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«No all'acqua pubblica». Gli antireferendum del Pd

di Daniela Preziosi – su il manifesto del 17/06/2010

Non ci sono solo Pomigliano, le intercettazioni e la ‘macelleria sociale’ a far litigare le turbolente anime del Pd. A Pier Luigi Bersani mancava solo la fronda dell’acqua. E rischia di diventare una cascata. Da oggi è attivo il sito www.acqualiberatutti.it. In pratica, nasce a casa Pd il comitato contro i referendum per l’acqua pubblica. In giro per l’Italia non sono pochi gli amministratori Pd che hanno firmato. Il segretario lo sa, e per questo ad Annozero aveva usato parole amichevoli («il Pd guarda con simpatia i movimenti che si mettono contro l’impostazione distruttiva del governo»). Salvo poi negare la firma. Ragioni tattiche: «Sono 15 anni che un referendum non raggiunge il quorum.Perdere la consultazione è controproducente, finisce per essere percepito come un sì alla legge del governo». Fino ad annunciare, alla faccia della simpatia, una raccolta di un milione di firme su una proposta di legge Pd per un «servizio pubblico integrato». Con il risultato di confondere le acque.
Nel frattempo i leader delle due minoranze si sono smarcati: l’8 maggio, al seminario di Area democratica di Cortona, Dario Franceschini annuncia la sua firma, invitando gli attivisti dei banchetti all’evento. Seguito a ruota da Ignazio Marino. Non che le due aree siano a loro volta tanto omogenee: per aver firmato, l’ex segretario ha incassato le critiche degli Ecodem e dei ‘legambientalisti’ («Non ci nascondiamo che anche la gestione pubblica sbagliata ha prodotto un uso improprio dell’acqua», spiega Roberto Della Seta). E il chirurgo, dopo un vivace confronto con i suoi, ha affidato a Rosa Villecco Calipari e al costituzionalista Vittorio Angiolini la stesura di uno «statuto dell’acqua» valido per gestori pubblici e privati, «nella consapevolezza», spiega, «che l’oro azzurro è un bene complesso da gestire». Proprio a Cortona Stella Bianchi, responsabile ambiente Pd e veltroniana della segreteria Bersani, aveva invece spiegato come fosse molto meglio che il Pd si tenesse alla larga dal referendum, pur mantenendo la linea di un’opposizione netta alla privatizzazione del governo.
Adesso, fra un sì e un «ni», spunta un no deciso. Il comitato per il no, di fatto già costituito, per formalizzarsi aspetta solo gli ultimi passaggi giuridici (la formale iscrizione a ruolo dei quesiti presso la Consulta). A metterlo in piedi ci ha pensato Antonio Iannamorelli, giovane e intraprendente consigliere comunale di Sulmona, franceschiniano. Ha già coinvolto un bel manipolo di amministratori, dal Lazio all’Emilia Romagna, dalla Sicilia alla Calabria. Iannarelli è uno che alla dichiarata «simpatia» di Bersani verso i referendari non crede: «Chi sta nelle amministrazioni sa che l’acqua è un bene pubblico, ma il pubblico a volte non lo gestisce bene. Fra l’altro le aziende quotate in Borsa hanno persino un controllo ulteriore, quello della Consob. Quindi chiediamo un modello misto, pubblico-privato. E sa come lo chiamiamo? Modello Bersani. Era quello che Bersani applicava da presidente dell’Emilia Romagna. Sono sicuro che Bersani in cuor suo la pensa come noi». La nascita del comitato per il no ha l’effetto di ‘stappare’ il malessere. Anche nelle minoranze. L’economista Pietro Ichino, area Marino, ha scritto una lettera piena di apprezzamenti a Iannamorelli. Il costituzionalista Stefano Ceccanti, area Veltroni, ammette che «nel merito le ragioni del costituendo comitato sono ineccepibili. Quanto alla scelta di firmare o no, la rubricherei come questione di tattiche». Su libertaeguale.com, il sito del think tank di Enrico Morando, il costituzionalista Tommaso Edoardo Frosini ragiona: spostare il dibattito «su “pubblico contro privato” indebolisce una delle maggiori preoccupazioni, e cioè le prestazioni inadeguate dei fornitori idrici ai fini del superamento della carenza idrica. Un dato, su tutti: gli acquedotti italiani perdono fino a 60 litri ogni 100 distribuiti, e servono circa 60 miliardi di euro per riparare la rete». Comunque Iannarelli è deciso: ha preparato una lettera pubblica con la quale chiederà a tutti i parlamentari Pd di schierarsi.
Come se non bastasse, la storia potrebbe persino complicarsi col possibile accorpamento dei referendum dei comitati con quelli dell’Idv, che fin qui hanno mantenuto un canale separato. Insomma, un caos per tutti si trasforma in una tempesta nel Pd. E va bene il dissenso, ma Marino, che resta un sostenitore del referendum, si arrabbia. «Neanche sull’acqua riusciamo a dire un sì o un no. Ma se nel partito esistono convinzioni diverse, perché Bersani non convoca un referendum fra gli iscritti, come prevede lo statuto, per decidere una buona volta democraticamente la linea?».

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