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Conoscere, riconoscere e saper interpretare la realtà. Un affare per pochi?

renzi disaffezionedi Nicola Silenti

L’ignoranza intesa come errata percezione della realtà. E’ racchiusa in questa frase perentoria l’annosa e inquietante malattia che affligge in larga parte il popolo italiano, ossia la mancata conoscenza della realtà contemporanea e la sua errata comprensione. Una malattia emersa negli ultimi anni con dovizia di dati scientifici da una sequela di indagini demoscopiche e tornata di recente alla ribalta all’indomani di una recente ricerca condotta dal celebre istituto inglese Ipsos .

Pessimi fruitori di quotidiani e libri nonché consumatori smodati di televisione, da tempo una fetta sempre crescente di italiani si segnala per la scarsa o distorta conoscenza dei fatti del mondo contemporaneo, vittima inconsapevole di una serie di errori marchiani e credenze deformate su temi cruciali come lavoro, immigrazione e terrorismo.

E come non bastasse la ricerca sopra menzionata, a offuscare ancor di più l’orizzonte del Paese è arrivata per ultima una nuova indagine Ipsos per Rai News e Istituto per gli studi di politica internazionale ISPI in occasione del Consiglio europeo di fine giugno, con l’obiettivo di rilevare la percezione (e quindi la conoscenza e la comprensione) degli italiani del fenomeno migratorio e della sua gestione da parte del governo. Un’indagine statistica che è sembrata dare ancor più corpo all’immagine di una consistente parte di italiani che non hanno compreso appieno le problematiche che investono la quotidianità e il nostro futuro più o meno prossimo: un’impressione suffragata dagli esiti del sondaggio, da cui è emerso, per usare le parole dei suoi autori «un quadro allarmante». Un resoconto che desta la preoccupazione degli osservatori in quanto, a fronte di un aumento giusto e giustificato ma impulsivo del numero di italiani che avverte l’immigrazione come una minaccia, si assiste a un drastico e immotivato crollo della quota di connazionali interessata alle altre grandi tematiche d’emergenza come la crisi economica  e il terrorismo fondamentalista, che sembrano di punto in bianco quasi scomparsi dai radar della nazione, come se amplificare l’attenzione generale su una questione equivalesse al contempo a relegare nel dimenticatoio le altre. Un fenomeno inquietante, che segnala un clima di confusione e di inconsapevolezza in chi, al contrario, dovrebbe disporre di tutti gli elementi per vagliare e giudicare l’operato dei propri governanti: un governo che appare ogni giorno di più il prodotto ben confezionato di una classe dirigente improvvisata e capace di brillare soltanto per la propria inettitudine.

A giustificare un così marcato mutamento nell’opinione pubblica italiana sono i continui messaggi che parlano alla pancia e non alla testa degli italiani: messaggi ispirati dalle stanze del potere e favoriti da una copertura mediatica poderosa e dalla loro strumentalizzazione a fini politici. Come se chi detiene le leve del comando e chi controlla l’informazione e i media riuscisse a manovrare e manipolare lo stato d’animo di una fetta estremamente estesa di connazionali, in un perenne e vizioso circolo mediatico – politico specializzato nel sollevare polveroni. Ossia nel nascondere la verità.

Un diluvio smisurato di parole, spesso in controtendenza rispetto alla reale portata degli eventi o alla gerarchia delle notizie e degli argomenti: parole urlate dallo schermo televisivo, in programmi che nella stragrande maggioranza dei casi tributano il dominio incontrastato della cronaca nera a discapito di un’offerta adeguata e proporzionata di programmi di informazione, inchiesta o approfondimento sui temi di interesse generale. Il tutto consacrato dal trionfante proliferare, sull’emittenza pubblica e privata, nazionale e locale, del talk show costruito sullo scontro verbale e non sul confronto delle idee e delle opinioni, con ospiti fissi per lo più professionisti dell’improperio sguaiato, politici trombati, operatori culturali abbronzati ed esponenti politici o adusi allo slogan  ad effetto o al proclama a vanvera. Tutti gioiosamente uniti nella più totale e gretta ignoranza sui temi di cui si discute. Ma soprattutto, senza che nessuno si prenda la briga di controllare la veridicità o meno di quel che si promette, si afferma o si urla. Nel nome del niente che trionfa.

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