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Politica: Cambiare tutto per non cambiare alcunché

Di Michele Romano

PROCIDA – Osservando con attenzione le vicende romane che hanno investito il governo della “Città eterna”, non si può che condividere l’amara considerazione di Roberto Saviano che si è entrati, nuovamente, nella zona ad alto rischio, dove va ad infrangersi e a disperdersi l’ultima briciola della credibilità e della speranza del cambiamento politico dentro una collettività stremata, stressata, disorientata da una gestione della pubblica amministrazione fatta di ruberie, di corruzione, di sudiciume, di tradimenti. In tal senso si era accesa la fiaccola della speranza che la politica stesse per trovare il filo di Arianna che la conducesse a svolgere la propria autentica funzione che consiste nel costruire ponti di fiducia, di trasparenza, di mediazione progettuale e relazionale con l’obiettivo di mantenere in atto comunità coese, giuste, solidali.

Al contrario, il comportamento poco edificante, critico, oscuro, quasi violento da “homo homini lupus” di hobbesiana memoria, tenuto dal nuovo movimento partitico che governa la Urbe Augustea, ci fa risprofondare nel disperato grido “Al peggio non c’è mai fine”. D’altra parte la dimensione fenomenologica delle convulsioni romane, anche se, in proporzioni ridetto, si sta sperimentando nella quotidianità del vissuto socio-politico dei nostri territori dove, in un periodo recente, una atmosfera di cambiamento ci aveva, euforicamente, contagiati. Infatti, rimessi i piedi, il cuore e la mente sulla nuda terra, ci scontriamo, nuovamente, con le espressioni di Tommaso di Lampedusa: cambiare tutto per non cambiare alcunché. Nella nostra situazione aggiungere una carenza in più: la totale desertificazione dei luoghi in cui la circolazione delle idee, dei valori, delle visioni dei progetti, orientano i cittadini a mettere in campo la costruzione politica cioè come organizzar una “polis” a diventare una comunità in cammino verso la fondazione del bene comune.

Tale scomparsa racchiude in sé il rischio di produrre una classe dirigente composta da soggettività amorfe, asettiche, senza alcun riferimento a valori condivisi, chiusi nelle proprie fondamentalistiche “torri d’avorio” impermeabili a qualsiasi ascolto che possa giungere dalle caverne platoniche della sagacia e della saggezza, insite dentro la collettività. Ecco perché la lampada di Diogene, suo malgrado, è spinta a riaccendersi per condurre fuori dai coni d’ombra i sani ed eroici furori di una politica che, come disse Michele Serra, nel nostro caso, almeno tenda ad eliminare la discrasia di un popolo ingegnoso e generoso ma incapace di condividere regole e rispettarle, punto essenziale per la sopravvivenza di ogni comunità.

Postilla finale: ci permettiamo di suggerire che nell’ambito del patrimonio storico artistico dell’isola di Procida, è prioritario ed urgente mettere in sicurezza l’Abbazia Micaelica le cui fondamenta stanno diventando sempre più fragili. E’ bene che si sappia: il crollo di tale entità assumerebbe il tragico significato della perdita non soltanto della memoria ma anche della sua ragione di esistere.

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Un commento

  1. Questa volta “polis” e “micaelica” sono state divise, separate ….. ma non si sono mai perse di vista 🙂

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