Terra Murata, il borgo più antico di Procida, ad osservarlo dal mare, sito sulla parte più alta dell’isola, a strapiombo sull’acqua, sembra voler slittare da un momento all’altro nel blu profondo degli abissi marini. E la mente va a quei monasteri greci abbarbicati sulla roccia che appaiono in precario equilibrio, pur resistendo da oltre mille anni alle intemperie ed all’ingiuria del tempo che scorre.
A vederlo dall’alto appare come il classico borgo medievale con la chiesa al centro e a poca distanza il palazzo del governo a dimostrare la simbiosi tra il potere religioso e quello politico. Tutt’intorno un agglomerato di case senza alcuna soluzione di continuità, quasi a sorreggersi l’un l’altra, ed intervallate da una serie di viuzze a volte larghe meno di un metro per impedire nei secoli scorsi lo sciamare dei pirati barbareschi. Molte di queste abitazioni negli anni cinquanta e sessanta del secolo scorso furono rase al suolo da un piccone falsamente risanatore per far posto ad un vasto spiazzo. E andò perduta così una parte consistente di un patrimonio storico e culturale di inestimabile valore. Come a dire: “Quod non fecerunt barbari fecerunt Barberini!…” Queste viuzze hanno dei nomi impossibili dal’etimologia incerta e nebulosa che si perde nella notte dei tempi: via Guarracino, via Canalone, via Papere ed altri. Il borgo costituisce il primitivo nucleo abitativo di Procida e fino al ‘600 si chiamava Terra Casata. Fu da tale epoca che, con la costruzione delle mura di difesa contro le invasioni barbaresche da parte del cardinale Innico D’Avalos, feudatario di Ischia e Procida, la zona assunse la denominazione attuale di Terra Murata.
