Un’America arrogante e cafonesca che insulta e provoca

di Nicola Silenti da Destra.it

La mia non è una simpatia ideologica né il riflesso di una moda culturale. È il ricordo di un Paese che ho avuto modo di conoscere direttamente durante la mia vita di mare, quando gli oceani erano ancora le grandi autostrade del commercio mondiale e i porti rappresentavano il volto autentico delle nazioni. Negli anni della mia navigazione approdai più volte negli Stati Uniti. Conobbi la costa orientale e quella occidentale, osservando da vicino una realtà che, agli occhi di milioni di europei usciti dalle difficoltà del dopoguerra, rappresentava un esempio di dinamismo e fiducia nel futuro.

Ho vissuto New York nel pieno del suo splendore, quando il profilo dei grattacieli di Manhattan appariva come il simbolo stesso della modernità. Ho percorso le sue strade animate da uomini e donne provenienti da ogni parte del mondo, accomunati dalla convinzione che attraverso il lavoro e l’impegno fosse possibile costruire il proprio destino.

Ho frequentato Delaware City durante gli anni trascorsi sulle petroliere della Getty Oil Company, osservando una comunità ordinata, efficiente, immersa in una dimensione che trasmetteva stabilità e benessere. Per un giovane ufficiale italiano proveniente da una piccola isola del Golfo di Napoli, quella realtà rappresentava una finestra aperta su un mondo diverso, proiettato verso il progresso.

Ho conosciuto anche la California, approdando a San Francisco e Los Angeles, città che già allora incarnavano il volto più innovativo e internazionale dell’America. A San Francisco si respirava l’aria dell’Oceano Pacifico e di una società aperta ai commerci e agli scambi culturali con l’Asia. Los Angeles, con la sua estensione quasi sconfinata, trasmetteva l’idea di una nazione che non conosceva limiti alla propria crescita e alle proprie ambizioni.

Anche nei porti minori della West Coast era possibile cogliere la stessa impressione: organizzazione, efficienza, rispetto delle regole e una diffusa fiducia nelle capacità dell’uomo di migliorare la propria condizione.

L’America che conobbi non era certamente priva di contraddizioni. Nessun Paese lo è. Ma possedeva una qualità che colpiva chi arrivava dall’altra parte dell’Atlantico: la fiducia. Fiducia nelle istituzioni, nel lavoro, nella scienza, nell’impresa e soprattutto nel futuro. Per molti della mia generazione gli Stati Uniti non rappresentavano soltanto una grande potenza economica e militare. Rappresentavano un’idea. L’idea che il merito, il sacrificio e l’iniziativa individuale potessero consentire a ciascuno di costruire una vita migliore.

È questa America che continuo a ricordare quando osservo le vicende politiche di oggi. Ed è proprio il confronto tra quell’America autorevole, rispettata e ammirata nel mondo e quella che oggi appare spesso dominata dalla provocazione e dallo scontro verbale a suscitare in me non ostilità, ma amarezza. Per questo motivo mi riesce difficile accettare l’idea che essere filoamericani significhi tacere di fronte agli errori dei leader che temporaneamente occupano la Casa Bianca. L’amicizia vera non è adulazione. È sincerità.

Ed è proprio da amico degli Stati Uniti che guardo con crescente disagio al comportamento di Donald Trump. Le recenti dichiarazioni rivolte a Giorgia Meloni rappresentano un esempio significativo di uno stile politico che appare più cafonesco che diplomatico. Affermare che il Presidente del Consiglio italiano avrebbe “implorato” una fotografia non è soltanto una battuta di cattivo gusto. È un modo di concepire i rapporti internazionali come una rappresentazione teatrale, dove contano l’umiliazione dell’interlocutore e la ricerca dell’effetto mediatico.

Le relazioni tra Stati non dovrebbero funzionare così. Dietro ogni capo di governo vi è una nazione, una storia, una dignità istituzionale che merita rispetto indipendentemente dalle simpatie personali. Nel mondo che ho conosciuto durante la mia esperienza di navigazione, le grandi potenze si distinguevano soprattutto per la capacità di esercitare autorevolezza. La forza era importante, ma ancora più importante era il prestigio. Il prestigio nasce dal rispetto che gli altri nutrono nei tuoi confronti.

Oggi sembra invece prevalere una logica diversa, nella quale la provocazione sostituisce la diplomazia e l’insulto prende il posto dell’argomentazione. Questa trasformazione avviene in un momento storico particolarmente delicato. Le tensioni in Medio Oriente continuano ad aumentare. La questione iraniana rimane aperta. Il conflitto in Ucraina ha modificato gli equilibri geopolitici. La competizione con la Cina cresce di anno in anno. In uno scenario così complesso il mondo avrebbe bisogno di statisti capaci di costruire consenso e alleanze.

Invece assistiamo sempre più spesso a comportamenti che sembrano concepiti per alimentare lo scontro permanente. Molti cittadini occidentali avvertono ormai una crescente distanza tra i principi proclamati e le azioni concrete della politica internazionale. Si parla di diritto internazionale, ma troppo spesso esso appare applicato in modo selettivo. Si parla di libertà, ma talvolta prevalgono interessi strategici ed economici. Si parla di valori comuni, ma si fatica a trovare regole uguali per tutti.

Questa percezione, giusta o sbagliata che sia, sta erodendo la credibilità dell’Occidente. E quando l’Occidente perde credibilità, anche l’America perde una parte della sua forza. Per decenni gli Stati Uniti sono stati ammirati non soltanto per la loro potenza economica e militare, ma perché incarnavano un’idea. L’idea che una grande democrazia dovesse guidare con l’esempio prima ancora che con la forza.

È questo patrimonio morale che oggi rischia di essere disperso. Non scrivo queste righe da antiamericano. Al contrario. Le scrivo perché continuo a ricordare l’America che ho conosciuto nei miei anni di navigazione. L’America delle grandi città aperte al mondo, delle università prestigiose, dell’innovazione, del lavoro e della fiducia nel futuro. L’America che tanti europei hanno ammirato e rispettato. Proprio per questo ritengo che la politica trasformata in spettacolo permanente, l’insulto elevato a metodo e la diplomazia sostituita dalla ricerca della battuta ad effetto non rendano più forte l’America.

La rendono più rumorosa. E una grande nazione non ha bisogno di essere rumorosa per essere rispettata. Ha bisogno di essere autorevole. L’America che ho conosciuto lo era. Ed è quella che spero possa tornare ad essere.

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