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Premier e referendum passano, i problemi veri restano

di Nicola Silenti da Destra.it

Si riparte dall’Italia. Il messaggio forte e chiaro pronunciato dagli italiani con lo schiacciante esito referendario del 4 dicembre può essere riassunto con questa formula: archiviare il racconto renziano di un’Italia da rotocalco e rimettere al centro dell’agenda politica nazionale la vita reale, i problemi concreti e le difficoltà quotidiane della stragrande maggioranza dei nostri connazionali. Un messaggio urlato a gran voce con l’evidenza dei numeri: quelli di un’affluenza record del 65,47 per cento degli aventi diritto (pari a oltre 33 milioni di elettori) e di un No attestato al 59,12 per cento dei voti pronunciato da oltre 19 milioni e 400 mila italiani a dir poco inviperiti con una politica che si fa beffe dei bisogni e delle urgenze dei cittadini e continua a disprezzare la verità spacciando le menzogne della propaganda per buongoverno.

Un esito dirompente, quello referendario, che doveva e voleva anzitutto essere il rifiuto netto e perentorio di un tentativo di riforma costituzionale maldestro e confusionario, ultimo ed esemplare prodotto di un governo incapace di presentare al popolo un vero progetto di rinnovamento delle istituzioni e della macchina amministrativa dello Stato. Uno Stato soffocato dai riti stantii di una burocrazia incapace e corrotta, vera nemica di ogni spinta innovatrice improntata al bene comune e in linea con gli affanni di un presente quanto mai complicato e avverso. Uno scenario sconfortante a cui il progetto di riforma non poneva affatto rimedio, come ampiamente documentato in tre precedenti articoli pubblicati su questa testata. Una riforma bocciata dal popolo soltanto in parte nel merito, ma soprattutto sopraffatta da un’ondata di malcontento popolare che minaccia di manifestarsi con ancora più rabbia alla prossima tornata elettorale.

Nel marasma delle parole e dei commenti del dopo voto, quel che è sicuro è che nessuno può dirsi contento dello status quo: a eccezione dei diretti interessati, infatti, nessuno può esultare per il permanere al Senato di una pletora di stipendiati di lusso e, cosa ancor più importante, rimane in tutta la sua drammatica urgenza la necessità di porre mano all’articolo 67 della Carta, quello sul vincolo di mandato. A nessuno, infatti, può sfuggire quanto sia divenuto intollerabile lo squallido spettacolo della transumanza di partito in partito e di schieramento in schieramento di deputati e senatori, quasi un parlamentare su tre, a seconda di dove tira il vento del potere e a dispetto del mandato degli elettori. Uno squallore che non tarderà a manifestarsi ancora con il prolungamento alle calende greche di questa moribonda legislatura, tenuta appiccicata al respiratore automatico dagli oltre 600 deputati e senatori (quelli alla prima legislatura) che attendono in modo febbrile la data fatidica del 15 settembre 2017, quando avranno maturato il diritto alla pensione. Un’attesa che coinvolge tutti i partiti senza esclusioni, ma che al netto dei proclami ufficiali riguarda soprattutto i banchi di Partito democratico e Movimento 5 stelle, traboccanti di peones al primo, e forse ultimo, mandato.

Rispolverato nelle ore del dopo voto il polveroso e imbolsito armamentario di consultazioni presidenziali, tra sussurri quirinalizi e nuovi ministri resta sul tavolo la questione della legge elettorale e le grandi manovre in vista delle prossime, si spera imminenti, elezioni politiche. Per i tanti, tantissimi italiani che si ostinano a riconoscersi nell’orizzonte ideale della destra, si avvicina finalmente il momento delle primarie: a noi l’arduo compito di individuare chi saprà rappresentare al meglio le nostre idee e dare seguito alla ferrea volontà di cambiare l’Italia.

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