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Una giornata dentro antiche mura

carcere celledi Giacomo Retaggio

Visitatore che in questi giorni entri nell’ex-carcere, ti prego, fallo con discrezione ed in silenzio: questo è stato un luogo di dolore e di sofferenza per più di centocinquanta anni. Coloro che hanno trascorso una buona parte della loro vita tra queste mura sono quasi tutti morti. Sono davanti a Dio. E solo a Lui spetta il giudizio. Questi cortili, questi corridoi, queste enormi stanze hanno visto una folla di uomini, quasi tutti con il cranio rasato, dalle divise cascanti o troppo strette, dai più disparati idiomi, aggirarsi come inebetiti, urtandosi, grugnendo e maledicendosi a vicenda. Questo è (o era) il carcere. Vi entravo tutti i giorni ed fendevo la massa di carcerati che stazionavano nel cortile basolato. “Buon giorno, dottò!” Parecchi salutavano. Qualcuno, dal fondo, a voce alta per farsi sentire: “Guagliù, è venuto ‘o crastapurcelle, ‘o veterinario!” Stringevo le mascelle per dominarmi ed andavo avanti. “Ecco, qui sulla sinistra- spiego ai visitatori che mi seguono, indicando una porta cadente- c’era l’ufficio matricola dove venivano immatricolati i nuovi giunti”. “ Ah, questa allora era la reception!” cinguetta  una ragazza per fare dello spirito. La guardo. Avrà si e no venti anni. Il carcere sono ventisei anni che è stato chiuso: che ne sa lei di ciò che è stato? Ed è proprio questo che mi spinge a far da guida a questi gruppi di visitatori: molti, specie i più giovani, non hanno la più pallida idea di cosa sia stato il “carcere” per Procida. Indico la serie di locali in successione, l’ufficio del maresciallo, la foresteria per i magistrati, il “sopravvitto”. Ricordo che alcuni detenuti anziani, addetti al duro lavoro dei telai, venivano da me, con atteggiamento dimesso ed il cappello in mano, a chiedere un supplemento di vitto. Quasi mai rifiutavo. “Non fallirà l’Italia – dicevo a me stesso – per cento grammi di pane o di carne in più concessi a questi poveri cristi!” E mi attiravo le rampogne della Direzione perché ero poco ligio alle regole. Entro insieme ai visitatori all’interno del vero e proprio carcere, una sorta di “sancta sanctorum”. Ampi corridoi dai soffitti a vela, enormi stanze a volta altissime, che un tempo contenevano venti, trenta detenuti e spesso anche di più, finestre con le inferriate che si affacciano su un mare che visto di lì appare quasi osceno nel suo fulgore: sono i locali del rinascimentale palazzo D’Avalos. Doveva avere buon gusto e tanti soldi il cardinale Innico per costruirsi una residenza del genere! Poi i Borboni nel 1830 lo trasformarono in carcere. Quasi una sorta di “contrappasso” dantesco per questa struttura rimasta casa di reclusione  fino al 1988. Procedo nella visita ed entro nella VI sezione, quella con il sistema “cubicolare”, vale a dire un detenuto per cella. Spiego che questa parte del carcere procidano fu dal 1945 al 1950 l’ombelico della storia d’Italia perché vi furono rinchiusi i maggiori esponenti della “nomenclatura” fascista: Graziani, Acerbo, Iunio Valerio Borghese, Cassinelli, Teruzzi ed altri. “E chi sono questi signori?” Mi fa con aria innocente sempre la ragazza di prima. Mi cadono le braccia. E mi domando: ma a questi giovani a scuola cosa insegnano? Dopo alcuni minuti di silenzio un altro giovane mi chiede: “ Ma adesso che è passato al Comune che sarà di tutto questo enorme complesso?” “Bella domanda!” rispondo. Poi proseguo:” Per ora si fanno delle visite guidate, in seguito chi lo sa. Per lo meno i Procidani possono conoscere il carcere, una realtà che fino ad ieri potevano solo osservare con un certo timore da fuori e dal mare…”.

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8 commenti

  1. Continuo a meravigliarmi di come questo vecchio castello continui inesorabile a rimanere vivo nella mia mente anche se la mia esperienza procidana del 2014 si è esaurita con la mostra di luglio. Retaggio inesorabilmente fa rivivere con le sue parole sensazioni e ricordi. Non parla di sé, ma della storia avvincente ed anche triste di questa realtà carceraria, parte importante della storia della Sua isola. I suoi racconti rappresentano degli ineguagliabili fotogrammi, immagini che integrano splendidamente le altre innumerevoli rappresentazioni fotografiche che appassionati professionisti hanno dedicato a questo tema.

    • Giacomo Retaggio

      Caro Luigi, oltre che il carcere nella mia mente sei rimasto tu con il tuo entusiasmo, il tuo attaccamento, forse inconscio, a quest’isola. Procida è come una presenza pericolosa perché ti rimane dentro. I Procidani sono rimasti folgorati dal Carcere che non conoscevano, vedendolo dall’interno. E forse questo spiega lo scarso successo ottennuto dalle varie mostre fotografiche effettuate prima dell’apertura di questi giorni. Evidentemente volevano vedere le cose da vicino ed io mene accorgo dalle loro domande e dalla loro meraviglia. Un abbraccio, Giacomo.

      • Le tue considerazioni sulla vita passata
        nelle prigioni locali, sono davvero struggenti .
        Non ho ancora avuto occasione di visitare
        le ex carceri di Procida ma,
        affidandomi volentieri alle definizioni
        che hai magistralmente profferito,
        nel tuo articolo, da guida turistica
        m’ è sembrato esservi presente !
        Con che sensibilità e partecipazione
        nel loro impegno quotidiano e sociale
        gli ” addetti ai lavori “svolgono
        ogni incombenza, lo hai dimostrato
        concretamente con
        questo tuo appassionato articolo !

  2. John Anthony Calise ( Wishy)

    Concordo con quanto scritto da Luigi, ci sono stato e posso affermare che e’ stata un’esperienza unica e molto intensa, mi dispiace solo che le guide non sono state all’altezza nel descrivere questi luoghi e la sua storia come ha fatto il Dottor Retaggio sia in questo articolo che nel suo libro ( bellissimo) …..ho molta esperienza in questo campo avendo la fortuna di visitare con il mio lavoro molti luoghi storici in giro per il mondo e posso affermare con assoluta certezza che il palazzo D’Avalos merita di essere aperta ai Procidani e con una migliore organizzazione, con guide che sappiano descrivere il luogo e la sua storia in diverse lingue non solo ai Procidani. Colgo l’occasione di fare una domanda al mio amico Luigi Muro, : hai mai pensato di proporre il Dottor Retaggio come assessore ai beni culturali o al turismo ? Sarebbe un bel salto di qualita’ per la nostra isola..

  3. come al solito il caro dott. Retaggio non poteva descrivere meglio di così le sensazioni e le emozioni che si provano nel visitare il carcere di Procida, luogo di dolore e di espiazione, ed a furor di popolo lo nominerei da subito assessore alla cultura ed ai beni ambientali, fermo restante che sarebbe molto gradita la sua partecipazione a guida almeno una volta alla settimana
    grazie cmq per l’articolo e per quanto espresso

    • Giacomo Retaggio

      Grazie per le lusinghiere parole. Per quanto riguarda la possibilità che io mi impegni a fare da guida sull’ex- carcere non c’è nessun problema da parte mia. Lo faccio con gioia ed entusiasmo al fine di far conoscere ai Procidani una parte consistente della loro storia sia pur dolorosa. A questo punto cosiglierei di indottrinare un gruppo di giovani per un’eventuale attività di guida da parte loro all’interno della struttura. Io amo soprattutto Procida!

  4. non avevo alcun dubbio al riguardo , per quanto riguarda l’indottrinamento sarebbe cosa ottima trovare giovani volenterosi di apprendere un po’ della nostra storia bella o brutta che sia, se ne sente il bisogno vista la carenza del sapere circa terra murata e dintorni……..se a volte commento o critico qualche articolo pubblicato su Il Procida, il motivo è lo stesso: è l’amore che mi lega a Procida

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