Hormuz e il grande equivoco europeo: la sicurezza del mare non si delega

di Nicola Silenti da Destra.it

Il dibattito nato intorno alla possibilità che Paesi europei partecipino a missioni navali nello stretto di Hormuz ha riportato alla luce una questione che da tempo attraversa la politica internazionale: quale ruolo intendano realmente svolgere l’Europa e l’Italia nella sicurezza dei traffici marittimi mondiali. A prima vista la discussione sembra riguardare soltanto un problema giuridico. Alcuni osservatori ricordano infatti che lo stretto di Hormuz non rientra nell’area geografica prevista dal Trattato dell’Atlantico del Nord per l’applicazione automatica dell’articolo 5. L’argomento è formalmente corretto.

Il Patto Atlantico, firmato nel 1949, nacque infatti con un preciso riferimento geografico: la difesa collettiva degli Stati membri nel teatro euro-atlantico. In altre parole, l’Alleanza era stata concepita per fronteggiare la minaccia sovietica nel contesto della Guerra fredda. Non sorprende quindi che, nel corso della sua storia, la NATO abbia mostrato prudenza nell’intervenire in aree lontane da quel perimetro. Un precedente storico viene spesso ricordato a questo proposito. Nel 1982, quando l’Argentina occupò le isole Falkland, l’Alleanza Atlantica non intervenne militarmente a sostegno del Regno Unito. La ragione era semplice: quelle isole si trovavano ben al di fuori dell’area prevista dal Trattato. Ma fermarsi a questo dato significa osservare soltanto una parte della realtà. Negli ultimi trent’anni il sistema internazionale è profondamente cambiato. La fine della Guerra fredda ha trasformato anche il ruolo della NATO, che si è trovata più volte ad operare fuori dall’area originaria.

È accaduto nei Balcani negli anni Novanta. È accaduto in Afghanistan dopo gli attentati dell’11 settembre. È accaduto nel Mediterraneo con le operazioni di sicurezza marittima e di contrasto alla pirateria. Tutto questo dimostra che il problema non è tanto giuridico quanto politico. Quando esiste una volontà condivisa tra gli alleati, gli strumenti per agire vengono trovati. Il vero nodo della questione, dunque, non è Hormuz in sé. Il nodo è il rapporto tra Europa, mare e sicurezza internazionale. Lo stretto di Hormuz è uno dei punti più sensibili del commercio mondiale. Attraverso quel passaggio relativamente stretto transita una quota enorme del petrolio destinato ai mercati internazionali. Ogni tensione in quell’area produce inevitabilmente conseguenze economiche che si ripercuotono ben oltre il Medio Oriente.

Per Paesi come l’Italia questo non è un problema remoto o teorico. L’Italia è, per geografia e per storia, una nazione profondamente legata al mare. Gran parte della sua economia dipende dal commercio marittimo, dalle rotte energetiche e dalla libertà di navigazione. Eppure la dimensione marittima sembra spesso assente dal dibattito politico europeo. Si discute di energia, di economia, di commercio internazionale, ma raramente si ricorda che tutto questo viaggia, nella sua stragrande maggioranza, per mare. Le rotte marittime sono le grandi arterie invisibili della globalizzazione. Esiste inoltre un principio elementare del diritto marittimo che gli uomini di mare conoscono bene: una nave che batte la bandiera di uno Stato rappresenta, a tutti gli effetti, un’estensione della sovranità nazionale.

Questo principio non dipende dalla latitudine in cui la nave si trova. Vale nel Mediterraneo come nel Golfo Persico, nell’Atlantico come nel Pacifico. Se una nave italiana venisse attaccata in mare aperto, non sarebbe soltanto un atto di violenza contro un mezzo commerciale. Sarebbe, in un certo senso, un attacco contro lo Stato di cui quella nave porta la bandiera. La difesa di quella nave diventerebbe quindi una questione di sovranità.

Questo principio è stato per secoli alla base della sicurezza marittima. Le grandi potenze navali hanno sempre considerato la protezione delle proprie rotte commerciali come una responsabilità primaria.

Ed è proprio qui che emerge la contraddizione europea. Negli ultimi decenni molti Paesi europei hanno progressivamente ridotto le loro capacità militari. Le forze armate sono state orientate soprattutto verso missioni di stabilizzazione, operazioni di pace e interventi limitati. La capacità di sostenere operazioni navali complesse o di lunga durata è diventata sempre più ridotta.

Questo processo è stato accompagnato anche da un cambiamento culturale. In gran parte dell’opinione pubblica europea si è diffusa l’idea che i conflitti armati appartenessero ormai al passato o che riguardassero soltanto regioni lontane del pianeta. La realtà internazionale degli ultimi anni ha dimostrato quanto questa percezione fosse fragile. La guerra in Ucraina ha riportato il conflitto nel cuore dell’Europa. Le tensioni in Medio Oriente continuano a rappresentare un fattore di instabilità globale. Nel Pacifico cresce la rivalità tra Stati Uniti e Cina. In questo contesto il ruolo delle rotte marittime torna ad assumere un’importanza decisiva.

Eppure l’Europa continua a vivere una sorta di paradosso strategico. Da una parte dipende profondamente dalla libertà dei traffici marittimi. Dall’altra continua a delegare in larga misura la sicurezza di quelle rotte alla potenza navale degli Stati Uniti. Questo squilibrio non è una novità. Da molti anni le amministrazioni americane – indipendentemente dal colore politico – invitano gli alleati europei a contribuire in misura maggiore alla sicurezza collettiva.

La richiesta è stata formulata in modi diversi, talvolta con toni diplomatici, talvolta con maggiore franchezza. Ma la sostanza del problema resta la stessa: un sistema di alleanze funziona davvero solo quando le responsabilità sono condivise.

Naturalmente questo non significa che l’Europa debba seguire automaticamente ogni iniziativa americana. Le decisioni strategiche devono essere valutate con attenzione, alla luce del diritto internazionale, degli equilibri regionali e degli interessi nazionali.

Ma esiste una differenza sostanziale tra autonomia e passività. Un’Europa davvero autonoma dovrebbe essere in grado di proteggere le rotte da cui dipende la propria economia, difendere le proprie navi e contribuire alla stabilità marittima internazionale senza attendere sempre l’intervento di Washington.

Il mare, nella storia, è sempre stato la grande infrastruttura invisibile del commercio mondiale. Chi garantisce la sicurezza delle rotte esercita inevitabilmente una forma di leadership internazionale.

Per questo motivo il dibattito su Hormuz non dovrebbe ridursi a una disputa giuridica o a una polemica politica contingente.

Dovrebbe piuttosto diventare l’occasione per una riflessione più ampia: quale ruolo intendano avere l’Europa e l’Italia nel mondo che sta emergendo.

Perché, alla fine, la questione è molto semplice. Non si tratta di scegliere tra seguire gli Stati Uniti o opporsi ad essi. Si tratta di decidere se vogliamo restare una civiltà marittima capace di difendere le proprie rotte oppure limitarci a sperare che qualcun altro lo faccia per noi.

Chi ha passato una parte della propria vita sul ponte di una nave sa bene una cosa: il mare non ama le illusioni. Le rotte restano sicure solo finché qualcuno è disposto a difenderle.
E se una civiltà smette di proteggere le proprie rotte, prima o poi perde anche la propria libertà.

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