Home > Il piano della lobby degli inceneritori

Il piano della lobby degli inceneritori

Autore: Guido Viale dal Manifesto

Ma perché mai tutto l’arco parlamentare è d’accordo nel non vedere che c’è dietro i rifiuti? Collusi o ciechi?

«Durante la campagna elettorale dell’aprile scorso, diversi partiti politici hanno sostenuto la necessità e l’utilità della termovalorizzazione dei rifiuti urbani quale strumento decisivo, assieme alla raccolta differenziata, per superare le emergenze ambientali attuali e quelle future». Così comincia un documento dal titolo eloquente di Proposta per un Piano nazionale dei termovalorizzatori dei rifiuti urbani (Pnt) diffuso dall’Anida (ufficialmente Associazione nazionale imprese difesa ambiente, in realtà il club degli inceneritoristi italiani), che propone di ricoprire il suolo patrio di nuovi inceneritori di rifiuti urbani e assimilati: per l’esattezza, 100 impianti da 170 mila tonnellate all’anno ciascuno, per soddisfare il fabbisogno del paese. In subordine, solo 80, oppure, tanto per cominciare, 35 da 250 mila tonnellate all’anno nel periodo 2008-2015 e 15 (totale 50) entro il 2020. Ovviamente, per bruciare rifiuto senza quel trattamento preliminare – prescritto dall’Ue – che estrae dalla frazione indifferenziata solo la parte combustibile non altrimenti recuperabile, il cosiddetto Cdr (combustibile derivato dai rifiuti); trattamento che l’Anida considera un costo superfluo, dato che gli inceneritori possono bruciare tutto. Con il prezzo attuale del petrolio, il Cdr è diventato conveniente per impianti di altro tipo (cementifici, altoforni, fornaci, centrali termoelettriche e persino navi), che se lo disputano come additivo al combustibile di base, rischiando di lasciare a secco gli inceneritori.
E’ la linea di condotta adottata 7 anni fa in Campania dal gruppo Fibe-Impregilo, che, per non cedere a altri il Cdr che avrebbe dovuto estrarre dai rifiuti campani, sui quali contava di lucrare i ricchi incentivi cosiddetti Cip6 destinati al futuro inceneritore di Acerra, ha riempito le campagne della regione con 8 milioni di tonnellate di «ecoballe»; che non sono Cdr, ma rifiuto indifferenziato malamente imballato e accatastato in discariche non a norma e che, dato il loro dubbio contenuto, la normativa europea proibisce anche di bruciare in un inceneritore. Per questo, quando l’inceneritore di Acerra – e gli altri tre previsti in Campania – cominceranno a bruciare le prime ecoballe, è quasi certo che l’Ue avvierà contro l’Italia una nuova procedura di infrazione, che finirà per costare al contribuente italiano multe salatissime che andranno a aggiungersi al contributo riscosso per finanziare gli incentivi Cip6. Si tratta di incentivi grazie ai quali l’energia elettrica prodotta dagli inceneritori viene pagata quattro volte il suo costo di produzione in un impianto di termogenerazione normale; erano stati aboliti in tutto il resto del paese dal governo Prodi – non tanto per volontà dei Verdi, ma per uniformarsi alla normativa europea – ma sono stati poi reintrodotti, prima dallo stesso Prodi, per il solo inceneritore di Acerra; poi, con un emendamento al dl 90 (ora legge 123/08) proposto dal Pd, per i quattro i futuri inceneritori della Campania, e ora se ne parla anche per tutti gli inceneritori che verranno realizzati in Calabria, Puglia e Sicilia. In quest’ultima regione, che ha presentato da tempo un piano per costruire prima 13 inceneritori, poi ridotti a 4, è già stato siglato un accordo di massima che introduce la regola deliver or pay¸in base a essa la quantità di rifiuti da conferire all’inceneritore viene fissata in maniera autoritativa fin dall’inizio insieme alla tariffa di conferimento; se un comune fa troppa raccolta differenziata e non conferisce all’inceneritore abbastanza rifiuto indifferenziato, paga lo stesso: così impara a esagerare!
E’ la regola che anche il gruppo Fibe-Impregilo, supportato dall’Abi, voleva introdurre nel contratto di servizio con la regione e il Commissario straordinario con cui gli era stata a suo tempo affidata la gestione di tutti i rifiuti campani. Una regola che, pur non essendo stata formalizzata, è stata messa in pratica, trasformando i 7 impianti Cdr della Campania in meri impacchettatori di rifiuto indifferenziato, oltre che imponendo lo smantellamento di alcuni impianti di compostaggio che rischiavano di far percepire al pubblico i grandi vantaggi di una vera raccolta differenziata. Insomma queste deroghe sono verosimilmente il preludio alla reintroduzione degli incentivi Cip6 su tutto il territorio nazionale. A pretenderli non ci sono solo le regioni citate, ma gli inceneritori in progetto o in corso di costruzione di Torino, Rimini, Reggio Emilia, Trento, Milano, Roma e via incenerendo; i relativi gestori da cui le amministrazioni che ne mantengono il controllo si aspettano profitti analoghi a quelli che ha beneficiato per anni – e ancora beneficia – l’Asm di Brescia: modello per tutti i fautori dell’incenerimento, ma buco nero delle bollette elettriche italiane che, oltre ai costi della dismissione, mai realizzata, delle centrali nucleari, devono finanziare anche gli incentivi Cip6 finiti nelle tasche dei gestori degli inceneritori e delle raffinerie, ivi compreso l’Inter del petroliere Moratti, tutti magicamente trasformati da un decreto interministeriale in «fonti di energia rinnovabili». Ma la reintroduzione a tappeto del Cip6 è soprattutto l’obiettivo non dichiarato dell’Anida e delle imprese che essa rappresenta, che sanno bene che senza sostanziosi incentivi un inceneritore non è in grado di andare avanti. Perché oltre che nocivo per la salute – la cancerosità delle sue emissioni è comprovata – e deleterio per l’ambiente – spreca, con rendimenti energetici risibili, oltre all’energia contenuta nei materiali che brucia anche quella consumata per produrli – l’inceneritore è un disastro anche in termini economici e può funzionare solo se lautamente sovvenzionato. Con tanti saluti per il mercato e le sue regole: quelle a cui nessun fautore dell’incenerimento sosterrà mai di volersi sottrarre. Infine, il documento dell’Anida non dice chi siano i «diversi partiti politici che hanno sostenuto la necessità e l’utilità della termovalorizzazione dei rifiuti urbani durante la campagna elettorale dell’aprile scorso». Ma basta andare a vedere da chi sono partite le proposte e le iniziative per estendere gli incentivi Cip6 per rendersi conto che su questo punto c’è stata, già in campagna elettorale, un’intesa cosiddetta bipartisan tra i partiti dell’attuale maggioranza e quelli dell’attuale opposizione. Un’intesa per di più segreta, o mai dichiarata, che puzza di tangenti, o comunque di spartizione dei benefici a spese del contribuente e dell’utente elettrico.
E, cosa che desta maggiore orrore, un’intesa che si è consolidata prendendo a pretesto le sofferenze inflitte per oltre dieci anni alla popolazione campana, accusata di essere precipitata nel marasma attuale per neghittosità nei confronti della raccolta differenziata, o addirittura per complicità con la camorra, che agli impianti «moderni» preferirebbe le vecchie discariche. Invece di riconoscere che all’origine della crisi campana c’è solo la decisione del gruppo Fibe-Impregilo, e di chi lo ha assecondato, di accumulare quanta più monnezza indifferenziata possibile da destinare ai futuri inceneritori; in violazione del decreto Napolitano che li obbligava a produrre vero Cdr da destinare a impianti di altre regioni: per lo meno fino a quando l’inceneritore di Acerra non fosse entrato in funzione. Una storia che oggi ci viene riproposta – alla grande; e per tutto il paese – Pnt dell’Anida.

Potrebbe interessarti

Pubblicato nella radio del Procidano il Consiglio Comunale del 30 aprile 2014

In questo Consiglio: Esame ed approvazione del rendiconto finanziario 2013; Modifiche ed integrazioni Regolamento Consiglio …

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *