di Giuseppe Ambrosino di Bruttopilo
Erano i tempi che a Procida già dal tipo di abitazione, potevi arguire che tipo di persona ci abitasse, e soprattutto a che ceto sociale appartenesse.
In una località abbastanza isolata, in cima ad un poggio, alla fine di tante case povere disposte su un solo lato della strada, sorgeva un grosso palazzo di color rosso pompeiano, che dominava l’ampia baia di mare, rivolta a mezzogiorno. In quel palazzone, di chiara origine borbonica, abitava un signorotto dell’epoca, che sia per carattere, sia per professione, disdegnava non solo i suoi vicini, ma tutti coloro che non riteneva degni della sua nobile condizione.
Vecchio comandante in pensione, padre di tre splendide figliuole, pretendeva che queste non dessero confidenza a quei giovanotti, che non fossero all’altezza del lignaggio.
Le prime due avevano seguito alla lettera i comandamenti del padre: sia la prima che la seconda sposarono un comandante, o meglio, fu imposto loro, un comandante.
La terza ed ultima, Giuliana, invece, non volle mai sottostare alle imposizioni paterne.
Lei, di animo ribelle, amava sopra ogni cosa la libertà.
E quando si innamorò del giovane figlio del fornaio, Agostino, che per carattere e temperamento, era anche lui un avventuriero, entrò subito in rotta con il padre.
Quanto più il burbero comandante ostacolava il loro amore, tanto più la loro unione si andava rafforzando, con un sentimento talmente forte da sfidare ogni avversità.
Benché fossero costretti a vedersi di nascosto, non mancava sera, che ad ora tarda, quando erano sicuri che il comandante fosse a letto, i due si appartassero nel pollaio, una specie di ricovero per le galline, che il burbero capofamiglia, aveva ricavato sotto la rampa del monumentale scalone che dall’ampio cortile immetteva ai piani superiori.
Al di là del muro di cinta, proprio a ridosso di esso, nel misero cortile della casa limitrofa, c’era una piccola costruzione, che fungeva da “loco immondo”, il caratteristico servizio igienico di quei tempi. La stessa casa era di dimensioni modeste, di un solo vano, priva financo della luce del sole, un sia pur minimo raggio di sole , che le veniva rubato dalla sagoma imponente del vicino palazzo.
Vi viveva da sola una giovane vedova, che dalla morte del suo uomo, forse per colmare il vuoto delle sue giornate vissute in solitudine, si era data ad ingrassare in modo così spropositato, che tutti la chiamavano la “Chiattona”.
Una sera, mentre si intrattenevano nel buio del pollaio, i due innamorati intravidero alla fioca luce della nascente luna, la sagoma inconfondibile del vecchio comandante, che scendeva lentamente il grande scalone.
-Dove è diretto a quest’ora? – Si chiese Giuliana, ansiosa – vuoi vedere che viene proprio qui nel pollaio! E per precauzione non si mosse. Lei aveva già pronta una scusa. Stava là alla ricerca di uova, avrebbe detto al padre.
Agostino invece, non avendo come giustificarsi, scavalcò immediatamente il muretto di confine e si nascose nel misero “cesso” della vicina. Si accovacciò addirittura sulla rudimentale tazza, in modo che , così rannicchiato, attraverso la piccola feritoia, che si apriva proprio in direzione del palazzo, potesse inquadrare il pollaio e tenere sotto controllo le mosse del vecchio.
Ed eventualmente ritornare dalla sua bella, quando si fossero calmate le acque.
Stava là acquattato nella stretta casupola, tutto teso in attesa degli eventi, quando all’improvviso si parò davanti ai suoi occhi increduli uno spettacolo, che giammai avrebbe immaginato.
In quel posto solitario, a quell’ora tarda, quando la maggior parte della gente dormiva, chi avrebbe mai previsto di fare un incontro ravvicinato, nientedimeno che con un ” culo”! Sì, proprio un culo, il culo bianco e carnoso della “Chiattona”, che proprio in quel momento si accingeva ad entrare nel piccolo locale, e che a causa della ristrettezza di esso, procedeva a marcia indietro, come un gambero, già con la sottana alzata.
Per la sorpresa Agostino rimase senza parole. Voleva avvisarla della sua presenza, ma non fece in tempo. La donna, che aveva una grande premura di accovacciarsi, gli sedette addirittura in grembo. Al baldo giovane a questo punto, avendo già previsto la reazione di quel donnone, non rimase altro che tapparle la bocca con entrambe le mani, per non farla gridare.
– Zitta, ca te sente ‘u comandante! – riuscì appena a bisbigliare.
Ma la povera donna, senza chiedersi chi fosse quell’energumeno, e perché stesse lì a profanare la sua intimità, assalita da una fortissima paura, cercò soltanto di liberarsi.
E una volta svincolatasi, raccolto tutto il fiato, che aveva in petto, emise un urlo che lacerò come una pugnalata quella placida notte di luna.
A te, caro lettore, sembra un racconto boccaccesco, di una realtà quasi inverosimile, ma ti assicuro che sia una storia vera, una esperienza di vita vissuta, raccontatami dallo stesso protagonista, il comandante Agostino, quando ormai anche lui era vecchio.
Come sia andata a finire, con la vedova, quella notte, non me lo rivelò. Forse lo riteneva un dettaglio insignificante, soltanto una cosa da ridere.
Ma come sia andata a finire con Giuliana, questo sì che ci tenne a raccontarmelo.
Per conservare l’amore di quella bella ragazza, figlia di quel burbero comandante, lui, misero figlio di fornaio, dovette iscriversi al Nautico. Soltanto dopo aver conseguito il diploma da capitano, anche se poi non abbia navigato neppure per un giorno, soltanto così riuscì a sposare Giuliana.
Quando morì il vecchio comandante, Agostino si ritrovò ad amministrare tutti i beni del suocero, palazzo e possedimenti vari, da solo, e con grande capacità, contrariamente ai due cognati che non si dimostrarono all’altezza.
– Quelli sono diventati comandanti , io sono nato comandante – concluse alla fine del racconto, con una evidente punta di orgoglio.
E con la “Chiattona” come andò a finire? – insistetti allora, con grande impertinenza.
Non mi rispose e aprendo appena le labbra ad un semplice sorriso, continuò a fissarmi col suo solito sguardo sornione.
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