di Nicola Silenti da Destra.it
La notizia della scomparsa di Peppino di Capri ha suscitato commozione in tutta Italia. Se ne va uno degli interpreti più amati della nostra musica leggera, protagonista di una carriera straordinaria che ha attraversato oltre mezzo secolo di storia italiana.
Ma per chi, come me, è nato e cresciuto a Procida, Peppino di Capri rappresentava qualcosa di ancora più profondo. Con lui se ne va una parte della nostra giovinezza, dei nostri sogni, delle nostre estati vissute tra il mare e la speranza.
Erano i primi anni Sessanta. Eravamo ragazzi con in tasca i primi soldi guadagnati onestamente negli imbarchi. Erano il frutto del nostro lavoro sul mare e ci sembravano una fortuna. Con una semplice banconota da mille lire potevamo partire da Procida, trascorrere una serata al Rancio Fellone ascoltando Peppino di Capri e rientrare all’alba, felici e soddisfatti. Erano i primi frutti del nostro lavoro sul mare e ci sembrava di avere il mondo davanti.
Sul palco c’era lui, un giovane Peppino di Capri. Accanto a lui, spesso, un altro grande artista come Ugo Calise. Le loro canzoni riempivano la notte d’estate, accompagnate dal rumore del mare e da quell’atmosfera che oggi sembra appartenere a un’altra epoca.
Noi non andavamo semplicemente ad ascoltare un cantante famoso. Andavamo a vivere una serata speciale, a condividere emozioni, a incontrare amici, a guardare il futuro con ottimismo. Ogni traversata in mare aveva il sapore di una piccola avventura. Ogni ritorno all’alba riportava con sé la soddisfazione di aver vissuto qualche ora che sarebbe rimasta nella memoria per tutta la vita.
Negli anni successivi Peppino di Capri sarebbe diventato uno dei simboli della canzone italiana. Avrebbe conquistato il pubblico, vinto Festival di Sanremo, inciso successi destinati a entrare nella storia della nostra musica. Ma noi conservavamo il privilegio di ricordarlo quando era ancora il giovane artista che faceva ballare e sognare le due isole del Golfo.
La sua storia artistica, del resto, è legata anche a Ischia. Proprio al Rancio Fellone ebbe uno degli incontri decisivi della sua carriera, quello con Ugo Calise, che intuì immediatamente il talento di quel ragazzo destinato a diventare una delle grandi voci italiane.
Ripensandoci oggi, ci accorgiamo che non erano soltanto le canzoni a renderci felici. Era un modo di vivere. Bastava poco: un traghetto, qualche amico, mille lire, una serata d’estate e la musica che sembrava non finire mai.
Erano anni nei quali il denaro aveva certamente il suo valore, ma il divertimento non era misurato dal lusso. Nessuno cercava l’eccesso. Ci bastava stare insieme, respirare l’aria del mare, ascoltare una voce che ci faceva sognare e tornare a casa prima che il sole illuminasse nuovamente il Golfo di Napoli.
Oggi il mondo è profondamente cambiato. I giovani hanno strumenti che noi non potevamo nemmeno immaginare, ma forse faticano a provare quella semplicità che rendeva straordinaria una normale serata d’estate. Noi avevamo poco, ma quel poco ci sembrava immenso.
La scomparsa di Peppino di Capri ci ricorda proprio questo. Non soltanto un artista che ha scritto pagine importanti della musica italiana, ma anche un pezzo della nostra vita. Ogni sua canzone riporta alla memoria volti, sorrisi, amici che non ci sono più, amori giovanili, speranze e progetti.
Per noi procidani, e più in generale per chi è cresciuto nelle isole del Golfo, Peppino di Capri non è stato soltanto un cantante. È stato la colonna sonora di una stagione irripetibile della nostra esistenza.
Ecco perché oggi il ricordo è accompagnato da una sottile malinconia. Non piangiamo soltanto un grande artista. Salutiamo una parte della nostra giovinezza, quella che credeva che mille lire potessero bastare per essere felici.
Forse era davvero così. Perché la felicità non dipendeva da ciò che possedevamo, ma da ciò che sapevamo vivere.
Grazie, Peppino, per aver accompagnato con la tua musica una generazione che non ti dimenticherà mai.
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