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Un progetto incompiuto: Rifondazione Comunista

di Paolo Ferrero

su Liberazione del 07/04/2010

Dal libro “Quel che il futuro dirà di noi”, di Paolo Ferrero, Derive Approdi, € 12,00

Che ruolo ha avuto Rifondazione comunista nella crisi della sinistra? (…). Indubbiamente quando nasce, nel 1991, rappresenta un fatto – e un fatto nuovo – nel contesto politico di quegli anni. Nasce come Movimento per la Rifondazione comunista. E’ l’esito di una battaglia che i compagni e le compagne del Pci portarono avanti contro lo scioglimento. Dopo pochi mesi confluisce nel movimento anche Democrazia proletaria e si arriva in breve alla formazione del Partito. L’elemento fondativo in quella fase è certamente la reazione alla scelta di sciogliere il Pci e di considerare il comunismo semplicemente un cumulo di macerie, da cui prendere le distanze il più rapidamente possibile. All’origine di Rifondazione c’è invece l’idea che il comunismo e la sua storia non siano un ostacolo, ma un riferimento da mantenere e da sviluppare dialetticamente.
Da qui anche il nome – Rifondazione comunista – ovvero la convinzione che sia necessario porsi nell’alveo di una storia e nello stesso tempo praticare una netta discontinuità rispetto agli errori (e orrori come abbiamo detto successivamente), che in nome del comunismo sono stati commessi. Non era quindi, la nostra, un’ipotesi banalmente «continuista», né di puro «rifacimento » del Partito comunista. Ma era la convinzione che il comunismo andasse rifondato a partire da una critica serrata delle esperienze del «socialismo reale», da una rilettura di Marx e del nesso tra libertà e giustizia. Volevamo individuare la nostra storia nell’idea e nelle pratiche sociali di milioni e milioni di militanti che erano venuti prima di noi. Il riferimento al comunismo era visto come risorsa decisiva per ricostruire l’autonomia politica e culturale delle classi lavoratrici e per proporre una uscita dal capitalismo che, nel frattempo, andava approfondendo e non certo mitigando il suo carattere distruttivo e barbarico (…). Rifondazione è importante in primo luogo perché tiene aperta una prospettiva, una speranza. Rifondazione però diventa anche un importante punto di aggregazione per i lavoratori. Poco dopo la sua nascita gioca una partita importante – nel ’92 e nel ’93 – nella contestazione da sinistra degli «accordi di luglio» e delle politiche dei governi presieduti da Amato prima, e da Ciampi poi. C’è ancora – e viene riattivato – un legame con la base operaia. Legame che affonda le sue radici nell’onda lunga del «sindacato dei Consigli», quello che aveva ripreso la parola al tempo degli «autoconvocati » e contro il decreto di Craxi del 1984. La nascita di Rifondazione comunista non è solo un fatto politico o ideologico, è nel concreto la ricostruzione di un partito di classe dopo anni di sbandamenti e marginalizzazioni (…). Tant’è che ebbe dei risultati elettorali molto significativi nelle elezioni amministrative del ’93. A Milano, Rifondazione fece un ottimo risultato, attorno al 10%. A Torino il Pds prese meno del 10% alle elezioni comunali, mentre a Rifondazione andò il 14,5%. Diego Novelli – candidato da Rifondazione e dalla Rete (una formazione guidata da Leoluca Orlando, che potremmo definire «dipietrista» ante litteram) – prese il 46% al primo turno e andò al ballottaggio con il candidato del centrosinistra, Castellani, che aveva superato di poco il 20. Novelli alla fine perse, ma solo perché tutta la destra votò Castellani, segnalando sin dall’origine il carattere di classe del bipolarismo coatto all’italiana. Basterebbero questi dati positivi a testimoniare della nascita di un partito non residuale, in grado di ridare un speranza alla sinistra. In negativo, va invece sottolineato come venga appena sfiorato l’aspetto teorico e analitico della «rifondazione» di un pensiero comunista all’altezza dei tempi (…). Senza averlo teorizzato, anche Rifondazione restò in larga parte «prigioniera» delle esigenze imposte dall’azione politica immediata (…). Nel 1994, l’alleanza tra Pds e Rifondazione perse le elezioni – fatte con una legge elettorale bipolare – e Berlusconi trionfò, cadendo però quasi subito sulla vicenda delle pensioni (…). Fu la prima prova politica di Rifondazione in un contesto bipolare. Da molte parti della sinistra ci veniva chiesto di votare il governo «tecnico» presieduto da Dini, per evitare il voto immediato e il rischio di un ritorno delle destre. La direzione nazionale del partito si spaccò.
Una parte consistente dell’allora gruppo dirigente era favorevole all’accordo, ma si formò una nuova maggioranza comprendente quelle che sino ad allora erano state le minoranze di sinistra e si decise una posizione contraria. Il Prc quindi non votò la fiducia, ma subimmo la prima scissione. Crucianelli e altri diedero vita ai «comunisti unitari». Vendola e altri – che pure si erano espressi per l’appoggio a Dini – rimasero nel partito. La vicenda del governo Dini rappresenta il primo frutto avvelenato del bipolarismo nel nostro paese. Da un lato Berlusconi, iscritto alla P2, portatore di politiche antioperaie e fascistoidi, dall’altra Dini, espressione di una destra tecnocratica, neoliberista e ben decisa a tagliare la spesa sociale e i diritti dei lavoratori. In nome dell’antifascismo si chiedeva al Prc di «baciare il rospo», di scegliere il meno peggio. La scelta di non votare Dini, ma di non votargli nemmeno contro, fu il primo atto di una storia che ha caratterizzato Rifondazione negli anni a venire. Il tentativo di costruire uno spazio politico «indipendente», in un quadro istituzionale fatto invece apposta per non permetterlo. Le nostre difficoltà, le traversie, le scissioni e anche le contraddizioni, vanno lette alla luce di questo aspetto strutturale in cui ci siamo trovati a vivere e lottare: un sistema bipolare fatto apposta per impedire l’esistenza alla sinistra di alternativa.
Il tentativo di Rifondazione è stato quindi qualcosa di originale rispetto a quello della sinistra maggioritaria italiana. Mi riferisco al tentativo di non accettare il punto di vista dell’avversario. La sua grandezza va rintracciata nella scelta della discontinuità, in un contesto istituzionale che ancora oggi vuole impedirla. Lo dico perché guardo con qualche invidia ai compagni e alle compagne tedesche. Hanno potuto costruire la Linke in un contesto proporzionale. Un contesto in cui la sacrosanta battaglia contro la destra non diventa per forza alleanza con un centro-sinistra liberista. Sottolineo questo elemento perché non si capisce nulla di Rifondazione comunista – e della sua crisi – se si astrae dal contesto istituzionale bipolare in cui abbiamo dovuto operare. Dopo il governo Dini si va alle elezioni del ’96. Ci si arriva costruendo un accordo di «desistenza» con Prodi. Otteniamo un ottimo risultato elettorale, il migliore della storia di Rifondazione. In pratica abbiamo utilizzato le pieghe della legge bipolare di allora per costruire un accordo che ci permettesse di sommare i voti con l’Ulivo. Il fine era di battere le destre senza impegnarci in un programma di governo che non condividevamo. La convivenza divenne man mano sempre più difficile, sino alla pessima approvazione del cosiddetto «pacchetto Treu» sul mercato del lavoro. Consapevoli di questo progressivo slittamento a destra del governo, nel ’97 ponemmo duramente il problema di una modifica delle politiche economiche e sociali. In particolare chiedemmo di approvare anche in Italia una legge sulla riduzione dell’orario di lavoro, così come era stato fatto in Francia dal governo Jospin. Durante la discussione sulla legge finanziaria, nel dicembre 1997, si verificò un braccio di ferro pesantissimo sulla nostra proposta di ridurre l’orario settimanale di lavoro a «35 ore». Ne uscimmo con un accordo, che non venne però rispettato. Di fronte a questa situazione non più sostenibile, si arrivò, alla fine del ’98, alla rottura. Fu allora che si produsse un’altra scissione, assai più consistente di quella del ’95, a opera di Cossutta e Diliberto, che diedero vita ai Comunisti italiani. Questa rottura rappresentò un passaggio di grande significato nella vita politica di Rifondazione e del paese. Se la nascita del Pds aveva diviso il popolo comunista sul piano ideologico, in questo caso la scissione avvenne sul piano politico, e su un terreno scivolosissimo: la rottura dell’unità contro le destre. Fu un periodo molto difficile. Tutti i mass media dell’area progressista erano impegnati in un processo di stampo staliniano contro Rifondazione comunista e contro Bertinotti in particolare. Le difficoltà che avevamo nel rapporto di massa erano aggravate dalla più infamante delle accuse: essere conniventi con il nemico. A livello politico e popolare si riproponeva in modo amplificato la contraddizione che avevamo sperimentato nella vicenda Dini. Contraddizione che si sarebbe riproposta immutabile negli anni successivi. Consentire alle alleanze anti – Berlusconi di governare, quali che fossero le politiche praticate, oppure opporsi? Accettare la logica del «meno peggio», o mantenere aperta una prospettiva di trasformazione sociale rischiando di essere accusati di far vincere la destra? E’ una contraddizione acuta che percorre tutto il nostro popolo, e ovviamente anche il Prc. E’ la trappola del bipolarismo, che ha logorato non solo noi ma tutta la sinistra, a partire dalla Cgil. Naturalmente, più radicale è l’ipotesi che rappresenti – più è distante dalla politica di un governo che magari appoggi dall’esterno, o a cui partecipi in posizione minoritaria – più alto è il prezzo che ti fanno pagare. E’ quindi la «trappola bipolare» a produrre in modo strutturale la «legge del pendolo» che tende a distruggere la sinistra italiana. Nei periodi in cui governa la destra, matura un movimento contro di essa che chiede l’unità di tutte le opposizioni nelle elezioni successive. Se ti allei e governi su una posizione moderata, deludi le aspettative del tuo popolo e contraddici le ragioni della tua esistenza. Alimenti di fatto la percezione dell’inutilità della politica e la retorica del «siete tutti uguali», ponendo le basi per l’estendersi dell’egemonia sociale della destra. Se invece non fai l’accordo, dividendo la coalizione che aveva fatto opposizione, vieni accusato di far vincere le forze reazionarie. Una situazione disperante in cui la sinistra viene alternativamente schiacciata o sulla propria inefficacia (l’esperienza fatta con i governi Prodi) o sul suo presunto avventurismo (caduta del Prodi – uno). In entrambi i casi è tendenzialmente precluso alla sinistra di potersi sviluppare in relazione ai movimenti di massa costruendo un profilo di alternativa. Da questa consapevolezza nasce l’esigenza di rompere la gabbia del bipolarismo al fine di poter ricostruire una sinistra degna di questo nome in Italia.

Paolo Ferrero, Quel che il futuro dirà di noi, DeriveApprodi (pp. 154, euro 12,00)

http://www.esserecomunisti.it/index.aspx?m=77&f=2&IDArticolo=31669

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