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«Bien vivir» per uscire dalla crisi. Le proposte del Forum Sociale Mondiale di Belém

Sarei esterrefatto, per il modo con cui i grandi media sono riusciti a far sparire 150 mila persone, ossia quelli che hanno viaggiato fino a Belém, nell’Amazzonia brasiliana, per partecipare al Forum sociale mondiale: a parte i reportage dell’ottimo Maurizio Matteuzzi sul manifesto, gli articoli di Liberazione e sporadici servizi di Riccardo Chartroux sul Tg3, i giornali e i tg nazionali non hanno detto una parola. Molta attenzione, quasi morbosa, ha riscosso invece il World economic forum che si teneva contemporaneamente a Davos, in Svizzera. Fatica sprecata: i potenti dell’economia hanno solo saputo dire che «il protezionismo è cattivo» e che presto il mercato darà frutti saporiti. Un’afasia imbarazzante.

Sarei esterrefatto e non lo sono: è dal 2001, dal primo Forum sociale mondiale di Porto Alegre, che i media – almeno quelli italiani – mostrano di non capire affatto il fenomeno. Però quest’anno c’è una novità: quel che i Forum, e i movimenti sociali di tutto il mondo, dicono da almeno un decennio sull’intima follia del sistema economico e finanziario neoliberista si è rivelato esatto. Il sistema sta crollando. E dunque, se c’è qualcuno che, a differenza dei «guru» dell’economia, ha previsto quel che sta accadendo, e ha perfino dei rimedi da proporre, fossi nei panni del direttore di un grande giornale le cui vendite sono inpicchiata [come le vendite di qualunque cosa], se non altro per curiosità andrei a vedere con i miei occhi [quelli di un inviato, intendo]. E in effetti, secondo i resoconti e le testimonianze di tutti i nostri «inviati» a Belém [i cui racconti sono nel settimanale in uscita questo venerdì], ossia i molti amici che Carta ha nei più diversi movimenti e reti, il Forum di quest’anno è stato dominato da due temi, che poi sono diventati uno solo. L’irruzione dei movimenti indigeni latinoamericani, principale causa dell’ondata di cambiamenti che ha investito il continente»; e appunto la recessione globale, il modo di uscirne cambiando al contempo le regole del gioco che hanno provocato la crisi. E quando gli indigeni amazzonici, dell’Ecuador e della Bolivia, ecc., hanno preso la parola, lo hanno fatto per proporre a tutti la loro concezione dell’economia. Che consiste nella ricerca dell’equilibrio dentro la comunità e nel rapporto tra la comunità e la natura, e in un rovesciamento dell’attitudine occidentale a considerare la madre terra un serbatoio di materie prime e una discarica. Questa concezione è riassunta, dagli indigeni andini come da quelli messicani, in una formula che ad esempio in lingua quechua suona «sumak kawsay», in spagnolo «bien vivir». In poche parole, si tratta di una economia non basata principalmente sulla proprietà, sulla crescita della produzione e del consumo, e sul profitto, ma sul bene comune, sul rispetto della natura e quindi su una democrazia radicale.
In America latina funziona, tant’è vero che il «bien vivir» è stato solennemente assunto nelle nuove Costituzioni della Bolivia e dell’Ecuador, ed è diventato un tema di dibattito onnipresente, al punto che Boaventura de Sousa Santos, il sociologo portoghese di recente intervistato dal manifesto e di cui il prossimo Carta ospita un articolo, riassume così l’alternativa drammatica che la crisi globale ci mette di fronte: Cina [ossia più consumi per far ripartire la macchina capitalista] o «sumak kawsay»? Questa scelta è molto meno lontana di quanto sembri, ed anzi è ciò che sta provocando l’esplosione, in Italia, di tutte le forme dei economia sociale, dai gruppi di acquisto solidale alle associazioni del microcredito, ecc. Il vero «piano anticrisi» è questo, e Carta dal numero della prossima settimana gli dedicherà una nuova sezione del settimanale. Perché occorre, come scrive Franco Berardi Bifo, una «rivoluzione della ricchezza frugale».

P. S. Il parlamento ha alla fine approvato il trattato tra Italia e Libia. Il senatore Livi Bacci, del Pd, ha presentato insieme ad alcuni colleghi un ordine del giorno che impegna il governo a verificare se la Libia rispetta i diritti umani di profughi e migranti. Invito il senatore Livi Bacci a venire venerdì sera alla Sala Pintor, nella sede di Carta [via dello Scalo di San Lorenzo 67, Roma], così che possa vedere con i suoi occhi: proiettiamo «Come un uomo sulla terra», il film che documenta come i libici trattano migranti e profughi.

di Pierluigi Sullowww.carta.org

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