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Metti una mattina “Seduto al Caffè”

di Giacomo Retaggio

PROCIDA – Metti una calda giornata di agosto a Procida. Seduto ad un tavolo del bar Roma un’amica comune ti presenta un uomo alto e dal sorriso simpatico.

“Piacere, Retaggio!”

“Piacere mio, Massimo Scialoja!”

Si, è proprio uno Scialoja! L’hai dedotto dall’altezza: sono tutti alti i membri di questa famiglia. Anche le donne. Per lo meno questi son i tuoi ricordi infantili e adolescenziali.

Ti chiede notizie della sua famiglia. Lui è un discendente diretto di quel signore, Antonio Scialoja, la cui statua troneggia in piazza dei Martiri a Procida.

Non ne sai molto. Ti senti quasi a disagio per la tua ignoranza. Ti porge un libro scritto da lui dal titolo “Seduto al caffè”. Mai titolo fu più pertinente. Si avvicina la cameriera con un vassoio su cui sono in equilibrio instabile dei grossi bicchieri di caffè freddo. La guardi con sospetto. Non hai cessato ancora di fissarla che ti rovescia addosso tutto il caffè. Accidenti! E adesso come fai? I pantaloni di un celeste pallido sono diventati leopardati. Il freddo del bagnato è quasi piacevole. Non ti puoi muovere, la decenza te lo impedisce. Devi fare buon viso a cattivo gioco, ma dentro di te mandi al diavolo la cameriera, lo Scialoja, l’amica e anche il libro.

Pomeriggio avanzato dello stesso giorno. Sei a casa tua, piuttosto annoiato, stanco di stare al computer.

Prendi distrattamente il libro che ti hanno regalato. Lo sfogli e cominci a leggicchiare. Pensi di leggerne una decina di pagine perché se un libro non riesce ad interessarti nelle prime pagine è meglio lasciar perdere.

E invece vai avanti fino a sera inoltrata.

Ti piace l’atmosfera un po’ retro del “Cafè de Paris”, il crogiolarsi in essa del protagonista, l’avvocato Marcello, quarantacinquenne e deluso dalla routine matrimoniale.

Ti piace quest’uomo che mette a nudo la sua anima, così, senza pudore. Lo senti vicino e simile a tanti altri. D’altra parte la sua non è per nulla una situazione nuova: le sue insoddisfazioni fanno parte del “patrimonio dell’umanità”.  

E la tua mente corre a “Madame Bovary”, a “Anna Karenina” e a tante protagoniste femminili di romanzi famosi con lo stesso bagaglio di delusioni ed insoddisfazioni.

Solo che qui il protagonista è un uomo: una sorta di “bovarismo” al contrario.

E ti domandi: se Flaubert avesse usato come protagonista del suo romanzo il marito, “Monsieur Bovary”, altrettanto deluso ed insoddisfatto, invece della moglie, Emma Bovary, il successo del libro sarebbe stato lo stesso?

Chissà perché, ma nel rapporto di coppia il maschio è stato sempre considerato dominante, sicuro di sé, arbitro della situazione, e la donna la vittima sacrificale in nome dei figli e della famiglia.

Lo Scialoja ha sfatato questa leggenda perché alla fine del romanzo scopri che il vero perdente è il maschio, l’avvocato Marcello, che pur attorniato da una triade di donne, ognuna delle quali con una sua spiccata personalità, deve mestamente ed ineluttabilmente ritornare nella sua routinaria quotidianità.

Ma procediamo con ordine. Nel “Cafè de Paris”, sotto l’occhio vigile e discreto ad un tempo del cameriere, sfilano le tre donne: Margherita, pianista, eterea, sensibile, quasi “donna angelicata” da dolce stil novo; Maria, carnale, sensuale e violenta nei suoi appetiti; Monica, la moglie di Marcello, donna in carriera, forse troppo, pratica volitiva e dimentica del suo ruolo di consorte.

Sei quasi portato ad invidiare quest’uomo con tre donne a disposizione, quasi un harem, che fa riaffiorare il vecchio concetto della poligamia di alcune tribù primitive.

Ma, con un intenso sviluppo psicologico, in cui emergono profonde e sotterranee implicazioni freudiane, inizia un terribile gioco al massacro di ciascun personaggio contro l’altro: ognuna vuole l’uomo solo per sé e lo vuole annullare nella sua personalità.

Questi, d’altra parte, ci mette tutto il suo per dominare ed annullare le sue partners.

Ed, in un accesso sado- masochista, arriva a riunire tutte e tre le donne per un ultimo e definitivo “chiarimento”.

Fatica sprecata! Se ne vanno tutte e tre. Il rischio per il protagonista è una triste ed inevitabile solitudine.

Il libro va avanti con il ritmo di un giallo, ti avvince e non riesci a staccarti da esso.

Lo spettro della solitudine incombe su quest’uomo che aveva fatto del “questa o quella per me pari sono”, di verdiana memoria, una filosofia di vita.

Finché sulla scena irrompe un clochard che, per dar vita alle sue aspirazioni, ha necessariamente dovuto rinunciare agli agi e alle abitudini di una vita cosiddetta “normale”.

Sarà l’avvocato Marcello capace di fare altrettanto?

Il libro si conclude in un modo imprevisto, un vero “coupe de theatre”, che non puoi rivelare per non togliere lo “sfizio” al lettore.

Dopo avere terminato la lettura, rimani con il volume tra le mani, lo giri e rigiri, rileggi il titolo “Seduto al caffè” e pensi che questo è uno dei migliori libri che hai letto in questi ultimi tempi.

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