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Procida. Una riflessione sulle demolizioni

Stop al Consumo di Territorio  di Gioacchino Romeo – fonte ProcidaMia.itVorrei intervenire sulla questione della recente demolizione di un manufatto abusivo, che – vedo – continua a suscitare reazioni, qualcuna meditata, altre sopra le righe, nell’opinione pubblica. Poche riflessioni:1)- può apparire un’ingiustizia perpetrata contro persone deboli e indifese un esito così grave come l’abbattimento di una casa di abitazione. Specie se restano in piedi veri e propri villaggi abusivi, edifici (a volte faraonici), appartamenti sorti come funghi in una notte e destinati a finalità puramente speculative, e così via.Ma dobbiamo pure, alla fine, porci una o più domande. Quando e da dove cominciare a stroncare l’illecito? Se c’è un’illegalità diffusa ed endemica, si può dire, come voleva anni addietro anche un illustre leader politico: “tutti ladri, nessuno ladro”? Se smarriamo, per una comprensibile, ma non giustificabile, pietas umana del caso singolo, il senso di ciò che è conforme alla legalità e di ciò che non lo è, siamo destinati a non avere futuro e a non andare da nessuna parte.2)- Procida era un “valore” da salvare. Credo che oramai non si possa salvare più, nonostante i buoni propositi di tanti (tra questi le generose iniziative di Elisabetta Montaldo e ora anche quella di Luoni), se non con una massiccia riduzione in pristino, che ovviamente non è praticabile. Lo dico, da procidano, con amarezza, ma con molta convinzione. Tanto per esemplificare, mi riferiscono fonti attendibili che all’incirca nelle stesse ore in cui le ruspe operavano in via Marconi, non molto lontano sorgeva un appartamento di oltre cento mq.: quale speranza vogliamo, o crediamo di poter coltivare, con queste premesse?3)- torna utile, in proposito, la dichiarazione di intenti del sindaco: d’ora in poi tolleranza zero per gli abusi edilizi. Suscita un riso amaro questa dichiarazione. Come prestarvi fede? Si può mai immaginare una devastazione del territorio come quella avvenuta in quest’isola nell’ultimo cinquantennio in progressione esponenziale senza una tolleranza (e spesso connivenza) delle pubbliche autorità? Basta riflettere su un dato di routine: scoperto l’illecito e disposto il sequestro, seguono l’ordine di demolizione e il ricorso al T.A.R.; una volta i giudici amministrativi, anch’essi responsabili per la loro parte di quanto è avvenuto, disponevano con magnanimità le sospensioni, oggi non più. Ma intanto i tecnici, subito all’opera, trovano qualche modalità per sanare l’illecito. Ho l’impressione che questo non possa valere per ogni caso (e di casi molto eclatanti, non fosse altro che per il “nome” dell’autore dell’illecito, abbiamo avuto sentore tutti). Allora mettiamo alla prova il sindaco: dia corso a tutte le demolizioni disposte, per le quali il giudice non abbia concesso la sospensione e non sia possibile alcun tipo di sanatoria amministrativa: questo è il vero banco di prova della serietà delle sue intenzioni;4)- vorrei, infine, ricordare che è improprio evocare il volto arcigno della giustizia che se la prende con i deboli, in un caso del genere. Ho sentito parole grosse in tv che davvero erano sfocate e, pur rendendomi conto che ripugna al comune senso di giustizia assistere a un evento così traumatico per chi lo subisce e contemporaneamente vedere che restano in piedi centinaia di manufatti di ben maggiore consistenza, non posso pensare che questo evento nasca da una discriminazione verso specifiche persone. Piuttosto, pur non conoscendo i fatti, sono incline a ritenere che, più probabilmente, nei complessi meccanismi che le nostre procedure predispongono per la difesa, qualche passaggio non abbia funzionato bene nel caso della recente demolizione e sia stato, poi, irreversibile l’esito infausto.5)- non credo all’effetto di deterrenza di questo abbattimento e per vari motivi: una convinzione diffusa dell’impunità; l’affidamento sul condono prossimo venturo che sciagurati governi fanno balenare e poi di fatto approvano, anche perché sono strumento formidabile di aggregazione del consenso; la circostanza dell’occasionalità di quest’intervento, che non ha colpito il forte e potente, ma il modesto e sprovveduto cittadino, facendo perdere quella connotazione di “esemplarità” che altrimenti ci sarebbe stata; infine, la latitanza di quel sentimento di appartenenza a una collettività che rende ciascuno consapevole del fatto che anche la proprietà privata è parte di un “territorio” la cui disponibilità è sottratta all’individuo. Concludo: se non si ripristina un minimo “etico” nei rapporti interpersonali, ogni possibilità di progredire, in questo, come in altri settori della convivenza civile, è pura illusione. Non saprei da dove cominciare; ma certamente la famiglia è il primo luogo “storico” dell’educazione all’etica. E se la famiglia, cioè l’autorità dei genitori, è latitante, è vano pretendere dalle istituzioni nelle quali, in successione temporale, l’individuo si inserisce (a partire dalla scuola), che surroghi le carenze di origine.Né la Chiesa – pur a volerle ritagliare un ruolo in uno Stato laico – pare in grado di esercitare quel magistero che ancora trenta-quaranta anni fa svolgeva.Meno che mai le altre istituzioni laiche sono in grado di sopperire alle carenze sopra indicate. In questa assenza collettiva di “autorità”, sarebbe bene che chi ancora riesce ad esercitare un ascendente sui giovani insegnasse loro che autorità non significa repressione dei diritti, ma rispetto del principio di legalità, che è garanzia dell’eguaglianza e della libertà di ciascuno.

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