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Elisabetta Montaldo porta Procida a Dubai.

Elisabetta Montaldo  di ritorno da DUBAI,  per presentare all’Emirates Airlines Festival of Literature di Dubai, il suo ultimo libro il romanzo Rafilà ci ha inviato questo scritto in cui ci ha raccontato questa sua straordinaria esperienza. Come possiamo leggere sul sito ufficiale dell’evento: La presenza italiana all’Emirates Airlines Festival of Literature di Dubai sotto gli auspici dell’Ambasciata d’Italia negli EAU e’ lieta di annunciare la partecipazione di uno degli autori italiani più famosi al mondo, Paolo Giordano, e di Elisabetta Montaldo, artista poliedrica alla sua prima esperienza letteraria, Il Festival, è una delle più importanti manifestazioni dedicate alla letteratura internazionale e araba del Medio Oriente, diventando punto d’incontro tra persone di ogni età e estrazione ed autori da tutto il mondo per la promozione dell’istruzione, del confronto e soprattutto della passione per la lettura e la scrittura.

Eccomi qui, dopo cinque ore di volo, cammino nella notte a passo lungo attraverso i saloni deserti dell’aeroporto tra un odore di nuovo e ampi spazi di colore e di luci che rendono gli altissimi e lustri locali stranamente allegri e accoglienti. Al controllo passaporti i doganieri nelle loro postazioni sono giovani, algidi, completamente vestiti di bianco come gli sceicchi ma poi, a dispetto della tecnologia, si lanciano richiami tra di loro come i gabbiani da uno scoglio all’altro e la mia timidezza svanisce, sono a casa. Mi aspetta la limousine del Festival della Letteratura con un autista simpatico, paterno, è di Manila e parla un buon inglese. Gli chiedo se prima di salire in auto mi concede una sigaretta e intanto mi guardo attorno. Sotto l’elegante pensilina sosta una fila di lucide vetture color crema con il tetto rosa-barbie e a fianco chiacchierano le autiste: tunica rosa pesca, foulard rosa fuxia. Domando al mio protettore se a Dubai i taxy sono guidati da donne (non avevo visto la fila parallela di auto identiche ma col tetto rosso). “No, mi risponde, quelli sono i taxy per le signore!” La notte è interrotta da luci colorate che si arrampicano in alto sulle torri come una multiforme vegetazione spuntata dal deserto e i ponti agilissimi che solcano il canale sono tutti sottolineati da un raggio orizzontale di luce blu come un’acuta nota musicale. Il mio autista si rivela un accanito lettore che può comprarsi i libri solo durante i grandi saldi annuali. Ora indica il mio hotel, il Crown Plaza, una corona di luce rosa affiancata dal fallico siluro bianco dell’Intercontinental, l’altro hotel del Festival Center. Alla reception di una hall semplice ed elegantissima un compito ragazzo indiano mi accoglie con affettuosità spontanea e, molto contrito, mi comunica che ha bisogno di venti minuti per prepararmi la stanza; se voglio però posso prendere subito alloggio all’Intercontinental. Ma io mi son fatta l’idea che il Crown sia l’albergo femmina e insisto per restare lì. Allora il giovanotto mi prega di accettare in drink mentre risolve la cosa: attraversiamo la hall fino ad un’anonima porticina, lui mi fa strada in un vero pub inglese fumoso dove un cantante intrattiene i clienti accompagnandosi con la chitarra. Mi piazzo su uno sgabello alto al centro della sala e ordino una birra. Il mio sguardo scruta l’eterogenea clientela: ai tavoli più esposti seggono gruppi di anglosassoni fracassoni e in quelli d’angolo uomini in tunica bianca si accompagnano a ragazze appariscenti che cercano di nascondere un po’ ma non troppo. Molto prima del previsto il concierge viene a prendermi e mi fa accompagnare da un ragazzetto indiano timido e dolce con i miei bagagli fino alla mia camera . Oltre la parete a vetro Dubai si stende ai miei piedi in una tenera fantasmagoria di luci e di acque, velata dall’umidità del mare. Ogni oggetto nella stanza è utile, sobrio, elegante, mi fa sentire a mio agio come mai prima nelle decine di hotel che ho frequentato durante la mia esistenza nomade. La mattina mi alzo come sempre molto presto e nell’ascensore i miei occhi contemplano timidi le donne alte e bellissime avvolte in veli neri impreziositi qua e là da dettagli-gioiello, il volto magistralmente truccato e le punte di piedi calzate da scintillanti pantofoline. E gli uomini anziani, autorevoli ma spiritosi, elegantissimi nei loro bianchi tessuti impregnati di essenza fresca. Mi ricordano El Najib, un personaggio di “Rafìla”, il libro che ho scritto e che ha portato fin qua me e l’isola di Procida. Dopo una nuotata in piscina a dorso guardando le chiome delle palme nel cielo sabbioso faccio colazione col primo canto degli uccelli e poi mi metto a cercare il motivo per cui sono qui, il Festival della Letteratura degli Emirati Arabi. Percorro camminamenti coperti dove palizzate verticali in legno di sofisticato design a ventagli impediscono ogni sgradevolezza acustica e mi ritrovo nel gran salone del Festival Centre, connesso agli alberghi sul canale. C’è un via vai di gente di tutto il mondo, autori, organizzatori, lettori che si affollano ai banchi di ricevimento. Dal salone si percorre una galleria piena di luce con le finestre sull’acqua dove sono esposti tutti i libri invitati per la vendita al pubblico affidata all’intraprendente coreana Sheila Lo e alla sua equipe di studenti arabi, indiani, filippini. Sulla libreria si aprono sale e salette destinate alle presentazioni dei libri. Al Festival sono presenti più di cento autori di tutto il mondo delle più varie forme espressive, quindi per cinque giorni, ogni ora tre o quattro libri vengono presentati e dibattuti in pubblico con la traduzione simultanea in arabo e inglese. Al pianterreno nei locali che si affacciano sulla banchina c’è la sezione dedicata ai bambini e, mentre l’attraverso, un concerto di violini di dieci elementi, piccoli musici di ogni colore, sta per cominciare. Poi giochi, chiacchiere, mostre, tutto organizzato per ragazzi che a Dubai raramente parlano meno di tre lingue. Il Festival è solo al suo secondo anno e rientra nelle molteplici scelte culturali degli Emirati Arabi per istruire la popolazione ed aprirsi al mondo. L’organizzazione è affidata a un team di agguerrite signore del mondo letterario londinese. Oltre a compiere il miracolo di far funzionare la macchina e far sentire gli ospiti ben accolti, si sono assunte il compito di far conoscere gli autori tra loro organizzando spedizioni alla scoperta della città e del suo deserto o incontri conviviali. La poesia che nel mondo occidentale è confinata in un angolo è la regina nella letteratura d’oriente. Io mi perdo in una lunga chiacchierata sotto una finta tenda beduina con il poeta Li Yang dai lunghi capelli. Cinese di Londra, gran viaggiatore pluritradotto anche nella mia lingua e vincitore lo scorso anno del Premio Nonino, ha una capacità affabulatoria alla quale non si riesce a sottrarsi. Poi chiacchiero con la scrittrice-traduttrice libanese Wafa Tarnowka che mi sommerge di parole in varie lingue esprimendo grande curiosità per il mio lavoro; é alta, forte, capelli ricci come trucioli di ferro, instancabile viaggiatrice. Riesco anche a seguire la presentazione del libro di una giornalista austriaca che mi interessa molto: è una serie d’interviste e foto alle giovani donne emiratine che sempre  più dirigono il paese. Il giorno dopo sceglierò quella di Gabriel Malika, pseudomimo di un famoso copywriter pubblicitario francese trasferitosi a qui da otto anni che racconta “la città dei sogni” senza peli sulla lingua; i personaggi del suo romanzo rappresentano alcune delle centocinquanta nazionalità che la popolano. Avrei potuto frequentare il Festival e le sue iniziative per tutto il tempo ma c’era qualcosa di ancora più importante che mi aspettava. L’anno scorso a Procida, mentre assistevo alla nostra specialissima Processione del Venerdì Santo mi si avvicinò Rosario, che non conoscevo, per comunicarmi che la più cara amica che mai abbia avuto mi stava cercando. Non vedevo Myriam da decenni, spesso la pensavo con nostalgia ma non sapevo come rintracciarla, ed ecco che Procida, come tante volte nella mia vita, faceva da tramite agli incontri felici. Rosario mi rivelò che Myriam era il viceconsole italiano a Dubai, lui la conosceva per motivi di lavoro marittimo. Avevano parlato di Procida, lei gli aveva raccontato di esserci stata tante volte, ospite dalla sua più cara amica, Elisabetta della quale aveva malauguratamente perduto le tracce. La cercai con una mail al Consolato, cominciammo a scriverci e ci rendemmo conto che nessuna delle due aveva perso il suo spirito. E siccome il Destino governa tutti noi io ero stata invitata proprio all’Emirates Lit Fest di Dubai. Ci saremmo riviste prestissimo, Myriam si sarebbe presa qualche giorno di ferie per stare tanto insieme. Dunque affrontai il viaggio, sola ma non sperduta. Myriam aveva sposato da giovanissima uno studente persiano di architettura che proprio io le avevo presentato a Roma, il matrimonio era stato felice e lo era ancora attraverso inn
umerevoli viaggi e peripezie. La donna che incontrai era ancora dotata di quella intelligenza spumeggiante e pura, di quella bellezza un po’ orientale come un presagio che aveva accompagnato metà della mia vita. Salimmo su uno dei tanti battelli di legno grezzo che fanno traghettano nel canale come in una Venezia di torri avveniristiche; sulla panca ruvida sotto il sole, nel vento del golfo e del deserto, cominciammo a raccontarci il resto della vita, i figli, gli amori, il lavoro, i viaggi. Il conducente indiano osservò che tutti passeggeri erano scesi e noi neppure ce ne eravamo accorte e ci propose di continuare il turno con noi due sole per un’ora. Visitai la città dall’acqua, in un mare di parole affettuose. Avevo raccontato a Myriam che quando ero piccina a Procida si faceva un gran parlare di Port Said, il porto petroliero di Dubai, e le donne nelle case della mia isola indossavano deliziose babbucce dorate dalla punta in sù portate dai mariti marinai. Scendemmo dalla barca al gran bazar per comprarle e mi trovai un’altra città, quella del suk dell’oro, delle case popolari, del traffico e dei rumori, delle merci più variopinte ed economiche che venivano da tutto l’oriente, una Blade Runner luminosa di polvere, velata dall’aria del deserto. Poi Myriam mi portò nella sua bassa villa vicino alla spiaggia per un breve spuntino ed ecco un’altra città ancora: niente grattaceli sulla riva del mare ma sobrie case bianche sviluppate in orizzontale con i giardini un po’ sabbiosi annaffiati dall’acqua dissalata, l’unica a Dubai. Afferrati in fretta costumi e asciugamani corremmo a continuare le chiacchiere sulla sabbia e persino dentro l’acqua turchese e densa, tanto salata, tanto profumata. La sera in un buonissimo e popolare ristorante persiano ci accompagnò Moshen, suo marito, mio vecchio amico, che ascoltava buono e paziente la poetica musica del suo paese mentre noi continuavamo la cronaca degli ultimi vent’anni delle nostre vite. Ma dalle parole di Myriam conobbi anche meglio la straordinaria storia di Dubai. Gli emiratini di Dubai erano poveri pescatori che d’estate riuscivano a pescare anche un po’ di perle: quando i giapponesi scoprono la tecnica delle perle coltivate la miseria li spinge nel deserto. Ma nel deserto c’è il petrolio che li arricchirà e li farà tornare in riva al mare. Sono uomini avezzi a dure esperienze e non s’illudono troppo: il petrolio finirà. Bisogna subito pensare al futuro. Si dovrà investire tutto nell’edificare la città più straordinaria e moderna dell’oriente e, visto che c’è il mare e non piove quasi mai, farci venire i turisti da tutto il mondo. Il miracolo avviene in pochi anni, a prezzo, dicono, di molte vite di stranieri accorsi a lavorare. Il petrolio effettivamente diminuisce in fretta ma la tragedia dell’11 settembre fa si che i capitali medio-orientali siano meno benvenuti a Londra, a Zurigo, a New York e allora Dubai si re-inventa per la terza volta come capitale delle banche. La città continua a crescere. Gli emiratini sono solo il dieci per cento della popolazione ma tengono saldamente il potere. Come fanno? Il Profeta diceva “Istruitevi, viaggiate, arrivate fino in Cina per imparare!” e loro eseguono. Fin dai primi guadagni petroliferi fanno studiare i loro figli e soprattutto le loro figlie nelle più grandi università  del globo, inventandosi classe dirigente. Dal Corano applicano alla lettera i dettami sulla sacralità dell’istruzione e dei piaceri della vita. Le emiratine sono forse le sole donne al mondo che mettono sullo stesso piano il lavoro e l’amore e quando sentono dire che in occidente le arabe sono considerate donne sfruttate e sottomesse si fanno grandi risate che mettono in evidenza i bei denti forti e gli occhi brillanti. Arrivano qui i talenti di tutto il mondo e vengono spremuti al massimo delle loro capacità con un evidente controllo economico ed estetico. I persiani hanno ancora in mano il commercio e i trasporti come ai vecchi tempi e come ai vecchi tempi gli Emiri hanno con gli inglesi rapporti privilegiati. I libanesi sono nella pubblicità e nel marketing, gli indiani, così affettuosi come i filippini, nei servizi ad ogni livello. I cinesi schiavi come in patria, forse un po’ meglio come paghe, vivono nei lager senza documenti che gli vengono restituiti a grattacielo finito. Poi ci sono tutti gli altri, disseminati qua e là, francesi e tedeschi, yemeniti e palestinesi. Marocchine e ucraine sono le donne più ambite in una città aperta al piacere ma non in maniera troppo evidente per non urtare i vicini Sauditi, custodi della Mecca e grandi investitori. Ci sono anche i Pakistani che quando hanno provato a litigare con gli indiani sono stati paternamente redarguiti dallo Sceicco in un modo tale che non ci hanno provato mai più. L’Emiro governa il suo popolo secondo un’organizzazione tribale, è un padre e un saggio, riceve tutti i suoi sudditi personalmente quando è necessario e se la questione non è grave nessuno si sogna di importunarlo. Gli italiani, a parte i marittimi sono pochi, non contano, non leggono, cercano di fare affari ma non ci riescono perché gli arabi sono più furbi di loro. Ma al tempo stesso gli italiani sono amati, come in tutto il mondo, per la loro un po’ immeritata fama di artisti della moda, della cucina, dell’artigianato di lusso, perché sono simpatici, perché hanno l’arte antica, perché a Dubai anche il tassista sudanese ha sentito parlare di Giulietta e Romeo! Ed ecco che arriva il gran giorno degli italiani al Festival. Faccio una intervista alla radio, una lunghissima conversazione in inglese, il National, grande quotidiano locale di costume pubblica le mie cinque “lezioni di vita”. Il mio libro “Rafìla” verrà presentato da una docente italiana che insegnava letteratura a Parigi e ora fa la mamma a Dubai, si chiama Elisabetta (come me!) Mattioni. E più tardi toccherà al giovane Paolo Giordano con il suo bestseller del 2008 “La solitudine dei numeri primi”, vincitore del Premio Strega e quindi tradotto in tutte le lingue. Lo presenta Rosie Goldsmith, esperta letteraria della BBC. Elisabetta Mattioni è molto emozionata e rincuorala mi aiuta a superare il panico. Mi domando: chi mai verrà a sentire la presentazione di un libro italiano non ancora tradotto anche se parla degli antichi rapporti tra Islam e Italia? Per fortuna c’è la traduzione simultanea visto che Dubai è una città dove gli italiani quasi non ci sono. Ma poi il miracolo avviene. La sala enorme (che paura!) non si riempie ma decine di persone arrivano. Con mia grande gioia sono presenti diverse ragazze in nere e civettuole tuniche e foulard. La presentazione è molto passionale da parte di noi due Elisabette; le domande che il pubblico ci rivolge alla fine sono interessantissime e ci danno modo di approfondire la storia di “Rafìla”, la sua crescita di donna, le meraviglie della sua scoperta, che è stata anche la mia, della Casa dell’Islam nell’anno mille e gli stretti rapporti che ci legavano. Vengo interrogata sulla sconosciutissima isola di Procida che incuriosisce per com’è descritta, per la sua storia marinara. La Mia Myriam e il suo Moshen sono in prima fila e sprizzano affetto ed è arrivata trafelata all’ultimo momento Alessandra Priante, attachè culturale dell’Ambasciata Italiana di Abu Dabi, è lei che ha scelto gli scrittori italiani da presentare al festival. E’ lei che mi ha portato qui con la mia “Rafìla”, un libro che Alessandra ha amato dalla prima casuale lettura. Con lei c’è Paul, il suo marito libanese, costituiscono una bella giovane coppia dinamica. Le ragazze emiratine intervengono al dibattito con alcune domande che mi fanno capire di aver fatto centro con il personaggio della mia eroina, mi chiedono anche quando “Rafìla” sarà pubblicato in inglese e se desidererei che si facesse la traduzione in arabo. “Eccome, dico io, è il mio sogno!” Vedremo… L’evento dura un’ora buona. Quando finisce una signora inglese allampanata con toni flautati mi conduce da una porticina c
he porta alla postazione della sala grande dove i lettori, che hanno acquistato il libro, si mettono in coda per farselo dedicare dall’autore. Accanto a me è seduto lo scrittore di bestsellers Nicolas Sparks che ha davanti a sé una fila lunghissima di americani e io mi sento piccola piccola, ma qualche persona arriva anche per me, si continua a chiacchierare di “Rafila”, di Procida, della necessità di un ponte tra le nostre culture tra una firma e l’altra. Più tardi vado ad ascoltare Paolo Giordano. Mi confesserà poi di essere stato un po’ deluso perché non c’erano gli arabi, però ha avuto un discreto pubblico a riprova che ogni argomento interessava il Festival. Più tardi ceniamo con Alessandra e Paul in un fascinoso ristorante libanese sulla spiaggia, è l’allegra cena di quattro amici.

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