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Pirateria. Sette mesi di prigionia per la ‘Rosalia D’Amato’

E’ ormai una triste conta quella che in questi mesi ci troviamo a fare, rispetto alla pirateria e al sequestro di due navi italiane. Il 21 novembre infatti, abbiamo raggiunto un altro record negativo. Sono scattati 7 mesi da quando la MV ‘ROSALIA D’AMATO’ e il suo equipaggio sono trattenuti in Somalia in ostaggio dai pirati somali.  A ricordarcelo è Ferdinando Pelliccia per Liberoreporter . Quest’ultimi attendono che qualcuno paghi un riscatto per il loro rilascio. Si tratta di un triste anniversario che comunque va ricordato.

Del mercantile battente bandiera italiana è proprietario una società italiana, la ‘PERSEVERANZA SHIPPING SRL’ di Napoli. Insieme alla nave sono prigionieri in Somalia anche i sui 21 membri dell’equipaggio. Si tratta di 6 marittimi italiani e 15 filippini. Degli italiani 4 sono campani: Gennaro Odoaldo, terzo ufficiale di coperta, Vincenzo Ambrosino, allievo ufficiale di macchina, entrambi di Procida, Giuseppe Maresca, secondo ufficiale di coperta di Vico Equense, Pasquale Massa  primo ufficiale di coperta di Meta di Sorrento, ma residente in Belgio. Gli altri due sono
siciliani: uno di Messina, il comandante Orazio Lanza e l’altro di Mazara del Vallo, il direttore di macchina Antonio Di Girolamo. Anche dei 15 filippini, che condividono la prigionia con i marittimi italiani, si conosce il nome e la provenienza.

La nave italiana venne catturata lo scorso 21 aprile. L’attacco al cargo venne condotto da un barchino pirata partito da una ‘Nave madre’. Come tutte le navi della compagnia anche essa era stata noleggiata a tempo. Le navi di proprietà della Perseveranza infatti, sono noleggiate  da importanti gruppi italiani e internazionali come Cosco, Armada Group, Cargill e altri. Attualmente la nave dovrebbe essere alla fonda al largo delle coste somale del Puntlan dove sono all’ancora anche altre navi catturate.

Sulla ‘ROSALIA D’AMATO’ è calato una sorta di ‘black out’ nelle informazioni. Come se un assordante silenzio avesse avvolto l’intera vicenda che riguarda la nave italiana. L’amara verità è che il negoziato è bloccato.

L’attenzione per ora sembra essere focalizzata soprattutto su un’altra imbarcazione italiana in mano ai predoni del mare. Si tratta della petroliera ‘SAVINA CAYLYN’ di proprietà della società italiana, ‘Fratelli D’Amato’ di Napoli. La nave è stata catturata dai pirati somali lo scorso 8 febbraio e tuttora è nelle loro mani alla fonda davanti alle coste del Puntland. A bordo di questa seconda nave italiana vi sono 5 marittimi italiani e 16 indiani. Gli italiani sono il comandante, Giuseppe Lubrano Lavadera, campano di Procida, il terzo ufficiale di coperta, Crescenzo Guardascione, campano di Procida, l’allievo di coperta, Gianmaria Cesaro campano di Piano di Sorrento, il direttore di macchine, Antonio Verrecchia laziale di Gaeta, l’ufficiale Eugenio Bon di Trieste. Anche dei 16 indiani, loro compagni di sventura, si conoscono nomi e provenienza.

Un bizzarro destino ha voluto legare le due navi. Unite nel sequestro e unite nella proprietà. A capo delle loro due società vi sono infatti, Angelo Amato e Giuseppe Amato rispettivamente zio e nipote. Quella degli Amato è una delle famiglie di imprenditori più conosciute a livello mondiale tra le compagnie di navigazione.

In totale sono ben 11 i marittimi italiani prigionieri in Somalia. La cosa più importante è che bisogna sempre ricordarsi che questi uomini del mare sono lavoratori e non sono soldati. Pertanto, essi non vanno a combattere una guerra e quindi non sono preparati a sopportare le
angherie e le privazioni che invece,  stanno subendo da quando sono caduti nelle mani dei pirati somali. Per cui ogni giorno in più che trascorrono da prigionieri è una maggiore sofferenza per loro e per quelli che sono a casa e pregano per il loro ritorno. Il fatto che stia  trascorrendo tanto tempo non gioca certo a favore di nessuno. Con il passare del tempo la tensione fa cedere i nervi a tutti.

Da quando sono stati catturati, i marittimi italiani hanno potuto telefonare diverse volte alle loro famiglie in Italia. Nelle loro telefonate all’inizio rassicuravano i parenti sul loro stato di salute e cercavano di tranquillizzarli. Evidentemente avevano fiducia nel loro governo e nel loro armatore e credevano che la loro disavventura sarebbe terminata presto grazie all’intervento anche della diplomazia italiana. Poi, con il passare delle settimane e poi, dei mesi le loro telefonate si sono trasformate in laconici appelli a fare presto, ad aiutarli ad uscire da quella situazione che li stava lentamente uccidendo. Dai brevi colloqui telefonici essi appaiono molto provati e spaventati dalle durissime condizioni che stanno
vivendo.

Purtroppo, questa è la triste realtà dei sequestri di mercantili nel mare del Corno D’Africa e Oceano Indiano da parte di pirati somali. La prigionia per i marittimi è un vero e proprio INFERNO. Uomini che di punto in bianco diventano niente. Sono solo una fonte di guadagno una ‘cosa’ da scambiare con il denaro e null’altro.

Sappiano coloro che sono responsabili delle loro vite che questo peserà per sempre sulle loro coscienze e che se subiranno il giudizio divino pagheranno per le loro colpe, se ne hanno.

I numeri del fenomeno della pirateria marittima al largo della Somalia si fanno sempre più impressionanti. Nelle ultime settimane i predoni del mare hanno ripreso appieno la loro attività.  Nel mondo sono diverse migliaia i mercantili che solcano i mari e di questi sono 20mila quelli che transitano, ogni anno, al largo del Corno d’Africa. Duemila poi, sono cargo a cui sono legati interessi italiani e almeno 600 battono il tricolore. Attualmente i pirati trattengono come ostaggi un numero imprecisato di marittimi di diverse nazionalità equipaggi delle  navi ancora nelle loro
mani.

Ferdinando Pelliccia

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