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Sinistra e non sinistri

Di Michele Romano

PROCIDA – La sinistra italiana, dal congresso di Livorno del 1921 con la separazione tra Comunisti e Socialisti, si è caratterizzata, negli anni, in un costante divenire, terreno di scontri, di divisione, costruite su scelte tematiche con un grado di sfumature personalistiche. Al contrario la rottura avvenuta nel 2017 si è consumata, in modo capovolto, su un personalismo lacerante di rancori, odi, gelosie, usurpazione, con un flebile e strumentale sottofondo delle problematiche che affliggono la società italiana dentro una miserabilità umana che ci conduce all’inciso di quanto devastante accaduto nel ‘900, tra gli anni venti e quaranta.

Condividiamo l’eccellente giornalista Bartezzaghi quando afferma che nel momento in cui le divisioni si fondano sul discrimine della persona piuttosto sulle scelte, si chiude il sipario della politica e si apre quello dello show, con buone possibilità, noi aggiungiamo, di trasformarsi in una tragica farsa, dove i migliori interpreti sono i neo-populisti, di ogni ordine e grado, che oramai già dominano le scene del “teatro” nostrano; ben coadiuvati dai mass media con programmi, ampiamente strutturati a propagandare gli “idola fori” della irosa e belluina pancia del paese e del “Muoia Sansone con tutti i filistei” di coloro i quali, alla parola “sinistra” hanno sostituito la “a” con la “i” (sinistri). Come uscire, quindi, da tale labirinto oscuro e tenebroso? Alimentarsi di speranzosa sagacia, di generosa razionalità, di misericordioso coraggio, in un rapporto di intenza e profonda sinergia tra giovani e anziani di buona volontà e prendere il filo d’Arianna che ci riporta fuori dalla “selva oscura” dello show, ed approdare nell’agorà della polis, in cui incontrando i volti che esprimono angosce, frustrazioni, contraddizioni, vizi, virtù, ritorni la semplicità e la complessità come organizzazione della comunità a stare insieme per  vivere in modo migliore possibile con uno spirito di apertura e non di chiusura verso chi sta fuori l’uscio della nostra porta. Per quanto ci riguarda partiamo dalla nostra cara “polis micaelica”, anch’essa piena di virulenti tossine autoreferenziali, egocentriche di conflittualità permanente, che hanno fatto smarrire la visione del procedere insieme. Infatti, negli ultimi decenni, la metafora di come è governato il territorio la possiamo racchiudere in una lotta incessante di romana memoria, tra Orazi e Curiazi, tanto da rendere il bene comune un perenne “flatus vocis” irritante e ipocrita perché non coincide con la categoria del “noi” con quella dell’”io”.

Ecco, da ferventi credenti della speranza caritatevole, proviamo a fissarne la tenda sulla nostra meravigliosa isola.

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Un commento

  1. questa volta abbiamo solamente POLIS, senza MICAELICA. E’ gia’ un miglioramento …..

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