I pirati somali. Chi sono i cattivi?

Ringrazio Claudio Messora di byoblu.com per aver ripreso il nostro appello e fatto una seria rilfessione sul fenomeno pirateria.
Chi sono i cattivi? Sono quelli che sfasciano una vetrina per rubare un iPod? Oppure sono quelli che rendono quegli altri così poveri e disperati da spingerli a sfasciare una vetrina per rubare qualsiasi cosa, compreso un iPod? E se poi i cattivi, resi cattivi, si incattiviscono e diventano cattivi davvero, al di là di ogni ragionevole motivazione? E’ colpa loro? Non dovevano forse permettere alla cattiveria di incattivirli, nonostante lo stato di cattività?

La società non ha dubbi. I pirati sono cattivi per definizione. E molti lo sono davvero. Eppure i pirati inglesi erano solo persone che tentavano una via diversa rispetto allo sfruttamento cui il sistema di navigazione li avrebbe costretti, fino alla morte. Prima di essere impiccato, il giovano pirata William Scott disse: “Quello che ho fatto è stato salvarmi dalla morte. Sono stato costretto a fare il pirata per vivere”.

I pirati somali, nella prima metà degli anni ’90, erano pescatori cui le multinazionali della pesca, forti della totale mancanza di una guardia costiera, inaridivano le acque, deprendandoli di ogni tipo di risorsa ittica, specialmente il tonno. Ridotti alla fame e uccisi dagli sversamenti di scorie nucleari, di piombo, cadmio e mercurio lungo i 3500 km della costa somala, pescatori e cittadini hanno iniziato a pattugliare le coste e a prendere in ostaggio chiunque valicasse i loro ormai inesistenti confini. Il riscatto era considerato una tassa per consentire ai somali di sfamarsi, nonché un risarcimento per l’inquinamento radioattivo dei loro mari. Per questo godevano del massiccio sostegno della popolazione locale, come i pirati assoldati da George Washington per pattugliare le coste americane, dato che non avevano una marina od una guardia costiera. Sugule Ali, un pirata somalo intervistato dal New York Times, disse “Il nostro scopo è di fermare la pesca illegale e lo scarico nelle nostre acque. Noi non ci consideriamo banditi del mare. Noi consideriamo banditi del mare quelli che pescano illegalmente e che rovesciano nelle nostre acque scorie nucleari e portano armi nel nostro mare”. Poi la cattiveria li ha incattiviti, o qualcuno deve aver capito che i milioni di dollari di proventi della pirateria erano un buon affare.

Tutto questo non ha niente a che fare con il rapimento degli italiani che da oltre sei mesi sono tenuti in ostaggio in attesa che Franco Frattini trovi la chiave per la loro liberazione. O forse ha molto a che fare, perché a pagare le ricche tavole imbandite dei più lussuosi ristoranti finiscono sempre per essere quelli che quegli stessi ristoranti non se li possono permettere. Forse una società meno verticale, costruita senza la costante predazione di aree della Terra sufficientemente lontane da non far gridare allo scandalo ricche signore in cerca di una borsetta di coccodrillo a 30mila euro, una società soltanto un pochino più equa e solidale, avrebbe potuto evitare tutto questo.

Gli ostaggi italiani devono ritornare alle loro famiglie. E noi potremmo imparare a mangiare un po’ meno tonno.

LIBERATELI!

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