Riceviamo e volentieri pubblichiamo questo articolo apparso sul quotidiano Il Manifesto del 06 febbraio 2011 :“Le radici della berlusconizzazione” di Alberto Burgio. La segnalazione ci arriva dall’amico Vittorio Cerase al fine di portare un contributo alla discussione molto accesa in questo blog sul caso Ruby il quale a prescindere dall’idea di fondo di chi scrive, delinea molto chiaramente un’analisi chiara della società italiana radicalmente cambiata dopo 20 anni di Berlusconi e quindi, la gigantesca questione morale che affligge l’intera classe dirigente italiana.
È sintomatico che ci si domandi con crescente insistenza perché a questo povero paese tocchi nuovamente in sorte l’umiliazione di incarnare agli occhi del mondo un modello di ignominia senza poter nemmeno invocare (oggi, diversamente dal primo Novecento) l’alibi del dominio totalitario. Il degrado è ormai tale che viene finalmente al pettine il vero problema: perché tanti italiani non reagiscono e si mostrano incapaci di un sussulto di dignità? La questione chiama in causa tempi e terreni diversi. Tanto più è importante discuterne, come hanno cominciato a fare su queste pagine, tra gli altri, Michele Prospero e Giorgio Fontana. Provo ad aggiungere qualche osservazione alle loro, largamente condivisibili.
L’analisi politica coglie diversi elementi di verità. Il berlusconismo riposa su un sistema di potere complesso e radicato che ha indebolito le istituzioni repubblicane sul piano materiale e sul piano simbolico. Ne ha tratto giovamento, da un lato, il cinismo della borghesia italiana, per tradizione indifferente alla cosa pubblica. Ne è disceso, dall’altro, il polverizzarsi delle istanze intermedie (la cosiddetta società civile, l’opinione pubblica, gli stessi partiti di massa, ridotti a proiezioni virtuali di ristrette oligarchie «dirigenti»). Ed è sempre utile ricordare che questo processo non si è svolto nel vuoto pneumatico. Ha avuto luogo in un breve arco di tempo (meno di vent’anni) perché non è stato minimamente contrastato dalla controparte politica, affascinata dalla rappresentazione della modernità propagandata dalla destra (il leaderismo spacciato per garanzia di operatività; il partito «leggero» visto come antidoto contro la burocrazia; la riduzione degli interessi sociali rappresentati e il bipolarismo intesi come premesse di governabilità; la precarietà del lavoro scambiata per un fattore dinamico). È bene non dimenticare mai che noi tutti paghiamo le conseguenze della decisione assunta nel 1994 dal gruppo dirigente del Pds (lo stesso che oggi imperversa nel Pd) di consentire a Berlusconi di venire (illegalmente) eletto in Parlamento conservando intatto il proprio impero mediatico.
Tuttavia, chiarite le gravissime responsabilità delle élites, arrivati a un certo punto ci si deve pur chiedere perché una società accetti di essere guidata da una classe dirigente al di sotto degli standard minimi di decenza e competenza. Che individui adulti possano dirsi costretti ad obbedire è opinabile anche nel caso di regimi autoritari. In un paese democratico (per squilibrata che sia la struttura dei poteri) sarebbe un argomento insostenibile. E temo non basti nemmeno sottolineare il dato di fatto (inconfutabile e rilevante) sul quale ha posto l’accento da ultimo Ida Dominijanni. L’assenza di altre strategie politiche riconoscibili è senza dubbio la colpa più grave oggi imputabile al Pd, ma non spiega perché gran parte della cittadinanza rimanga fedele al centrodestra indipendentemente dalle gravi accuse rivolte dalla magistratura al presidente del Consiglio e nonostante lo squallore (evidentemente non riconosciuto) dei suoi comportamenti.
Insomma, Prospero ha certamente ragione nel mettere in risalto le conseguenze politiche della «questione Berlusconi» e anche nell’auspicare che la si smetta di banalizzare il discorso riducendolo a gossip. Non sono sicuro che colga invece nel segno il suo invito a «lasciar perdere la morale». Alla fin fine, quando la gente vota compie delle scelte. Il fatto che Berlusconi sia tornato a vincere due volte (dopo la prima esperienza di governo conclusasi alla fine del ’94 con il celebre invito a comparire per corruzione recapitatogli durante un vertice Onu sulla criminalità) dimostra che la maggioranza (relativa) degli italiani non considera decisive le gravi imputazioni pendenti sul suo capo e approva quanto fatto dai governi da lui presieduti. E la sostanziale tenuta del consenso attestata da recenti sondaggi lascia intendere che nemmeno il Rubygate provocherà terremoti. Davvero spieghiamo tutto con le clientele e col voto di scambio? O con l’istupidimento televisivo? E quand’anche fosse, non configurerebbe anche questa eventualità una gigantesca questione morale, riguardante non soltanto una pessima classe dirigente ma anche una larga fetta della popolazione?
Tutti corrotti, dunque? Tutti sedotti dalle spericolate imprese erotiche di un attempato califfo? Tutti consapevolmente complici e intenzionati a dare man forte alla liquidazione dello Stato di diritto, della Costituzione, dello Statuto dei lavoratori, del welfare e chi più ne ha più ne metta? Sarebbe inverosimile. Ma c’è un’altra possibilità, non meno inquietante, che va presa in considerazione. Chi ha riflettuto sulla permeabilità della società di massa alle indicazioni più regressive impartite dai governanti (e sulla partecipazione degli «uomini comuni» alle atrocità collettive) ha richiamato l’attenzione su un tragico paradosso. Il male peggiore non è il male radicale, commesso da malvagi mossi da perversioni o deliri paranoici. È il male compiuto da chi, non esercitando il proprio giudizio morale, si limita a fare (e a pensare) ciò che gli viene indicato dall’autorità.
Questa rinuncia all’esame critico della realtà (Hannah Arendt direbbe «al pensiero») può condurre le persone «perbene» (non i mostri) a compiere azioni mostruose. E costituisce la più grave patologia morale delle nostre società: una malattia fatta di vuoto, di assenza di senso, di incapacità di ricordare, rielaborare, eventualmente pentirsi. Nel nostro caso (in Italia, oggi) non si tratta, per fortuna, di atrocità. Le prescrizioni impartite dai governanti non concernono pogrom né linciaggi. Ma questa è solo una ragione in più per prendere in considerazione l’ipotesi che la disponibilità di tanti a convivere pacificamente con la corruzione e l’arroganza di chi governa (per non dire di aspetti ben più gravi, come la scandalosa ingiustizia sociale e il razzismo istituzionale) sia figlia di un’allarmante sordità morale che sembra affliggere gran parte della popolazione.
Qui entra in gioco la questione dei limiti richiamata da Fontana e ripresa da Dominijanni. Il ragionamento di Fontana è riferito a Berlusconi, alla sua paranoica propensione a identificare desideri e possibilità (per cui gli appare lecito tutto ciò che gli è materialmente possibile). Ma dobbiamo pure chiederci perché questa devastante mancanza di remore rappresenti un modello positivo agli occhi di milioni di individui. Forse anche la sintonia che così facilmente si stabilisce tra Berlusconi e tante «brave persone» deriva dalla loro mancata abitudine (e a lungo andare dall’incapacità) di giudicare, di attivare la propria coscienza per assumersi le proprie personali responsabilità. Chi non intrattiene il dialogo con se stesso perde l’attitudine a distinguere il bene dal male. Non è in grado di farsi un’idea di ciò che è lecito fare e di ciò che è invece inaccettabile. E non conosce argini perché non dispone di criteri.
Vale la pena di domandarsi se la rapida berlusconizzazione del nostro paese non trovi radici anche in questa rovinosa patologia morale. Che peraltro – date le dimensioni del problema e le sue caratteristiche – rappresenterebbe di per sé un problema politico di prima grandezza.
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