Quando la guerra attraversa le rotte. Geoeconomia degli spazi marittimi

 di Nicola Silenti da Destra.it

PROCIDA – Prendendo ancora  spunto da quanto in questi giorni viene riportato dalla stampa specializzata e dal dibattito internazionale, mi permetto di aggiungere a quanto già scritto su queste pagine alcune osservazioni semplici, forse perfino modeste, maturate più dall’esperienza di vita e di navigazione che da una competenza accademica in materia.

La crisi iraniana non è soltanto un fatto politico o militare. È, prima di tutto, una crisi degli spazi marittimi. E chi ha navigato sa che quando il mare si chiude, il mondo si ferma. In queste ore il mare non è un concetto astratto. È fatto di uomini, di navi, di rotte improvvisamente sospese. Un primo macchinista mi raccontava di essere partito da Ashdod nella notte scorsa, sotto un cielo attraversato da missili, droni, aerei e contraerea che passavano sopra la nave. Nello stesso tempo, una grande nave da crociera resta bloccata nel porto di Dubai con passeggeri ed equipaggio a bordo, mentre venivano sospesi traffici e transiti verso il Golfo.

Non sono soltanto notizie di agenzia. Sono aggiornamenti che continuano ad arrivarmi direttamente da uomini di mare con cui sono rimasto in contatto negli anni. Sanno che continuo a scrivere di spazi marittimi e di rotte strategiche e mi informano di ciò che accade nei porti e lungo i corridoi energetici. È un filo che non si è mai spezzato: quello che lega chi ha navigato ieri a chi naviga oggi, negli stessi mari ma sotto cieli molto più inquieti.

La geopolitica contemporanea non si gioca più soltanto sui confini terrestri. Si gioca sui choke points, sui colli di bottiglia marittimi che regolano il flusso dell’energia e del commercio globale. Gli stretti, i canali, i passaggi obbligati sono i veri snodi del potere nel XXI secolo.

Lo Stretto di Hormuz ne è l’esempio più evidente. Attraverso quel corridoio transita una quota decisiva del petrolio mondiale e una parte fondamentale del gas naturale liquefatto. Non è solo una questione energetica: è una questione di assicurazioni, premi di rischio, sicurezza dei carichi, stabilità finanziaria.

Quando la tensione militare cresce in un’area del genere, accade qualcosa di molto concreto:

le compagnie rivedono le rotte;
gli armatori sospendono i transiti;
i premi assicurativi aumentano;
le marine militari rafforzano la presenza;
il rischio di errore o incidente cresce esponenzialmente.

La riduzione del traffico e le cautele delle autorità marittime nello stretto dimostrano che siamo già in una fase in cui l’effetto economico precede quello militare. Il solo rischio percepito diventa fattore di prezzo e di instabilità.Il mare diventa così uno spazio di deterrenza incrociata. Non occorre affondare una nave per esercitare pressione: basta creare incertezza. E l’incertezza, nel commercio globale, è una forma di arma.

La crisi iraniana, dunque, non è solo regionale. È sistemica. È una crisi della libertà dei mari. E la libertà dei mari, fin dai tempi della sua elaborazione giuridica moderna, è uno dei pilastri dell’ordine internazionale. Quando uno spazio marittimo strategico diventa teatro di conflitto permanente, si altera l’equilibrio tra potenza navale, diritto internazionale e commercio globale. Le grandi potenze sono chiamate a garantire la sicurezza delle Sea Lines of Communication, le linee di comunicazione marittime, che costituiscono le arterie vitali della globalizzazione. Se quelle arterie si restringono o si interrompono, l’intero sistema entra in sofferenza.In questo contesto, parlare di cambio di regime come soluzione automatica appare una semplificazione. Anche qualora mutasse il vertice politico, resterebbero le rivalità regionali, la competizione energetica, le proiezioni di potenza nel Golfo e nel Mediterraneo orientale.

Da uomo di mare, ciò che più mi colpisce è la distanza tra le decisioni strategiche e le conseguenze operative. I leader parlano di deterrenza, di obiettivi, di equilibrio. I marittimi si trovano sotto cieli attraversati dai missili. La nave ferma a Dubai e quella partita nella notte da Ashdod non sono episodi isolati: sono il segnale di quanto fragile sia l’architettura dei traffici globali. La globalizzazione non è un concetto ideologico; è una rete di rotte sicure. Se quelle rotte diventano instabili, tutto il sistema scricchiola.

Distruggere è relativamente semplice. Controllare è immensamente più complesso. Garantire la sicurezza di uno stretto, assicurare la continuità dei traffici, prevenire incidenti, mantenere aperti i corridoi energetici richiede coordinamento multilaterale, prudenza strategica, rispetto delle regole.

Un comandante sa che in uno stretto trafficato ogni manovra va calcolata al metro. Un errore, una valutazione sbagliata, un segnale frainteso possono generare collisioni.La geopolitica degli spazi marittimi funziona allo stesso modo.

Il Mediterraneo orientale, il Golfo Persico, il Mar Rosso non sono semplici coordinate geografiche. Sono gli snodi attraverso cui passa la stabilità del mondo. E mentre le cancellerie discutono di escalation, i marittimi continuano a fare il loro lavoro, esposti a rischi che non hanno scelto. Chi ha navigato sa che il mare non perdona l’arroganza. E neppure l’ordine internazionale dovrebbe dimenticarlo.

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