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L’IDEA E LA RAGIONE DI STATO (Ricordo un ragazzino)

Di Porfilio Lubrano

PROCIDA – Ho ricordo ancora fresco di quel decennio (fra fine anni 70 e fine anni 80) in cui – sin da ragazzino – ho svolto i più disparati lavori, ovvero muratore, pescatore, bracciante agricolo, garzone di cucina, cameriere e bagnino. Erano tuttavia prevalentemente lavori estivi, non certo paragonabili con chi a questi stessi lavori, si è sobbarcato nei secoli per tutto l’anno e per ragioni di sussistenza. Era altresì una parte di quel tempo che non passa mai sicché indelebilmente segnato dai racconti di mio padre che mi rappresentava la sua estrazione operaia, il suo aver lavorato da quando era un ragazzino per contribuire a portare avanti la famiglia (essendo lui il maggiore di altri sei fratelli e due sorelle) e quindi, subito dopo la licenza elementare aver fatto il pescatore per tutto l’anno, facendolo pure a Trieste dove emigrava per circa cinque-sei mesi sin dall’età di circa tredici anni; mi raccontava dunque dei sacrifici e degli stenti  con cui si andava avanti; mi raccontava poi dei soprusi e delle discriminazioni subite per chi – come lui – non apparteneva certo alla classe borghese, mi raccontava della sua prigionia nel periodo fascista e dei suoi lunghi anni successivamente dedicati alla attività di marittimo, con imbarchi fino a due anni. In questo racconto senza tempo, l’accento cadeva quindi sulla sua generazione, sui nobili valori che la contraddistingueva, dei suoi illustri coetanei che hanno fatto la storia del mondo intero come Pier Paolo Pasolini (classe anagrafica del 1921 appunto, come papà) ed allora iniziavano ad essere sempre più profonde le mie riflessioni, suffragate dalla mia carriera di studi fino alla laurea (con particolare riferimento agli studi fatti presso l’Istituto/Dipartimento di Diritto costituzionale di Napoli) per poi proseguire di cotante lezioni di vita – che quotidianamente mi impartiva – , cosi da farmi portare per sempre dentro una certa sensibilità maturatami per estrazione e per vissuto al contempo. Di talchè, una idea di stato che fosse pure ragione affinchè la democrazia ne fosse fulcro imprescindibile a 360g, attirava sempre più il mio crescere imperniato quindi sui concetti di pari opportunità nel discorso più ampio della uguaglianza – formale e sostanziale -, della giustizia vera, del criterio meritocratico esteso ad ogni livello del vivere consociato, di ogni comunità, giusto per sintetizzare. Pertanto, identificarsi in un tal tipo di stato che fosse idea e ragione del suo individuarsi in quanto tale, andava sempre più a cogliermi di divenire come di una filosofia di stato che lo contemplasse per tale reale entità, per tale intendersi di politica, conformandosi ad un continuo raccordo armonioso fra stato-apparato e stato-comunità, che potesse esistere insomma una sorta di teoria/dottrina del diritto puro (e senza avere la pretesa di scomodare Kelsen e Norberto Bobbio) che conciliasse sempre forme di stato e forme di governo, ovvero come garanzia assoluta di libertà e di uguaglianza (e di sopravvenuta integrazione) al di là del colore partitico considerato in progresso di tempo. Più in concreto, andavo sempre più immaginando quindi una sorta di educazione all’arte, al bello, (assimilabile alla relativizzazione della filosofia, ovvero ancorata al contesto storico in cui si colloca, alla estetica in tal senso di  Benedetto Croce, giusto per sintetizzare) – pervero – della nobile politica attraverso questo superdiritto/superpartes che ingenerasse coscienze di integrazione fra i popoli senza distinzione discriminatoria alcuna: al contempo, concepivo sempre più nitidamente che quanto innanzi non potesse non passare da alcune similitudini fra Pasolini e Socrate laddove entrambi mettendo in discussione tutto e tutti in nome del legittimo potere (sicchè democraticamente ad acquisirsi e consolidarsi) autodeterminasse i popoli liberamente, senza più disparità di trattamento fra  le persone per ceti più o meno abbienti; a tal riguardo come l’utopia è sempre dietro l’angolo a sovvenirmi di cruda realtà,  mi sovveniva – parimenti –  il celebre articolo di Pasolini ai giovani PC del 68 laddove (ed in sintesi) la sua straordinaria profondità e connesso discernimento, lo fece schierare dalla parte delle forze di polizia, dello stato anziché in favore dei rivoltosi giacchè la prevalenza di chi si arruolava nelle forze dell’ordine aveva certamente una estrazione operaria a differenza di quei rivoltosi le cui origini erano certamente borghesi. Cosi anche Socrate, nel mettere sempre in discussione i c.d. poteri forti, non democraticamente costituiti, era troppo scomodo per chi quei poteri temeva di perdere per non averli acquisiti – appunto – democraticamente; entrambi avevano comunque una fortissima connotazione identitaria di appartenenza allo stato, seppure le loro idee da certe forme – di stato e di correlato governo – divergevano fino a configgere. Pertanto, in fondo come Socrate accettò serenamente la “cicuta” per profondo rispetto dello stato, del suo concetto, della sua fisiologia, della sua coerenza, rifiutando quindi la fuga propostagli per salvargli la vita da qualche giovane adepto che aveva “corrotto”, pure Pasolini accettò/riconobbe l’autocritica fino al midollo della sua stessa ideologia partitica e politica radicale di chi se ne professava suo condividente ed assertore, specie se di promulgazione. Persone e personaggi d’altri tempi dunque dovrebbero continuare ad essere presi come eterni esempi di crescita per ogni comunità che intende farlo secondo i crismi della libertà condivisa con criterio democratico, affinchè anche le diverse ideologie possano confrontarsi anziché scontrarsi, senza invero che fra idea e ragion di stato vi sia gerarchia e preminenza, insito autoritarismo e tirannia, senza che si argomenti in termini di stato e di antistato, di tesi e di antitesi, di poteri forti ed addirittura di sovversione, bensì di legittima dialettica costituzionalmente garantita dal diritto puro della democrazia, effettivo baluardo e forza di chi vuole crescere con la consapevolezza del concetto di comunità, di partecipazione democratica, rappresentativa e/o diretta che sia del popolo. Cosi ricordo un ragazzino per questo ragazzino che ancora mi porto dentro, in ossequio ai dettami delle lezioni di vita che ho avuto l’onore di ricevere da chi  (come mio padre, unitamente agli esempi storici suddetti) mi hanno educato e formato al rispetto delle leggi e del – connesso – super partes diritto di saper vivere rispettando i diritti umani, i diritti fondamentali della persona nel concetto di comunità, in quanto tale già matura quanto basta a sapersi prospettare di continua crescita, senza che la ragion di stato sia  ossessione ed oppressione e  l’idea solo astrazione generalizzata, fra stato-apparato e stato-comunità: in fondo il tempo non passa mai essendo noi che passiamo nel tempo ed il tempo della democrazia è sempre attuale, senza dunque mai anacronismo in chi professa il sentire comune come il sentirsi parte del tutto, ovvero del “tutto è in tutto” sin già dai – e dei – filosofi pluralisti ante Aristotele e della crematistica (ovvero del pensiero economico) dello stesso Aristotele, preordinata alla eliminazione delle diseguaglianze sociali.

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