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IL CORAGGIO DELLA COSCIENZA

Di Porfilio Lubrano              

PROCIDA – La lunga notte di lavoro – prima dell’alba – è pur da sempre estiva, tanto mi chiedevo (intorno agli inizi- metà anni 80, per chiedermelo ancora) prima di recarmi al mercato ittico di Pozzuoli dopo la solita nottata a tirare a mano le reti da pesca da lampara oppure da cianciolo, non avendo all’epoca in dotazione a bordo il rullo. Ero quindi abituato alla legge del mercato di Pozzuoli, laddove domanda ed offerta sembravano intersecarsi spontaneamente benché illustri sconosciuti alle mie conoscenze, sembravano insomma concetti astrusi per logiche di mercato corrette in correlazione alla determinazione del prezzo c.d. giusto e/o comunque equo da pagare, “pagandosi” di corretto corrispettivo fra dare ed avere, anche dunque con sacrificio ma equamente commisurato e distribuito, non foss’altro che per il coraggio che implicava la coscienza di tali sacrifici lavorativi. Pertanto quando al cospetto della cattedra del Prof Federico Pica a sostenere l’esame di economia politica, dopo tanto studi, tanta dedizione, dopo tanto sacrificio sostenuto (anche in considerazione dello “spauracchio” matematica fra “derivate” e quant’altro a cui non ero certo ben predisposto), sorretto da una grande volontà che mi derivava dalla mia estrazione operaia, quasi non ci credevo allorquando conseguii il voto di 30/30. Fu quindi probabilmente l’esame universitario che mi arrecò più soddisfazione, sentendomi come passato da un rudimentale – e spesso – burbero modo di intendermi di mercato (del tipo puteolano, appunto dell’epoca, e senza assolutamente l’intenzione di volerlo spregiare ma solo spiegarlo sinteticamente) ad una logica profonda e sopraffina di intenderne la teoria e persino la dottrina, praticizzate finanche con una certa acquisita conoscenza matematica :  ed allora cosi  capisco che effettivamente nella vita tutto è possibile. Come quel mercato insomma come per questo mercato, l’importante è non mercanteggiare la vita, evitando di prendersi cotta di egoismi personali, fossero anche solo reconditi, il correttivo come la speranza è la coscienza, ovvero di ciò che non può che essere coscienza, alle prese con ciò che non può che collimarla di interesse pubblico per la tutela di esso anzitutto, anteponendosi quindi di genuinità come di quel ricordo del mercato ittico puteolano. In fondo anche se non ci sarà mai una “mano invisibile” alla Adam Smith a riequilibrare spontaneamente il tutto, a sistemare persino la logica di ciò che è speranza, almeno il coraggio può esprimere – alimentandolo al contempo – lo sprono a guardarsi dentro facendo fronte comune con la primigenia unità di intenti fondata sul senso di responsabilità e – connessa – assunzione di esso. Governanti e governati dunque rinfrancati di cotanto albeggiare la speranza di ciò che è coscienza, sociale/politica ed economica, a smuovere per smuoversi dall’immobilismo,  è già tanto in nome dell’interesse pubblico, ovvero collettivizzandosi di sua tutela come di sprono interiore ad uno stato come ad altre  comunità più piccole, secondo il criterio della rappresentatività conferita democraticamente con il suffragio elettorale, finalmente imperniato sulla ferma ragione “riabilitante”, sin dalla radice espressa dalla priorità di una legge elettorale che dia stabilità  governativa, certezza di governabilità. Cosi ingeneratosi ancora di ciò che non può che essere coscienza, il dibattito non può mai essere sfida ma vieppiù coraggio, argomentandosi di maturità politica come di tutto ciò che non può che essere politica nella accezione nobile della parola, in quanto tale mai in preda all’anacronismo, tra l’altro. Una unica grande coscienza dunque con a cuore le buoni sorti del nostro paese non può che partire dalla meritocrazia, dalle pari opportunità, dal basso, da estrazioni operaie, dalla caratterizzazione della umiltà, in quanto tale non può che esprimere già “in re ipsa” l’interesse unico e collettivo che vi si implica di tutela e riconoscimento condivisi, di credibilità e di fiducia come degli organi costituzionali che sono chiamati ad esprimerlo, rappresentandolo nella sua interezza; di talchè anche nell’immediato, nella precarietà ed ancor di più nella urgenza/emergenza, “ricorrere” alla coscienza nel senso suesposto, equivale a democrazia per lo spirito democratico, delle libertà, dei diritti e dei doveri  che informano la nostra costituzione, per una natura giuridica che non può che essere riconosciuta come stato sociale di diritto.  In fondo e seppure nel mio piccolissimo (come tuttavia chissà quanti altri più capaci e preparati di me)  riuscii con sana caparbietà ed insito grande sacrificio ad ottenere la predetta soddisfazione universitaria (avendo da poco compiuto vent’anni giacchè era il 02/02/1987), seppure con le dovute e sacrosante diverse proporzioni, non penso sia poi tanto difficile prendere in considerazione  ad esempio  il  semipresidenzialismo alla francese (con doppio turno) – almeno –  per affrontare e superare la questione della legge elettorale, ovvero risolvendola con crisma di autenticità e definitività al contempo; il tutto,  incoraggiando le coscienze a forme mentis in tal senso e partendo, pur sempre da una puntuale, esauriente e corretta conoscenza (come ad esempio la diversa configurabilità – anche territoriale – fra   “circoscrizioni” francesi e  “collegi” italiani) imperniata sul continuo  stimolo ad elaborare forme di adeguamento, quantomeno per affrontare nell’immediato la difficile e notoria situazione del nostro paese. Seppoi dobbiamo fatalisticamente rimetterci all’assunto vichiano di inevitabili “corsi e ricorsi storici”, per la presenza in particolare di “poteri forti” che condizionano la politica fino a farla concepire “ribelle” nel rivendicare la sua “autonomia” nel senso suesposto, laddove voglia svincolarsi da cotanto sistema, allora veramente è la fine di ciò che è democrazia. La storia ci insegna e ci consegna, a tale proposito, che – almeno – il sospetto di tali “poteri forti” diversamente ripartiti fra le forze politiche in campo a seconda della contestualizzazione dell’epoca in considerazione, è sempre purtroppo esistito come nell’esempio del centro-sinistra ipotizzato dall’Onorevole Aldo Moro ed imperniato sulla “Europa dei popoli” e della “democrazia compiuta“ (con l’insito principio dell’alternanza  e correlate  maturità e consapevolezze di sapere fare pure “passi indietro“) e che la persona viene prima del cittadino e dunque  il riconoscimento e  la tutela della sua dignità (ovvero la democratizzazione popolare e collaborazione – appunto –  nell’idea popolare di democrazia), nonché del “compromesso storico” (definito tale dall’Onorevole Berlinguer) e dalle “convergenze parallele” di Eugenio Scalfari, giusto per rimanere in tema e quindi per completezza espositiva. Di tutto questo, ovvero sin già come sospetto, come diffidenza della gente, delle persone, dobbiamo liberarci in nome della democrazia, a partire dallo straordinario esempio e sacrificio personale del grandissimo statista Aldo Moro, sempre attuale, sempre presente, sempre più esempio della meritocrazia e della democrazia complessivamente intesa e quindi non soltanto cristiana come già all’epoca, con l’apertura del governo alla partecipazione comunista. Al potere insomma non si va né con i carrarmati e né con strategie della tensione e/o guerre psicologiche variamente intese, bensì con il confronto democratico fra le diverse forze politiche in campo, dando senso alla aggregazione come alla dialettica democratica per diverse ideologie, ma pur sempre, in quanto tali,  espressive di  maturità sostanzianti il concetto di comunità, fra stato-apparato e stato-comunità, fra forme di stato e forme di governo, affinchè guardando dentro tutto e tutti di legittimo e consentito dalle libertà, dai diritti e doveri condivisi, la coscienza non sia solo coraggio.

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