionali saranno scarsi e demotivati e quelli dissuasivi dei cittadini del tutto assenti. Una legge prescrittiva che nessuno rispetta, è una legge inefficace ai fini pratici dell’oggetto prescritto, ma con effetti collaterali dannosissimi sui costumi e sulle consuetudini sociali. Abitua a considerare le leggi inutili orpelli, quando non assurdi impedimenti alla soddisfazione di legittimi interessi e quale interesse più legittimo della casa, tanto più quando questa viene edificata a proprie spese su di un terreno di proprietà?

 

Il Paesaggio: La Casa della Comunità

Ma interesse, diritto altrettanto legittimo è il territorio inteso come bene di tutti, spazio comune, luogo dove “ha luogo” la vita di una comunità. La casa affaccia su un’altra casa, un giardino, altri giardini, i limoneti, Il negozio sulla strada, la strada interseca altre strade,  che danno su altre case, quartieri, il bar e la piazza, la chiesa e ancora un’altra piazza, la scuola con il grande albero di fronte, la salita che arrampica tra le case, la discesa al porto e il mare, un porto piccolo e raccolto, un altro ancora più piccolo e antico e così via, spazio denso non vuoto, dove la quotidianità della comunità si svolge. Non si esce dalle case per gettarci in uno spazio vuoto e indistinto, ma si esce dalle case per entrare nella casa di tutti, la casa comune.

Il Paesaggio è il “luogo di tutti”, è la casa comune, la casa della Comunità.

Mi ha sempre colpito un racconto che viene fatto del pescatore della Coricella, la cui casa egli avrebbe dipinta diversa per distinguerla dalle altre. Io penso che egli abbia voluto distinguerla per vederla “con le altre”. Distinta ma non separata, dentro le altre case, nella casa comune, la Coricella, mirabile casa della comunità dei pescatori. La Marina mirabile casa della comunità dei marinai.

E’ il sentimento della casa comune, resa precaria da questa prassi sociale ciecamente e arrogantemente individualistica, che va rinnovato insieme alle norme, è questo sentimento che deve farsi norma condivisa, regolativa e prescrittiva.

 

IL PUC : una Legge d’iniziativa popolare

Ci vuole una legge, non solamente formale e  imposta, ma condivisa dai cittadini. Ma anche una legge, che  possiamo presentare alle Istituzioni come manifesto d’impegno e serietà e non corra  il rischio di venire interpretata come alibi per continuare  a fare ciò che si vuole.

Questa legge sarà il Puc, il piano urbanistico dei cittadini. E non mi riferisco a qualche pappiello di centinaia di pagine, incomprensibile per i comuni mortali già pronto in comune, elaborato dal solito supertecnico iperpagato.   Definiti alcuni semplici, sottolineo semplici, criteri generali validi per tutta Procida, il piano urbanistico comunale dovrà scaturire da una discussione, certamente coordinata, ma libera e  approfondita nelle assemblee di cittadini,  borgo per borgo, via per via, caseggiato per caseggiato, coinvolgendo tutta l’isola, a partire dalla conoscenza approfondita dei luoghi e dei cambiamenti avvenuti, sulle modalità di riqualificazione degli edifici (anche guardando all’eco-edilizia e al risparmio energetico), sull’uso degli spazi comuni, la cura delle vie, del verde, dei giardini, tutto  dovrebbe divenire oggetto di discussione collettiva e poi di azione condivisa, fino a definire e immaginare il paesaggio che si vuole costruire, abitare e comunicare. I cittadini procidani tornati finalmente pittori e architetti dei luoghi della loro vita.

Il Puc fotograferebbe lo stato reale del territorio, e allo stesso tempo sarebbe l’attivazione della sua reale riqualificazione e insieme del suo controllo effettivo, dove gli abusi prima che dai controlli, comunque indispensabili, verranno dissuasi dall’occhio civico dei cittadini.

Ma perché tutto questo sia credibile è necessario che la riqualificazione, fatta la discussione e approvate le linee guida, parta immediatamente, pagando quel che va pagato, da parte di chi ha violato le leggi, costituendo un fondo, dalla gestione trasparente, finalizzato al recupero  e mettendo in moto un processo di reale recupero del territorio visibile ed evidente.

Solo in questo modo saremo credibili, dimostrando che non si tratta di una furbata e l’istituzione comunale avrà la forza politica per portare avanti la legge fino alle sedi politiche più alte.

Naturalmente l’elaborazione di questa legge, data la sua natura profondamente democratica, presuppone l’accantonamento definitivo di una classe politica e amministrativa elitaria, improduttiva e incompetente che ha dimostrato una totale assenza di fiducia nei cittadini, considerati capricciosi bambinelli, da tacitare con promesse illusorie, mai stimolati ad assumersi le proprie civiche responsabilità.

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