Il bivio della politica

Di Michele Romano

Il sensibile astensionismo delle recenti elezioni amministrative ci fa riflettere che una significativa ed ampia parte della collettività è stanca, stressata, nauseata da una lunga stagione di delirio, di odio, sentimenti che portano all’estinzione dei valori, di vendetta, impulso primitivo che alimenta continue e dolorose ritorsioni, di menzogna, contaminazione deteriore dell’animo umano che gioca sull’ambiguità e la simulazione per distruggere la reputazione altrui. Tutto ciò accompagnato dalla regia perfida di un’ipocrisia moralistica che cerca di imporre la propria illiberale e clericale supponenza su come vivere e comportarsi. E qui si apre il triste scenario nel quale la politica, insieme a una parte rilevante delle istituzioni, delle agenzie educative, dell’informazione e della comunicazione, sono in balia degli istinti bassi del cavallo nero della biga alata di Platone. Ora sorge un enorme punto interrogativo: c’è la possibilità che la politica riemerga dagli abissi in cui è affondata e ritorni da appropriarsi dell’alta e affascinante funzione di ricostruire le linee guida per governare che tende alla realizzazione del bene comune? Da credenti della speranza siamo predisposti all’apertura di un nuovo rinascimento di essa a condizione che, nella sua interezza e diversità, acquisisca un rivoluzionario principio su cui rifondarsi, l’umanesimo samaritano. Come mettere al centro del suo agire l’etica della responsabilità che si poggia nel ritenere sempre gli altri sempre un fine e non un mezzo da strumentalizzare per i propri interessi. Per rendere proficua e completo tale nobile e illuminante principio bisogna avere come compagni di viaggio la tolleranza, il coraggio, la mediazione. La tolleranza è una virtù rara e importante perché libera dal fardello pesante e paralizzante del pregiudizio, tanto da far dire a Voltaire “pur non condividendo le idee altrui sia disposto a morire per farle esprimere”. Ciò conduce ad una sana e civile competizione da cui viene espulsa la figura perniciosa del nemico da sterminare con le armi letali odierne del massacro mediatico. Il coraggio è una fonte di salvezza; il codardo fugge davanti al pericolo, la persona audace gli va incontro. Comunemente si tende ad assimilare la sua essenza indomabile a qualcosa che appartiene ai campi di battaglia oppure dove sono richiesti qualità di resistenza per affrontare un’impresa fisica. Ciò è vero ma spesso nella vita quotidiana, specialmente nel costruire la condizione per sentirsi una comunità in cammino solidale, richiede un coraggio più straordinario di quello racchiuso nel combattimento e nell’avventura, di porre il cuore e la mente oltre gli insormontabili ostacoli della propria pigrizia egocentrica e attraversare il buio oltre la siepe. La mediazione nella quale ogni umano beneficio, virtù, atto presente si fondono. La natura tormentata dell’attuale dibattito politico, sociale, etico caratterizzato da incapacità, indisponibilità, insensibilità, testardaggine rancorosa paralizza la possibilità di costruire una relazione di incontro costruttivo. È tempo di scendere sul piano della mediazione altrimenti si corre il rischio della deflagrazione sociale, civile e democratica. Accogliere il suo saggio atteggiamento perché la buona finalità tende al convincimento di entrambe le parti, all’atto del congedo di aver ottenuto un determinato risultato, grazie alla propria intelligenza. Sicuramente è una nostra modesta rappresentazione metodologica di come liberarsi dalle catene del non senso in cui la politica è imprigionata per riprendere un suo luminoso cammino e il senso della natura costruttrice di organizzare un futuro possibile delle polis. Per svolgere tale scalata da Everest, in modo speculare a ciò che dovrebbe fare la Chiesa e scremare i nocivi burocrati della fede, la politica si liberi degli avidi e cinici gestori di un potere indifferente e apri porte e finestre a coloro che esercitano, con slancio vitale, la pedagogia di servizio.

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