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Procida. La preghiera politica di Gesù

Di Francesco Comina – Se politica la intendiamo nel senso originario del termine, nel senso della creazione e cura della città degli uomini, allora la preghiera che Gesù insegna ai discepoli è una preghiera politica. Intendiamoci bene, non è una preghiera di partito.Pregare non vuol dire alienarsi in una dimensione ultraterrena, con le gambe a penzoloni lassù sulle nubi che portano all’aldilà. Pregare vuol dire condividere, dice il Signore. Di più: significa aprire le porte, dividere i pesci pescati nel mare, nei fiumi, nei laghi, vuol dire “chiedete e vi sarà dato, cercate e troverete, picchiate e vi sarà aperto”. In parole povere pregare vuol dire riconciliare, fare giustizia, costruire comunità. E non è forse questo il senso che dovrebbe avere oggi la politica? La polis greca non era il farsi carico della comunità? Un armonizzare la società per togliere il virus della violenza e della guerra come strumento di esercizio del potere?Forse abbiamo rinunciato a pregare come il Signore ci ha insegnato. La preghiera che abbiamo imparato non è quell’atto unico e fondamentale che innesca la conversione e l’azione per l’edificazione di una società davvero umana.Siamo una civiltà senza più preghiera. E dunque senza più politica.Anche la preghiera generalmente è diventata un rituale asettico, insignificante, ridotto spesso al soddisfacimento dei propri interessi particolari. Come la politica che abbiamo sotto gli occhi, un sistema di potere che alimenta i privilegi ma non mira ad allargare i privilegi alla comunità intera, alla città. Come per Sodoma e Gomorra, anche le nostre città vivono sotto il fuoco del peccato e dell’ingiustizia. Nel testo della Genesi Abramo tenta disperatamente di fermare la mano di Jahvè con una preghiera che è in sé di una premura universale: anche se ci fossero solo dieci giusti, la distruzione di Sodoma sarebbe un atto discriminatorio e cattivo. Abramo prega Dio non per la sua salvezza personale ma per la salvezza degli uomini innocenti che egli conosce. È la preghiera che dovrebbe accompagnarci ogni volta che una città viene ferita, bombardata, assediata. Anche se vi fosse soltanto un giusto, non sarebbe ammissibile la distruzione della polis.Il brano di Luca è di una forza critica disarmante. Come aveva fatto con la parabola del Buon samaritano, Luca rilancia il carattere sovversivo dell’etica cristiana che scuote e fustiga il moralismo perbenista del tempo ma ancora così solido nelle nostre società e nelle nostre chiese. Ossia che essere discepoli del Signore significa amare gli altri non per meritarsi un posto in paradiso ma perché questo è il significato stesso dell’essere comunità.Riconoscere il volto altrui che chiede aiuto non può essere un semplice esercizio di carità ma la base etica su cui fondare il regno di Cristo in Terra. Rispondere a queste richieste d’aiuto è il senso della preghiera come premura umana, come cura della polis, come politica: “E chi è tra voi quel padre – dice il Signore – il quale se il figlio gli chiede pane gli dà un sasso? O chiede un pesce e invece del pesce gli dà un serpe? Oppure se chiede un uovo gli darà uno scorpione?”.Proprio quello che sta accadendo nelle nostre società che si dicono cristiane. Pregano un Dio che esclude, che ricompensa di opere i propri interessi privatistici, che si chiude a riccio davanti al viso disarmato dello straniero, che lancia il sasso al gommone carico di uomini che cercano disperatamente di fuggire dalla guerra, dalla carestia, dalla fame, dalla sofferenza.Ecco perché la preghiera del Padre Nostro è sempre attuale. È una preghiera politica. È la condivisione del pane, del pesce, dell’uovo, dell’acqua, del vino, della casa. È la trasformazione del potenziale nemico in amico. È una nuova etica della politica di là da venire. Per questo serve la preghiera: per costruire il regno, ossia il nuovo mondo, ossia la paceFrancesco Comina

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