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Vera Vergani. La diva che scelse Procida e fu “la moglie del capitano”


– di Vittorio Paliotti

Vent’anni dalla scomparsa di Vera Vergani, attrice teatrale milanese di grande fascino.
Incontrò su una nave l’ufficiale di Marina Leonardo Pescarolo, procidano.
Lo sposò rinunciando alla carriera sulle scene e con lui visse sull’isola napoletana.
Per tutti fu “la moglie del capitano”. Dal matrimonio nacquero due figli che per lungo tempo non seppero dei successi artistici della madre. 

Altro che Graziella. Più ancora della figura ottocentesca della figlia di un pescatore morta per la isperazione di essere stata abbandonata dal suo innamorato francese (narrata dal poeta Alphonse de Lamartine), Procida, tutta l’isola di Procida, avrebbe mille validi motivi per andar fiera di Vera Vergani, milanese di nascita ma procidana di cuore. Sto parlando della donna che nei primi decenni dello scorso secolo fu la più celebre attrice italiana di prosa.
All’età di trentacinque anni, mentre era al culmine del suo trionfo artistico, Vera Vergani, innamoratasi di un capitano marittimo, procidano verace, diede un addio alle scene trasformando se stessa in una tranquilla isolana madre di famiglia, dedita a scrutare l’orizzonte nell’attesa di veder spuntare la nave comandata dal marito.

A vent’anni esatti dalla scomparsa di Vera Vergani, avvenuta nel 1989, mi sembra giusto rievocarne la vicenda straordinaria: quella di un’attrice, peraltro bellissima, che fu la preferita di autori come Gabriele d’Annunzio, Luigi Pirandello e Dario Niccodemi e che fu apprezzata e lodata da famosi critici, primo fra tutti Antonio Gramsci. Nata a Milano il 6 febbraio 1894, nipote del celebre marionettista Vittorio Podrecca, sorella del famoso giornalista Orio Vergani, colei che diventerà anche una delle più ammirate dive del cinema muto, incominciò a recitare all’età di dieci anni, in una filodrammatica di Cividale del Friuli con una porticina di “Così va il mondo bimba mia”.

I genitori, e forse anche lo zio anarchico, quell’altro Podrecca che si vantava di aver sostenuto in vita sua ben centodieci duelli, avrebbero voluto che lei diventasse una quieta insegnante elementare. “No, voglio fare l’attrice!”. “Ma quello dell’attrice è un mestiere scombinato!”. “E perché, forse non è un mestiere scombinato quello che fa Orio? Io voglio fare l’attrice”. E attrice divenne.
Una carriera strepitosa. Nel 1912, Vera Vergani esordì nella compagnia di Benini in una commedia di Ermete Novelli; nel 1913 era già seconda donna nella compagnia “Talli-Melato-Giovannini” e nel 1916, appena ventiduenne, era addirittura prima attrice con Ruggero Ruggeri, padre spirituale di tutti gli attori italiani di prosa. Fu protagonista di drammi di Annie Vivanti, di commedie di Labiche, di Dumas figlio, di Shakespeare. Fu ammirata nel “Ferro” di d’Annunzio; sostenne il ruolo di Ofelia nell'”Amleto”; ma il suo cavallo di battaglia rimase, per anni, “La figlia di Jorio” di Gabriele d’Annunzio.

Nel volgere di pochi anni, Vera Vergani divenne l’autentico idolo delle folle italiane. La sua bellezza dolce, la sua eleganza sobria e quindi facilmente imitabile, la sua bravura senza colpi di testa, l’imposero all’attenzione di tutta Italia. E poi anche all’attenzione dell’America dove compì lunghe tournée. Nel 1920 interpretò anche una quindicina di film, muti naturalmente. Oggi, i fotogrammi di quei film fanno un po’ sorridere: braccia languidamente protese, palpebre socchiuse, capelli al vento. Ma allora quelle scene, recitate con Tullio Carminati o con Nerio Bernardi, commuovevano e appassionavano. Vera Vergani diventava sempre più celebre, sempre più adorata, sempre più vagheggiata. Le sue fotografie campeggiavano sulle copertine dei settimanali di tutta Europa. Ad ogni “prima” il suo camerino si trasformava in una serra di fiori. Valanghe di lettere d’amore le venivano recapitate da tutto il mondo. Quelle lettere, Vera le scorreva con occhio ironico.
Sapeva bene che l’amore non poteva venirle da ignoti. Il successo, anzi il trionfo, non aveva montata la testa all’ex attricetta di Cividale del Friuli.

Nel 1921 Vera Vergani diventò un’eroina del teatro. E non è esagerato dire che il gesto che lei compì rimarrà nella storia del teatro di tutti i tempi. Si dava, a Roma, la prima dei “Sei personaggi in cerca d’autore” di Pirandello. Il pubblico, abituato a un teatro borghese e convenzionale, non volle accettare, come è noto, quel testo che oggi è diventato classico ma che allora era di avanguardia. Sicché, finita la recita, centinaia di persone invasero il palcoscenico.

“Pirandello è pazzo! Abbasso Pirandello!”, gridavano gli spettatori.
Era un pubblico molto passionale, quello di allora. Oggi la gente va a teatro (se ci va), applaude, applaude e basta. Ma quelli erano tempi in cui gli spettatori si ritenevano essi stessi personaggi di teatro, e perciò arrivavano a esprimere i loro dissensi anche in maniera violenta. Luigi Pirandello andò a barricarsi nel camerino di Vera che, nella sua commedia, aveva sostenuto il ruolo della Figliastra. Il pubblico ruppe i cordoni degli inservienti e penetrò anche nei camerini. Qui Galeazzo Ciano, Remigio Paone e Orio Vergani, tre autentici macigni, gridavano: “Di qua non si passa”. Galeazzo Ciano, allora, non era ancora il “delfino” di Mussolini, ma era ben noto come figlio dell’eroe di Buccari; Orio era già un giornalista autorevole e Remigio Paone già un impresario famoso. Ma il pubblico travolse anche loro tre e stava per scardinare la porta del camerino dove si nascondeva Luigi Pirandello, quando ecco farsi avanti Vera Vergani.

Bella quanto mai, dolce, sorridente, Vera blocca con un gesto gli scalmanati, ottiene il silenzio e dice: “Prima di toccare Pirandello dovete passare sul mio cadavere”. Una frase talmente scontata, talmente logora che lei, probabilmente, sul palcoscenico si sarebbe rifiutata di pronunciare, ma che ebbe il suo effetto. Il pubblico, gli assalitori, si sentirono spiazzati e, come d’incanto, rinunciarono subito a strapazzare Pirandello. Il più facinoroso, anzi, chiese l’onore di baciare la mano a Vera. L’attrice gli tese il braccio con aria di regale concessione e Pirandello fu salvo. A trentasei anni, e precisamente il 13 febbraio 1930, dopo aver interpretato al teatro Manzoni di Milano il personaggio di Mila di Codro nella “Figlia di Jorio” di d’Annunzio, Vera Vergani, che era nel pieno fulgore della sua arte e del suo successo, abbandonò le scene per diventare la moglie di Leonardo Pescarolo, un ufficiale di marina nativo di Procida. La notizia, pubblicata con grande evidenza da tutti i giornali, lasciò allibiti milioni di fan. Sposarsi e va bene; ma perché dare un addio al teatro?, ci si chiedeva. E perché poi, tutto così d’improvviso?

In realtà Vera e Leonardo si conoscevano già da dieci anni. Il loro incontro era avvenuto a bordo di una nave, mentre Vera si recava in America in tournée. L’ufficiale, durante il viaggio, la corteggiò con discrezione, e ai suoi colleghi artisti che facevano sommessi commenti, Vera disse testualmente: “Ma non vedete come è bello? Sembra la reclame del Proton”. Era, allora, il Proton, uno sciroppo, molto pubblicizzato dai giornali, che prometteva l’acquisizione di un fisico da superman a chiunque ne avesse ingerito appena qualche goccia. Leonardo Pescarolo era proprio bello, bello come un isolano di Procida. Per dieci anni l’ufficiale non trascurò di inviare messaggi a Vera, dai vari porti che toccava con la sua nave. Poi nel 1935, Vera capì che Leonardo era qualcosa in più della reclame del Proton. Capì che era un uomo di grande intelligenza. Capì che era un uomo, insomma, per il quale valeva perfino la pena di abbandonare il teatro e la gloria. “De-fi-ni-ti-va-mente”, diceva, rivolta a chi, impresario o capocomico, cercava di strapparle una promessa.

Sorprendendo se stessa, Vera fu capace di potersi tramutare, da un momento all’altro, in una comune borghese madre di famiglia. I giovani sposi si stabilirono, in un primo momento, a Genova; e lei, paziente e innamorata, andava al porto ad attendere che la nave di lui attraccasse. Di lì a poco, poi, il trasferimento a Procida, in una casa piena di colori, come appunto sono quelle di Procida, e che sembrava venir fuori dalle righe di una fiaba. Vera e Leonardo ebbero due figli, e li battezzarono con i loro stessi nomi: Leonardo e Vera. Il nome della diva, invece, il nome di Vera Vergani entrò nell’ombra.

Abituata a essere lodata da centinaia di giornalisti, Vera evitò di concedere interviste sulla sua nuova vita di sposa. “Lasciatemi stare, io sono la signora Pescarolo, moglie del capitano Pescarolo. Vera Vergani non esiste più”. Talvolta i giornalisti ricorrevano a ingenui stratagemmi: “Sono un collega di Orio”, si annunciavano al telefono. E lei: “Allora domandate a lui. Mio fratello è il mio addetto stampa”. Riuscì a mimetizzarsi talmente bene, Vera, che nemmeno i figli seppero, per molto tempo, che la loro mamma era stata una celebre attrice. “Soltanto un giorno, per caso, appresi, da una mia compagna di scuola, chi fosse stata mia madre”, mi disse la signora Vera junior. E infatti a Procida le persone a conoscenza della passata attività artistica di Vera Vergani si potevano contare sulle dita di una mano.

Come le mogli degli altri marinai e ufficiali di marina di cui Procida, terra di naviganti, era ed è piena, Vera si abituò alle lunghe interminabili attese, interrotte solo dall’arrivo della posta; si assuefece a festeggiare date significative in compagnia soltanto dei suoi figli; imparò a recitare le preghiere per la salvezza dei marinai. Stranamente i due figli, Leonardo junior e Vera junior, nelle cui vene scorreva pur sempre il sangue dei Podrecca e dei Vergani, sentirono, non si sa come il richiamo dell’arte. Si trasferirono entrambi a Roma ove lui intraprese la professione dello sceneggiatore e lei quella dello scenografo, fra i più quotati di Cinecittà.

E fu soltanto per accontentare i due figli, trasformatisi in produttori, che nel maggio del 1965 l’ormai settantunenne Vera Vergani accettò di interpretare il ruolo della anziana signora nel film “Il morbidone” diretto da Massimo Franciosa. Si trattò, comunque, di una parentesi, chiusa la quale Vera ritornò alla quieta vita di Procida, accanto al suo capitano: capitano in pensione sì, ma ancora aitante e in grado di fare la reclame non solo al Proton ma anche ad altri più efficaci rimedi presenti nella farmacopea mondiale. La vita dei coniugi Pescarolo era fatta, adesso, di passeggiate a Sancio Cattolico, alla Chiaiolella, alla Corricella fin su alla Terra Murata, accanto all’abbazia di San Michele da dove, affacciandosi, non si vede che mare, mare e poi mare. Lassù il capitano Leonardo Pescarolo disegnava, col pensiero, la rotta di quello che sarebbe stato il suo ultimo viaggio e che non temeva perché sapeva che a salutarlo ci sarebbe stata Vera e che Vera, in quel momento avrebbe fatto ricorso a tutta la sua arte per regalargli la bugia di un sorriso. Fu quello che accadde, un brutto giorno. E da allora Vera Vergani non salì più alla Terra Murata: troppo faticoso il percorso. L’additavano, i procidani, come “la moglie del capitano” e ciò la rendeva felice. Il suo turno d’imbarco fu chiamato nel tardo autunno del 1989. Capitò che, proprio allora, dal porto di Sancio Cattolico salisse il lamento roco di una sirena. Una nave salpava.

fonte: http://www.lisolaweb.com/it/a/la-diva-che-scelse-procida-e-fu-la-moglie-del-capitano

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