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Procida. Di minestra “riscaldata” c’è ne già troppa.

di Arcangelo Lubrano – Quando qualcuno vuole intraprendere nuovi sentieri fatti di responsabilità e di impegno è quasi scontato che si trovi attorniato da persone, che lo invitano a starsene in silenzio, a “non agitarsi”, a continuare a “mendicare”, a vivere di mediocrità.

Ai molti che desiderano continuare a vivere, con collaudate tradizioni e di comode abitudini, fanno molta paura le persone che acquistano un nuovo sguardo, nuovi occhi sulla realtà, sulla chiesa, sulla società. Persone che vogliono camminare con le proprie gambe e prendere in mano la loro vita.  C’è sempre, purtroppo, chi vuole soffocare questo anelito di libertà, di gioia e di speranza. Si incoraggiano tante chiacchiere inutili, oziose e idiote, ma si tenta con ogni mezzo, di zittire quelle voci che “gridano” e disturbano il normale svolgimento di attività,  sociali ed ecclesiastiche, persone che offrono opportunità per maturare nuova consapevolezza. Ma la verità è che ci si augura che questa non maturi ….

     Il Vangelo di Luca riporta un episodio analogo: “Maestro, fa tacere i tuoi discepoli!”. Ma Gesù rispose: “Vi dico che se taceranno costoro, si metteranno a gridare le pietre” (Lc. 19, 39 – 40).

  Esiste qui da noi la chiesa del silenzio: quasi tutti “obbedienti” e chini ai sacri pastori. La chiesa non è un’azienda in mano all’amministratore delegato; ma la comunità dei liberi figli di Dio. Tutti abbiamo la responsabilità di creare una comunità libera e responsabile, non “silenziata” ed obbediente.

  “Bartimèo, cieco, sedeva lungo la strada a mendicare. Costui, al sentire che c’era Gesù Nazareno, cominciò a gridare e a dire: “Figlio di Davide, Gesù, abbi pietà di me! ”. Molti lo sgridavano per farlo tacere, ma egli gridava più forte: “Figlio di Davide, abbi pietà di me! ”. (Mc 10,46-52)

  Se “molti”, come dice il vangelo di Marco, lo rimproveravano affinché tacesse, almeno alcuni si sono dissociati dal coro. Questa è una grande speranza. Come nella società, occorre dare coraggio e  sopratutto ascolto al grido di quanti chiedono cambiamento nell’ amministrazione della cosa pubblica; così nella chiesa, bisogna dare ascolto a quanti chiedono fedeltà al Concilio; è di estrema importanza “ASCOLTARE” le voci, in realtà poche e sommesse, di chi si dissocia da una adesione fondamentalista al cattolicesimo gerarchico, alla tradizione, al Catechismo, ponendoci nella condizione di coloro che Gesù chiama “Ipocriti”

Diceva ancora alle folle: “Quando vedete una nuvola salire da ponente, subito dite: Viene la pioggia, e così accade. E quando soffia lo scirocco, dite: Ci sarà caldo, e così accade. Ipocriti! Sapete giudicare l’aspetto della terra e del cielo, come mai questo tempo non sapete giudicarlo.”

  Leggere i Segni dei Tempi, “loggi” non è come ieri e non sarà come domani. La valutazione dell’oggi non è qualcosa di facoltativo, ma è costitutivo, lo dice Gesù. “Ipocriti non sapete giudicare questo tempo.” Non serve a niente un cristianesimo chiuso in se stesso.  Interpretare il Kairos; vivendolo, amandolo, sporcandosi le mani. C’è bisogno di coraggio nel percorre la strada che va da Gerusalemme a Gerico, quella strada piena di briganti che ci forma e ci fa uscire dall’infantilismo spirituale. Fedeltà al Vangelo significa “CAMBIAMENTO”.

Ascoltare la propria coscienza e non aspettare autorizzazioni dal cardinale o dal prete. Assumersi le proprie responsabilità, coerenza tra il predicare e il fare. Occorre coraggio ed umiltà per accogliere quanti rivendicano un Vangelo incarnato nella quotidianità, in progettualità e percorsi che dicano ancora qualcosa al cuore dell’uomo di questo tempo e non accogliere solo ed unicamente quanti  propongono processioni e coronelle.

“La coscienza è il nucleo più segreto e il sacrario dell’uomo, dove egli è solo con Dio, la cui voce risuona nell’intimità.” (GS 12 )

  Se la gente e i giovani vanno altrove è semplicemente perché la nostra pastorale è schizofrenica, e come disse  il Vescovo Mariano Crociata Seg. della CEI  nell’omelia nel Convegno liturgico per seminaristi Roma, 29 dicembre 2009:

“Spesso le nostre parole e la nostra pastorale tutta risultano una poltiglia melmosa e insignificante, come una pietanza immangiabile o, comunque, ben poco nutriente. È questione di atteggiamento e di vita, non solo di parole, anche se pure le nostre parole e le nostre stesse omelie dovrebbero prendere a modello questa sorta di criterio regolativo che ci viene dalle parole del vecchio Simeone: nello stesso tempo annunciare la salvezza e mettere di fronte alla decisione. In questo senso sarebbe oltremodo deplorevole far diventare le omelie occasioni per scagliare accuse e contumelie, rimproveri e giudizi di condanna; ma anche il contrario risulta insulso, quando le nostre parole si riducono a poveri raccatti di generiche esortazioni al buonismo universale. Bisogna riuscire a tenere insieme, sia nella vita spirituale che nell’azione pastorale, consolazione e monito, speranza e serietà di impegno, fiducia gioiosa e necessaria severità, annuncio della salvezza e invito, direi sfida, alla decisione. Ma, ancora una volta, potrà proporre agli altri una simile tensione polare solo chi ha imparato a reggerla, solo chi si è deciso per Cristo sperimentandone allo stesso tempo la dolcezza e la consolazione”.

Può tornare comodo rimanere ai bordi della strada, restare nella propria nicchia, non esporsi.

Il mondo, la Comunità Credente, mai come oggi di fronte al “crollo” dell’economia, di fronte ai disastri ecologici, ha bisogno di tanti Bartimeo, e di tanti Zaccheo, che vogliono “vedere”, perché di “minestre riscaldate”c’è ne già troppa. Qualcuno dirà che non è onesto limitarsi a criticare. Giusto è così, è tempo che ognuno di noi si assuma le proprie responsabilità, senza nasconder-Mi, dietro l’alibi della responsabilità altrui.

 Animato da una Speranza che non muore.

Arcangelo Lubrano

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