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Rinvenuti i progetti borbonici delle ferrovie siciliane (1859)

Quando Garibaldi arrivò in Sicilia, la prima cosa che fece fu di decretare la costruzione di alcune linee ferrate, in quanto prima di partire per la famosa spedizione dei mille, si era accordato con una società livornese, la
Adami-Lemmi che avrebbe dovuto prendere l’appalto milionario.Il banchiere Adriano Lemmi, che era guardacaso tra i finanziatori dell’impresa garibaldina, aveva pagato al solo Agostino Bertani da Milano, mazziniano e collaboratore di Garibaldi in Sicilia, la bellezza di 4 milioni di franchi[1].
Adriano Lemmi fu anche Gran Maestro della Massoneria dal 1885 al 1896[2] peraltro noto per aver riunito sotto un’unica fede, il Grande Oriente d’italia, tutte le varie comunioni massoniche esistenti.

Il frutto di questa speculazione, che ben poco aveva di patriottico, fu un’ossatura ferroviaria inadeguata ed inutile di cui ancora oggi paghiamo le conseguenze.

All’epoca, in perfetto stile colonialista, non si pensò a creare un’infrastruttura al servizio delle peculiarità economiche e geografiche siciliane, ma solo ed esclusivamente per congiungere in un asse SUD-NORD le principali città siciliane con l’Alta Italia, che si apprestava a diventare la nuova sede del potere politico ed economico italiano, mentre le Due Sicilie che fino a quel tempo guidavano la locomotiva italiana, furono relegate a mere provincie di periferia.

Così come i romani costruirono le loro strade per congiungere la loro capitale alle colonie più lontane, allo stesso modo “tutte le ferrovie siciliane portavano a Roma”.

 

http://comitatosiciliano.blogspot.com/2009/03/rinvenuti-i-progetti-borbonici-delle.html
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