Home > racconti > Procida: Novembre 1964, spaccati di vita politica

Procida: Novembre 1964, spaccati di vita politica

comizio procidadi Giuseppe Ambrosino di Bruttopolo

Sono passati esattamente cinquant’anni da quel lontano  novembre del 1964.

Ieri come oggi, in concomitanza al periodo autunnale, i procidani vivevano giornate di attesa, con la segreta speranza che la primavera successiva restituisse loro la luce e il calore della trascorsa estate. Tale sensazione sembrava aleggiasse nell’aria. A Procida si svolgevano i comizi per il rinnovo del consiglio comunale. Un fatto insolito, perché mai nel passato le elezioni amministrative si erano tenute in autunno.

I  venti consiglieri uscenti, tutti democristiani, abituati a spadroneggiare da soli, questa volta erano in ansia, preoccupati  di perdere l’egemonia. In giro serpeggiava, infatti,  un certo malcontento  e i malumori erano sfociati nella creazione di nuove liste.

A quella della Democrazia Cristiana, che aveva governato incontrastata per molti anni, si erano contrapposte addirittura tre liste civiche. La “Campana”, capeggiata da don Nicola Manzo, il “Carroccio” ideata da Totonno Ambrosino e l’”Orologio” messa assieme da Vittorio Parascandola.

Il sindaco uscente, il professor Guido Cennamo, pur nutrendo una comprensibile preoccupazione, ostentava nello stesso tempo, una grande sicurezza.

Lui era certo che la gente più semplice, la maggioranza, quella che aveva avuto più bisogno dei suoi favori, gli fosse riconoscente. Dai balconi personalmente predicava, sostenendo di “aver le carte in regola”, volendo significare che le opere appena compiute erano frutto della sua oculata amministrazione. Non per niente, il 28 settembre  di quell’anno, era stato lui ad  inaugurare il Magistrale, realizzato coi soldi di un suo zio dell’America. Con la nascita di tale scuola il buon professore asseriva di aver risolto “ il problema della donna a Procida”.

E il campo sportivo poi, inaugurato pochi giorni prima, quello sarebbe stato sicuramente il suo fiore all’occhiello. I giovani per sfogarsi non avrebbero più giocato a pallone sulle spiagge e per le strade, ma avrebbero usufruito di una struttura moderna ampia ed attrezzata, con spogliatoi, docce e spalti spaziosi.

Ma  le giovani aspiranti maestre e i giovani calciatori non avevano ancora compiuto  i 21 anni necessari per votare. Quindi su queste nuove leve non poteva contare né lui né gli avversari. Ma comunque i giovani del 1964 si sentirono per la prima volta protagonisti, ed anche se consapevoli di non poter cambiare la situazione del momento, comunque  si sforzarono per un modo di pensare diverso, per un comportamento nuovo, anche se non del tutto rivoluzionario, ma che facesse dimenticare comunque i metodi conservatori, quasi reazionari della vecchia classe dirigente. Un modo di pensare diverso, ed anche un futuro migliore essi ritennero di trovarlo nei discorsi e nei programmi  dei  tre nuovi protagonisti politici.

Il capitano Manzo, ex sindaco del dopoguerra, capolista della “Campana”, era colui che sapeva più di tutti entusiasmare i giovani.  Con un eloquio forbito, frutto di larga  esperienza e di  grande cultura, egli sapeva trascinare queste nuove leve, anche se lui personalmente non fosse per niente allettato da particolari ambizioni.

Era sceso in campo come un paladino di altri tempi, col solo scopo di spodestare dal governo del paese, gli amministratori dell’epoca. Accomunava i suoi comizi alle puntate del capolavoro di Vittorio Hugo, in quei giorni trasmesso per televisione,  per poter definire  il sindaco Cennamo e tutti i consiglieri democristiani, i  “Miserabili”.

Il giovane Totonno Ambrosino, forte della sua esperienza giovanile di sindaco, anche lui attirava i giovani, specie  nel mondo cattolico.

Altrettanto influente sui giovani era il dottor Vittorio Parascandola, grande affabulatore, che nei suoi comizi  si rivolgeva alla folla, esordendo col chiamarli affettuosamente “compaesani”.

I suoi discorsi erano sempre corretti, anche se intrisi di una sottile ironia, ma nei momenti di foga, quando la sua rabbia a stento era contenuta, per offese personali lanciate dagli avversari, il suo linguaggio diventava più mordace, ricco di un evidente sarcasmo. La prima volta che si presentò agli elettori,  lesse una poesia di Trilussa: “Il gallo e l’aquila”. Col gallo volle alludere  alla semplicità della propria persona, nell’aquila far risaltare il potere, anzi la prepotenza, a suo dire, del “professor dottor commendatore Guido Cennamo”. Ma durante il discorso ad ogni  parola oltraggiosa nei riguardi del sindaco uscente, forse convinto di esagerare, o per paura di qualche querela, aggiungeva  l’espressione “politicamente parlando”. In effetti, chiamando “cornuto” il suo avversario faceva intendere che alludesse al tradimento di qualche elettore e non della legittima consorte, donna degna di ogni rispetto. Uomini di altri tempi, convinti che  fuori dalla battaglia politica, fossero  tutti dei buoni amici. Questi gli aneddoti, questi gli uomini!

Ma qualcosa di nuovo ferveva nella società di allora. Anche se  a Procida, cinquant’anni fa, non esisteva la disoccupazione, perché l’indotto marittimo, rendeva bene e  i giovani,  già prima del  militare, avevano una discreta possibilità economica ed erano in grado di  crearsi una famiglia, ci si rendeva conto che ancora tante cose non funzionavano.

In modo particolare non esisteva un vero  pronto soccorso efficiente, che fosse in grado di affrontare le emergenze mediche e chirurgiche. E la tragedia che si verificò proprio in quei giorni mise allo scoperto tale  piaga.

Dallo smarrimento che ne derivò, tutta l’isola si rese conto che  la piccola medicheria dell’Albano Francescano non era più in grado di garantire la salute e la vita degli isolani

La sera del 20 novembre, era di venerdì e si chiudeva la campagna elettorale. Una grande folla di giovani, era andata ad ascoltare il dottor Parascandola, che oltre ad essere candidato nella lista dell’orologio, era anche il direttore sanitario della piccola medicheria, ed avrebbe  parlato sull’argomento proprio da un balcone all’ingresso dell’Ospedale.

Nel silenzio dell’attesa, alla luce di un tenue lampione, che pendeva da due fili tesi attraverso la strada, si sentì all’improvviso un sordo brusìo, che man mano diventava  più intenso, fino a quando uno strombazzar di macchine con bandiere e simboli della Democrazia Cristiana, prepotentemente si avvicinò. La voce di Celentano urlava da un altoparlante ad alto volume le note della canzone “si è spento il sole”, con chiara allusione al sole nascente,  simbolo del socialismo e vero credo dei candidati nella lista dell’Orologio.

Grandi attimi di confusione nacquero tra la folla, che scostandosi e bestemmiando lasciò passare il chiassoso corteo,  finché ritornò di nuovo il silenzio.  E a quel punto la figura contegnosa ed   elegante dell’atteso oratore  apparve sul  balcone. Le  braccia  larghe e tese , due mani che stringevano con forza la ringhiera, la faccia compunta, una lunga pausa di silenzio, finché tutti capirono che da quelle labbra non sarebbe uscito alcunché di piacevole .

Erano le 9 e mezza di sera, e l’oratore esordì col suo famoso incipit: “Compaesani! Mentre poco fa, aveva luogo la carnevalesca sfilata di quelle macchine addobbate, un altro corteo, il corteo delle macchine di noi medici, correva disperatamente verso l’ospedale, quell’ospedale di cui tanto abbiamo parlato in questi giorni, al solo scopo il nostro, di strappare alla morte due vite umane: quelle di una mamma e della propria creatura. Purtroppo il nostro sforzo è risultato vano, e ci sentiamo addolorati. Ecco perché, questa sera non ci saranno polemiche, non ci saranno discorsi inutili, né discussioni di leggi, perché di fronte alle leggi della Vita, leggi che sono serie, molto più serie, noi ci sentiamo delle Nullità. Io personalmente, dicevo, mi sento addolorato e di fronte a questi casi di Morte mi sento piccolo, piccolo, molto piccolo. “

Queste le ultime parole dell’oratore. Dopo un buonasera a tutti, visibilmente commosso, volse le spalle alla folla e scomparve. La gente rimase ammutolita. Ben presto venne a conoscenza dell’immane tragedia che si era consumata nel piccolo Ospedale, lì proprio alle spalle del balcone del comizio. Una giovane  mamma, figlia di una assessore comunale, era morta di parto per ritardata assistenza, e con lei era morta anche la creatura che portava in grembo. Inutili polemiche, ne seguirono. Diventò ben presto un caso politico. L’indomani tutti ne parlavano, chi condannava i medici, chi condannava le istituzioni politiche, alcuni condannavano il padre di lei, costui condannava quasi tutti.  Alla fine il povero marito vedovo, con un altro figlio piccolino, dovette piangere rassegnato le conseguenze di quella tragica perdita, senza avere nemmeno la possibilità o la voglia di sapere di chi fosse la colpa. Quando non si riesce ad attribuire la colpa a qualcuno, si dice che sia stato il Destino.

Intanto  quella sera stessa circolava tra la folla attonita un foglietto di propaganda, una sorta di poesia in dialetto procidano, intitolata SHOW 1964, che recitava alla fine:  “Jate, currite, ‘e seggie sò vacante, ma cchiù vacanti l’uommeni. Sòng strummèli sultanto!”

Potrebbe interessarti

Scala (F.I.): Le imbarcazioni coastal rowing del Comune vengono utilizzate correttamente?

PROCIDA – Con una nota (che di seguito riportiamo) del Commissario di Forza Italia e …

Un commento

  1. Pasquale Cozzella

    Bellissimo articolo. Complimenti al grande Peppino!!!

  2. Trovo interessante questo scritto, che narra un pezzo di storia di Procida.
    Voglio fare i complimenti all’autore, e aggiungo che senza spendere un centesimo ho avuto questa notizia. mentre ci sono scrittori che scrivono pseuda storia si fanno pagare per acquistare il loro scritto, e che non sempre è veritiero. dico questo perché incuriosito chi fosse la sventurata ho chiesto a mia nonna, che ha cercato di farmi capire chi sono i parenti. grazie Continui sono un tuo fan.

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *