Sicurezza/ Leggi e leggine sono inutili se manca una visione politica chiara e forte

di Nicola Silenti da Destra.it

Le leggi sono necessarie, ma senza decisioni chiare l’autorità perde credibilità La sicurezza è tornata al centro del dibattito pubblico. Episodi di violenza nelle città, aggressioni contro appartenenti alle forze dell’ordine, degrado di alcune aree urbane e crescente inquietudine dei cittadini alimentano una domanda alla quale la politica non può rispondere soltanto con dichiarazioni rassicuranti o con nuovi provvedimenti d’urgenza. Le norme sono indispensabili, ma non bastano. La questione decisiva è la capacità dello Stato di applicarle con continuità, equilibrio e senso di responsabilità.

Negli ultimi anni il legislatore è intervenuto più volte sulla materia. La legge 9 giugno 2025, n. 80, nata dalla conversione del cosiddetto decreto sicurezza, ha introdotto disposizioni riguardanti l’ordine pubblico, la tutela del personale in servizio, l’occupazione abusiva degli immobili, le rivolte negli istituti penitenziari e altri fenomeni che suscitano un forte allarme sociale. Il provvedimento ha provocato un confronto acceso tra maggioranza e opposizione, associazioni, giuristi e rappresentanti delle forze di polizia. È normale che accada in una democrazia. La sicurezza riguarda libertà fondamentali e richiede perciò norme precise, controlli rigorosi e pieno rispetto delle garanzie costituzionali.

L’errore sarebbe però ritenere che ogni difficoltà possa essere risolta aggiungendo una nuova legge a quelle già esistenti. Una norma può definire un reato, aggravare una pena o attribuire nuovi strumenti operativi. Non può sostituire la presenza dello Stato sul territorio, la rapidità delle decisioni, la disponibilità di uomini e mezzi, il coordinamento tra amministrazioni e la ragionevole certezza che a un comportamento illecito segua una risposta concreta.

La sicurezza si indebolisce quando si crea una distanza troppo ampia tra ciò che viene annunciato e ciò che i cittadini vedono nella vita quotidiana. Una strada può essere formalmente sottoposta a controllo, ma continuare a essere percepita come insicura. Un divieto può essere scritto con chiarezza e tuttavia rimanere privo di effetti se nessuno è in condizione di farlo rispettare. Allo stesso modo, un intervento delle forze dell’ordine può essere pienamente legittimo, ma diventare fonte di esitazione se chi deve agire non conosce con sufficiente chiarezza i limiti, le responsabilità e la protezione istituzionale che gli saranno garantiti.

Questo non significa chiedere libertà d’azione senza controlli. Chi esercita una funzione pubblica e dispone dell’uso legittimo della forza deve rispondere dei propri comportamenti. Gli abusi devono essere accertati e sanzionati. Proprio per questo occorrono regole comprensibili e procedure rapide, capaci di distinguere un abuso da un intervento corretto compiuto in condizioni difficili. Lasciare per anni un operatore sotto il peso di un’incertezza giudiziaria, quando ha agito nel rispetto dei propri doveri, danneggia la persona e indebolisce l’amministrazione alla quale appartiene.

Anche il rapporto tra politica e magistratura richiede misura. Non serve rappresentare i magistrati come un ostacolo sistematico all’azione dello Stato, così come non è corretto attribuire alla politica ogni responsabilità per la durata dei procedimenti o per la complessità delle decisioni giudiziarie. Le funzioni sono diverse e devono restare distinte. La politica stabilisce gli indirizzi e approva le leggi; l’amministrazione le applica; la magistratura verifica il rispetto della legalità e tutela i diritti. Le difficoltà nascono quando i testi sono incerti, le competenze si sovrappongono o le istituzioni trasferiscono l’una sull’altra la responsabilità delle scelte.

Il cittadino non è interessato alle giustificazioni reciproche. Chiede di poter uscire di casa, utilizzare una stazione, percorrere una strada o svolgere il proprio lavoro senza sentirsi abbandonato. Questa percezione non può essere liquidata come un prodotto della propaganda. Può anche non coincidere con l’andamento generale dei reati, perché nasce spesso dalla ripetizione di episodi visibili, dal degrado e dall’assenza di una risposta tempestiva. Ignorarla accresce la distanza tra cittadini e istituzioni; alimentarla senza dati produce paura e rancore. La politica dovrebbe evitare entrambi gli errori.

Occorre inoltre riconoscere che la sicurezza non dipende soltanto dall’azione repressiva. Il controllo del territorio è essenziale, ma deve accompagnarsi alla prevenzione, alla cura degli spazi pubblici, a politiche sociali capaci di intervenire nelle situazioni di marginalità e a una gestione credibile dei fenomeni migratori. Accoglienza, integrazione e rispetto delle regole non sono principi incompatibili. Uno Stato serio tutela chi ha diritto a essere accolto, contrasta l’immigrazione irregolare e pretende da chiunque viva sul suo territorio il rispetto delle leggi. Se una di queste componenti viene trascurata, l’intero sistema perde equilibrio.

La stessa attenzione va riservata alle condizioni di lavoro delle forze dell’ordine. Non basta esprimere solidarietà dopo un’aggressione. Servono organici adeguati, formazione continua, strumenti efficienti e direttive operative coerenti. Serve soprattutto che l’operatore sappia chi decide e chi risponde. La responsabilità non può essere chiesta soltanto all’ultimo uomo della catena, quello che si trova davanti all’emergenza e dispone di pochi secondi per scegliere come intervenire.

Nel corso della mia esperienza professionale ho imparato che l’autorità non deriva dal tono della voce né dalla severità apparente di un ordine. Nasce dalla chiarezza delle responsabilità e dalla coerenza dei comportamenti. Chi comanda deve conoscere i limiti del proprio potere, dare disposizioni comprensibili e assumersi le conseguenze delle decisioni. Chi esegue deve poter confidare nel fatto che, se agirà correttamente, l’istituzione non lo lascerà solo. Questo principio vale in mare come a terra e conserva tutto il suo valore anche nell’organizzazione della sicurezza pubblica.

Il punto, dunque, non è scegliere tra autorità e garanzie. Un’autorità priva di limiti diventa arbitrio; garanzie prive di un’autorità capace di far rispettare la legge restano promesse astratte. Lo Stato democratico deve tenere insieme entrambe le esigenze. Deve intervenire quando è necessario, spiegare le proprie decisioni, sottoporle ai controlli previsti e correggere gli errori senza delegittimare chi serve le istituzioni con correttezza.

Anche il linguaggio pubblico ha la sua importanza. Di fronte a un fatto grave, la ricerca immediata di un colpevole politico o istituzionale impedisce spesso di comprendere ciò che è realmente accaduto. Prima di trasformare un episodio in una bandiera, bisognerebbe accertare le circostanze, ascoltare le diverse versioni e verificare le responsabilità. La sicurezza è troppo importante per essere usata come strumento di propaganda, tanto da chi minimizza i problemi quanto da chi li esaspera.

Ristabilire la fiducia richiede un lavoro meno spettacolare e più impegnativo: norme stabili e applicabili, tempi ragionevoli della giustizia, presenza costante sul territorio, collaborazione tra istituzioni e responsabilità politiche chiaramente riconoscibili. Nessuna misura, presa isolatamente, può produrre risultati duraturi. Ciò che conta è la continuità dell’azione dello Stato e la sua capacità di non arretrare dopo l’attenzione iniziale suscitata da un fatto di cronaca.

Una nave affronta il mare aperto perché ogni uomo a bordo conosce il proprio compito e sa da chi ricevere gli ordini. Il comandante non può limitarsi a indicare la rotta: deve valutare il tempo, conoscere la nave, ascoltare chi opera sul ponte e in macchina e, nel momento della decisione, assumersene interamente la responsabilità. Se gli ordini sono contraddittori o nessuno vuole rispondere delle scelte, anche un equipaggio preparato finisce per esitare.

Lo Stato non è una nave e i cittadini non sono un equipaggio sottoposto a disciplina. Ma il principio della responsabilità resta lo stesso. Per mantenere la rotta della convivenza civile servono regole rispettate, ruoli chiari e istituzioni presenti. Continuare ad aggiungere disposizioni senza assicurare decisione, coordinamento e applicazione significa restare in mare evitando di governare. La sicurezza comincia quando chi ha il comando indica una rotta credibile ed è pronto a risponderne davanti alla comunità.

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