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"Tutti a casa: Gesù non è risorto". Giovanni Franzoni

Una riflessione di Giovanni Franzoni* monaco benedettino ex abate della basilica di San Paolo fuori le mura in Roma e che oggi risuona attuale piu che mai.

22 aprile 1973 Pasqua di Resurrezione.

Se siete risorti con Cristo cercate le cose di lassù (Colossesi 3, 1).

Voi sapete dei tragici avvenimenti di questi ultimi tempi in Italia, di questa esplosione, di questo rigurgito di violenza che si sta manifestando ovunque, e di come tante persone, anche quelle che sono responsabili e che dovrebbero guardare al futuro di pace di giustizia e di speranza, tentino di creare quel clima che abbiamo vissuto nel 1948, di esasperata tensione, di scontro ideologico, di mentalità di blocco.

Tutto l’impegno di papa Giovanni, tutti gli sforzi attuali nella Chiesa per ricostruire le possibilità di dialogo, di collaborazione, di lotta in comune per i problemi della giustizia, potrebbero andare in fumo in questa radicalizzazione delle posizioni e soprattutto in questa incontrollata esplosione di violenza.
Quindi che cosa significa per noi Pasqua? Non voglio essere molto lungo, ma stiamo attenti che Pasqua potrebbe essere anche come il Natale, lo abbiamo detto tante volte, un modo di eludere la vera Risurrezione.
Dice San Paolo: «Se siete risorti con Cristo pensate alle cose superiori», non a una mentalità terrena. Evidentemente l’apostolo sa che il cristiano è risorto, quindi non rimanda il problema della risurrezione del cristiano agli ultimi tempi, ma lo considera problema di attualità. Il cristiano è un risorto ed è uno che ha cambiato logica, ha cambiato modo di pensare, ha cambiato tipo di presenza in questo mondo, sta con gli occhi puntati a valori che non passano, a valori che sono sempre valori e non sono condizionati dal proprio comodo, dal proprio interesse, dal proprio successo personale, dal proprio prestigio, ma sono valori di tutto l’uomo e di tutti gli uomini.
Quindi noi dobbiamo essere dei risorti.
Questo significa Risurrezione, e non, perché Gesù è risorto tanti secoli fa, fare solo una festa su questo… Se fosse una elusione della nostra presenza nel mondo, se noi facessimo solo una commemorazione del passato, mentre oggi siamo chiamati a essere uomini nuovi nel Cristo, la commemorazione sarebbe puramente liturgica.
Non si può quindi far scattare, quasi premendo un bottone, il meccanismo del dolore, della sofferenza, durante i giorni della passione, e poi, perché semplicemente è arrivata la mezzanotte di Pasqua, pigiare un altro bottone e dire che siamo tutti risorti, e fare esplodere il meccanismo della gioia. Guardiamo: chi è nel dolore resta, chi è nella emarginazione resta.
Non so se avete letto fra le tante notizie di questi giorni: c’è un altro tipo di assassinio, che oserei chiamare soffocato e dolce. È una recentissima statistica: diverse centinaia di bambini in Sud America muoiono giornalmente per malattie varie, che nascono da un’unica fondamentale malattia: la fame. Questa è una autentica strage degli innocenti che è in corso accanto alle altre.
Questi risorgono?
Per loro è congelata soltanto una risurrezione finale. E la nostra umanità si può considerare risorta? Per loro, come esistenze individuali, sì, io non ho dubbi, sono convinto che il Signore se li prende. Ci mancherebbe altro che dopo aver visto la loro vita troncata, dopo non aver potuto vivere, dopo essere stati esclusi dalla vita proprio mentre ci mettevano piede, non avessero neanche la risurrezione, non avessero la vita nel seno di Dio! Di questo sono convinto. Ma la domanda è un’altra: siamo risorti noi cristiani che facciamo morire i bambini di fame, di inedia, di stenti, di malattie derivanti da queste piaghe endemiche in paesi che si vogliono considerare cristiani, siamo noi risorti?

Bisognerebbe un giorno (potrebbe sembrare una beffa, sarebbe un gesto di realismo) trovarci qui per la Pasqua e dire «Tutti a casa: Gesù non è risorto». Allora che succede? Imbarazzo generale. Riportiamo le uova di Pasqua dal cioccolattaro: c’è una crisi economica, falliscono Alemagna e Motta, tutte le «colombe» non servono più a niente.

E che? Deve Cristo sorgere tutti gli anni?

La Risurrezione storica di Gesù è avvenuta venti secoli fa, quella va bene, quella sta a posto; ma la comunità cristiana risorge automaticamente col pigiare del pulsante, oppure c’è qualche anno in cui non risorge, impastata com’è nella contraddizione, nell’ambiguità, nella timidezza, nel peccato?

Adesso non voglio farvi questo scherzo, però credo che in questa gioia pasquale dobbiamo giustamente mettere i punti interrogativi. Ed è per questo che accetto il suggerimento, e ne assumo la responsabilità, di ricordare insieme, dato che fra tre giorni ricordiamo la Resistenza e la liberazione del nostro paese, di abbinare questi due fatti, non perché si possa sovrapporre e far coincidere la liberazione, che conduce l’uomo in modo autonomo, con la liberazione che ci porta Cristo dal peccato, ma perché gli uomini nuovi che escono dalla Risurrezione di Cristo debbono essere i protagonisti di ogni liberazione, devono partecipare a ogni liberazione, perché la liberazione dell’uomo dall’oppressione, dalla schiavitù, dall’ingiustizia e dalla fame è un segno di liberazione più profonda, che è la libe¬razione totale, globale e definitiva, che è la risurrezione finale.

Come Gesù, per dare dei segni premonitori della sua divi¬nità e della sua Risurrezione, guarì i malati, dette la vista ai cie¬chi, fece camminare gli storpi, risuscitò i morti, così noi, per dare un segno della nostra fede in un mondo nuovo, in terre nuove e cieli nuovi, partecipiamo con altri uomini alla libera¬zione degli uomini, alla realizzazione di una terra come Dio l’ha voluta, perché, quando l’ha creata, Dio l’ha creata per tutti, la terra, e non soltanto per alcuni.
Per questo a me sembra giusto leggere alla preghiera dei fe¬deli la lettera di un condannato a morte della Resistenza. È una persona che nessuno di noi conosce, ma a me sembra che in qualche modo abbia dato la vita. Come Gesù non è morto a caso ma ha dato la vita al servizio del Padre, degli uomini, dei fratelli, così noi crediamo che sia cristiana la morte di chi ha dato la sua vita e le ha dato un senso perché è stata una vita di lotta e di impegno. L’autore di questa lettera forse non era un credente, però era certo nella stessa direzione di amore e di liberazione, e quindi lo possiamo considerare un segno di risurrezione anche sul nostro cammino.

Giovanni Franzoni monaco benedettino

*Oggi allo stato laicale,(perché assunse posizioni a favore della legge sul divorzio )
Molti anni, fa invitato da don Michele Ambrosino,(suo stimatore) tenne una conferenza nel santuario di S.Giuseppe.

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