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Procida. Un mare di guai – decrescitafelice.it

di Andrea Bertaglio

Non si sa molto sui nostri mari. All’uomo sono ormai più familiari, almeno in quanto a osservazione e mappatura, la superficie di Marte e i crateri lunari. E forse va bene così. Perché? Perché quasi tutto ciò che viene attualmente rilevato dai satelliti che fotografano costantemente gli oceani, così come i risultati delle analisi effettuate direttamente “sul campo”, sono poco rassicuranti.

Ben lungi dall’iniziare con allarmismi che possono sembrare di moda in questo periodo, è bene far presente che gli oceani rappresentano una fondamentale garanzia di equilibrio per moltissimi ecosistemi. Essi, inoltre, sono ancora più importanti delle foreste primarie per quanto riguarda l’assorbimento delle sempre maggiori quantità di diossido di carbonio provocato dall’intensa attività umana, se non altro per l’enorme superficie che ricoprono.
I problemi marini sembrerebbero iniziare già alla superficie, dove oggi viene riscontrato un livello di acidità dell’acqua nettamente superiore a quello degli anni passati, e che sarebbe dovuto ancora una volta alle eccessive quantità di CO2 di origine antropica oggi presenti nell’atmosfera terrestre. Tale elevata acidità rende molto difficile, se non impossibile, la vita di numerosi organismi marini, in particolare quelli in conchiglie o con scheletri in carbonato di calcio. Si tratta per lo più di forme di vita a noi quasi ignote, di piccoli esseri quali il Krill, di cruciale importanza nella catena alimentare marina. Uccidere tali specie vuole dire uccidere i loro predatori (molti dei quali finiscono nei nostri piatti) o, come già accennato, stravolgere l’equilibrio di interi ecosistemi.

La crescente acidificazione dei mari sta rischiando di compromettere anche l’esistenza delle barriere coralline che, al di là della loro bellezza, sono l’habitat di un quarto di tutte le specie marine. Secondo alcuni scienziati, le scogliere di coralli potrebbero definitivamente scomparire nell’arco di pochi decenni, se la situazione non cambierà. La loro sopravvivenza è infatti minacciata, oltre che dalla suddetta acidità, anche dall’innalzamento delle temperature medie delle acque marine, dall’eccessivo sfruttamento della pesca, da un inquinamento che non accenna a diminuire e da un crescente turismo di massa che, come troppo spesso accade, non ha nessun rispetto per l’ambiente che lo ospita. C’è una tale varietà di forme viventi fra questi coralli, che tali barriere si sono guadagnate il nome di “foreste pluviali degli oceani”.
Oltre all’aumento del livello di acidità, i nostri mari, come la nostra atmosfera, subiscono l’effetto dell’aumento di diossido di carbonio con quello che è ormai noto a tutti come “riscaldamento globale”. Prima di cadere in elementari fraintendimenti, è meglio chiarire ancora una volta il concetto di global warming, soprattutto durante un inverno freddo come quest’ultimo: riscaldamento globale significa che la temperatura media del pianeta ha subìto un innalzamento, non che in ogni angolo del pianeta ed in ogni periodo dell’anno fa più caldo. Tale innalzamento delle temperature sta interessando per nostra sfortuna soprattutto i poli i quali, si sa, sono i più grandi “contenitori” di acqua dolce del pianeta, immagazzinata ovviamente negli estesissimi ghiacci che li ricoprono. L’innalzamento della temperatura ne provoca lo scioglimento, facendo così salire il livello dei mari. Non solo, l’acqua dei ghiacci potrebbe addirittura modificare le correnti oceaniche: il migliore esempio è quello della Groenlandia, i cui ghiacci, sciogliendosi, andrebbero a riversarsi come acqua fredda e dolce nell’oceano Atlantico, bloccando di fatto la corrente del Golfo, corrente di acqua “calda” che dal golfo del Messico va verso la Gran Bretagna. Tale corrente, una volta arrestatasi, getterebbe l’intera Europa in una nuova glaciazione. Riscaldamento globale vuol dire anche questo. Innalzamento dei livelli del mare e caos climatico, non avere più caldo in estate piuttosto che in inverno.
Nonostante la rapidità e la sempre maggiore frequenza di eventi quali lo scioglimento di giganteschi blocchi di ghiaccio (il più clamoroso è stato probabilmente quello di sei chilometri quadrati scomparsi nell’arco di 24 ore, nel 2006), tale fenomeno è ancora visto dall’opinione pubblica come se si trattasse di qualcosa in cui si può credere o no, in base ai propri gusti o soprattutto alle proprie ideologie. Ovviamente il dubbio (più che lecito in un mondo di geni del marketing che ci ha abituati alle “regole” del mercato) che ci sia qualcuno sempre pronto a speculare su allarmismi e catastrofismi vari è sempre pronto ad attanagliarci, ma sarebbe il caso di rendersi conto che, nel momento in cui l’innalzamento delle temperature dell’atmosfera e dei mari non fosse totalmente di origine antropica, lo stesso non si potrebbe dire per la sparizione dell’ottanta per cento dei grandi cetacei e del novanta dei grandi predatori marini negli ultimi trent’anni, dell’inquinamento derivante anche da concimi e diserbanti chimici che, grazie all’agricoltura industriale, dai campi dell’entroterra fluiscono verso i fiumi e da lì ai mari, o della proliferazione abnorme di alcuni tipi di alghe. E che dire se, stando alle affermazioni della British Royal Society, il più eminente corpo di scienziati del Regno Unito, agli oceani serviranno alcune decine di migliaia di anni solo per tornare ad avere le stesse caratteristiche chimiche del periodo pre-industriale, ossia quelle avute fino a circa 200 anni fa? Per non parlare dell’enorme massa di rifiuti che a quanto pare galleggia nel Pacifico, una vera e propria isola composta per l’ottanta per cento di plastica non biodegradabile, relegata in un’area remota del suddetto oceano (e per questo ignota ai più), che potrebbe non mettere più di tanto in apprensione, se non fosse più vasta degli interi Stati Uniti!
Se tutto ciò ancora non dovesse bastare ai più a prendere anche piccoli provvedimenti, se scioglimenti di ghiacci polari e scomparsa di migliaia di specie viventi non dovessero essere importanti quanto l’unica cosa apparentemente importante per le società umane, l’economia, è bene allora ricordare anche che la cattiva gestione degli oceani e l’eccessivo sfruttamento delle risorse ittiche, secondo un calcolo della World Bank, la Banca Mondiale, costano all’economia planetaria 50 miliardi di dollari all’anno.
Che fare, quindi? Si potrebbe iniziare abolendo i sussidi alla pesca, in un’industria caratterizzata dall’eccessivo sfruttamento in alcuni casi piuttosto che dall’eccessiva capacità in altri. Si potrebbero aumentare e migliorare le riserve marine, se solo i governi di tutto il mondo smettessero di avere un atteggiamento così supino nei confronti delle lobbies e dell’economia di mercato. Si potrebbe iniziare a sfruttare gli oceani in modo più intelligente, ossia valorizzandoli in quanto grandi “assorbitori” di CO2 o facendone degli importanti produttori di energia, tramite le loro onde e le loro maree.
Come sempre le soluzioni ci sono, è la volontà (spacciata spesso per possibilità) di attuarle che manca.
Rendersi conto del fatto che i mari versano in condizioni simili a quelle dell’atmosfera terrestre è avere un’ulteriore conferma del fatto che ogni forma di vita su questo piccolo pianeta è interconnessa, e che noi essere umani – evidentemente responsabili dei problemi dovuti alle emissioni di CO2, allo sfruttamento intensivo delle riserve ittiche, a varie forme di inquinamento, nonchè dell’estizione ogni anno di migliaia di specie viventi – in quanto anello di questa lunghissima e variegata catena di vita chiamata pianeta Terra, dobbiamo agire al più presto. Come? Nei milioni di modi in cui ci è possibile cambiare, anche di poco, le nostre malsane abitudini: dallo spegnere le luci in una stanza in cui non c’ è nessuno all’usare l’auto solo quando è necessario; dall’essere un po’ più rispettosi verso ciò (e chi) ci circonda, al fare un minimo di attenzione a cosa (o quanto) si mangia. Perchè ne va solamente della nostra salute e, alla lunga, della nostra sopravvivenza, più che di quella di un pianeta per il quale siamo, alla fin fine, solo un breve prurito.

Articolo tratto da Terranauta

www.decrescitafelice.it

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